domenica 28 ottobre 2012

Frequenze clandestine


<<Vorrei sapere cosa ne pensi>> mi dice, finalmente. Siamo a Radio Aut, davanti al bancone. Ha ragione… Ho letto da tempo le sue Frequenze clandestine e ancora non ne ho detto nulla. Strano.

            Pesco alla cieca fra le parole che mi galleggiano in testa. Complesse e complici. Sì, così trovo le sue poesie. Poi, riemergono due versi. Indimenticabili. Glieli cito:

…perfino la bellezza resta in agguato

come un vestito sul pavimento (1)

E Dario sorride. Sorride a lungo.

Cosa c’è di clandestino, nelle sue Frequenze? A prima vista, nulla. Vi ho ritrovato Pavia, la nostra città di studenti:

piazza duomo smantellerà i cantieri per natale

(la statua del cavallo resta immobile nel buio) (2)

E tanti angoli notturni: pub, lavanderie, stazioni, percorsi con un’ossessione pensosa e insonne.

dieci sirene, dieci: non mi hanno ancora preso (3)

Anch’io spero che non lo “prenderanno” mai, per incarcerarlo in un ufficio o impiccarlo a una cravatta. Dario è il vento. Dario è uno di quei “gatti randagi” –i più belli, cantavano i Nomadi- che vivono fra la gente come nella propria pelle. Finalmente, lo trovo:

                             sono frequenze radio clandestine

queste voci, questo pugno di volti

                                         rimasti accesi

per non precipitare… (4)

È clandestino vivere come il vento. Perché tutti devono pagare un’ipoteca sulla vita alla cosiddetta “società”, nel cui recinto sono stati allevati. Ma non è detto che i debitori assolvano il proprio obbligo, vendendosi le penne. Torna la Vita a riprendersi l’Uomo. Gratis e inafferrabile, come una frequenza radio trasmessa da una cantina.

 

Dario Bertini, Frequenze clandestine, (“Il ponte”), Ascoli Piceno, 2012, Sigismundus Editrice.

 

(1)   Dario Bertini, “Una parvenza di felicità”, in: Frequenze clandestine, (“Il ponte”), Ascoli Piceno, 2012, Sigismundus Editrice, pag. 21, vv. 12-13.

(2)   Dario Bertini, “Frequenze clandestine”, in: ibid., pag. 38, vv. 10-11.

(3)   Dario Bertini, ibid., v. 1.

(4)   Dario Bertini, ibid., pag. 34, vv. 15-18.

sabato 27 ottobre 2012

Caro amico ti scrivo...

"NEI PAESI soggetti al regime comunista, come ricorderai, lo Stato possedeva ogni cosa. Le strade, i campi, le scuole, le case, gli ospedali, le fabbriche, le miniere, i tram, la metropolitana... Gestiva e, almeno in teoria, provvedeva a tutto, pagando ai lavoratori salari sì e no sufficienti a comprarsi i pochi generi alimentari che trovava sul mercato, e che spesso non bastavano a sfamarlo, a vestirlo, a ripararlo dal freddo. Un’economia complessiva e autoritaria che, nel corso di 70 anni che rimase in piedi, affossò e diffamò un’idea, quella del socialismo, che agli inizi del secolo scorso era sembrata una luce sfolgorante, che finì per trarre in inganno anche da noi una marea di brava gente che a quella giustizia aveva sinceramente creduto e che, alla fine del gioco, si trovò delusa e amareggiata. Andai in Russia la prima volta nel 1975. Ovunque incontrai lavoratori, insegnanti intellettuali arrabbiati e umiliati, in fila davanti a una vetrina vuota, o a una pila di patate. Uomini e donne disperati nel constatare che la loro voce, la loro presenza, la loro vita, non contavano nulla. Non contavano che i rappresentanti del governo che, impettiti nelle loro divise, non esitavano a dichiarare che la loro strada era giusta, che soltanto in quel modo, soltanto con quel rigore, si poteva creare uno Stato forte, indipendente, mentre rincorrevano armamenti sempre più sofisticati, affossando ogni espressione più elementare di libertà. Ogni tanto si levava la voce di un dissidente che poi finiva in Siberia. Ogni tanto circolava il libro di un contestatore clandestino, ogni tanto qualcuno si buttava sfiduciato da un balcone. In generale, però, la gente comune taceva e, vedendo in quella miseria la sintesi di un destino ormai immutabile, passando davanti ai tristi palazzi della Lubianka, chinava il capo come davanti a una chiesa. La paura rende prima prudenti poi muti.
La vita umana è un bene temporaneo.
Quando si alzò finalmente il coperchio che copriva manu militari quell’enorme disastro, erano passati 70 anni. Tre generazioni. Un brutto capitolo della storia d’Europa che nessuno dimentica. Dopo la deforestazione dalle mille aziende statali deficitarie (vendute o sovente svendute), la privatizzazione delle autostrade, delle Ferrovie, dell’energia elettrica, del gas... e persino delle latrine pubbliche (nonostante il continuo ribollire delle tasse) non c’è più servizio che non sia a pagamento. Se ti scappa, e non hai pronto un euro, cosa fai? Se per pagare la benzina devo vendere la macchina, dov’è la logica? Persino sul possesso di una decrepita automobile, di una casa modesta, acquistata con sacrifici e denaro che aveva già pagato le tasse, l’erario pretende una nuova imposta. Avevano ragione i sovietici? Meglio che i cittadini non possiedano nulla? E allora, in cos’è migliore questo libero mercato?
Mi dirai che da noi non c’è la Lubianka, che non esistono i Gulag, che i libri, i giornali, le idee e le merci circolano liberamente, e, poiché i partiti non fanno altro che farsi la guerra tra di loro, non pare proprio che, almeno per il momento, ci sia pericolo di dittatura.
Mi sono servito della citazione, senza troppo inoltrarmi nel contesto storico di quegli anni, semplicemente per ricordare che, anche da noi come nel resto del mondo, la vita è un bene temporaneo. Se mi carichi di tasse, se mi fai pagare anche l’aria che respiro, se, per far quadrare i conti dello Stato, ti apposti dietro l’angolo e, a fronte della minima infrazione, mi chiedi l’equivalente di una giornata di salario, se per entrare in macchina a Milano pretendi una gabella come nel medioevo, se, quando mi trovo in difficoltà mi perseguiti, mi costringi a vivere da miserabile, perché mai devo vivere? Chi ha ottant’anni e ha lavorato una vita, non può, nella speranza che un giorno tutto torni alla normalità, mettere indietro le lancette dell’orologio. Non lo vieta l’alta finanza, ma non lo consente il padreterno.
È vero che c’è gente (più di quanta non si pensi) che evade le tasse, ma siamo certi che se non lo facesse, l’incasso basterebbe a coprire le spese, gli sprechi, i debiti accumulati da un simile carrozzone? Ci sono tempi logici e tempi fisiologici. Non sempre i primi vanno d’accordo con i secondi.
Lo sai che nel nostro paese, secondo dai forniti dalla UIL, a fronte di un milione e trecentomila insegnanti, oltre un milione e trecentocinquantamila persone, a vario titolo e a vari livelli, vivono oggi di politica? Oltre 450.000 sono parlamentari, ministri, amministratori locali. Migliaia sono i consiglieri circoscrizionali e i membri dei CDA delle 7.000 società, degli enti,dei consorzi partecipati ai quali va aggiunta la massa di personale di supporto. Circa 318.000 sono le persone che hanno un incarico o una consulenza pubblica... I lavoratori del pubblico, con contratto a tempo indeterminato sono circa tre milioni e trecentomila. Sono tutti indispensabili? Pare che siano almeno 24.000 quelli in esubero. D’altro canto, anche se volessimo o potessimo sfoltire, portarli a un numero logico, come avviene in una normale struttura privata, dove cavolo li metteremmo?
Il solo fatto certo è che, requisendo di continuo con tasse, balzelli, imposte, accise, gran parte della paga dei contribuenti più poveri, li porti gioco forza sempre più nella stessa situazione dell’ex Unione Sovietica, con l’aggravante che qui le classi ancora ci sono, le disparità sociali sono macroscopiche
e il confronto si fa ogni giorno sempre più doloroso. Cosa faremo? La chiameremo Italia Sovietica? Ristabiliremo il servizio militare di leva, riapriremo le caserme (ora vuote) e creeremo un esercito di diseredati? Una gavetta di rancio è sempre meglio della zuppa che si dovranno tra poco mangiare alla mensa dei poveri o in solitudine sotto un ponte.
Mi ripeterai che si tratta di un’emergenza, che qui, o si rifà l’Italia o si muore! Dopo il 1861, molti milioni di lavoratori italiani provenienti da ogni regione furono costretti ad emigrare per cercare lavoro in tutti i Paesi del mondo. Repetita non semper juvant.
Negli ultimi vent’anni, in Italia, di governi tecnici ne abbiamo avuti tre: quello di Amato, famoso perché rapinò nottetempo il sei per mille dai conti correnti degli italiani, quello di Ciampi, a ridosso con lo scandalo di «mani pulite» e, infine, quello di Dini che, nonostante le buone intenzioni e una blanda riforma delle pensioni, non ebbe il risultato sperato. Nessuno di loro ha messo mano al debito pubblico, nessuno alla Giustizia... Un’infilata di governi tecnici che, senza mai raggiungere lo scopo, dimostra unicamente come da noi le crisi dell’economia e della politica siano cicliche.
C’era, ai tempi della guerra, un burattinaio che girava per i paesi in riva al Po con il suo teatrino ambulante, e rappresentava per noi bambini, a volte durante la stessa serata, due o anche tre diverse commedie. Dietro la tenda, lui e la figlia, si davano il cambio nel dare una diversa voce ai personaggi. Ma i burattini erano sempre gli stessi. Perciò, buoni o cattivi, avevano sempre le stesse facce, sia quando rappresentavano un personaggio comico che uno tragico.
Se si tratta davvero di rimettere in piedi il Paese, di far davvero quadrare il bilancio, di far scendere il debito pubblico, non sarà il caso di liberarci prima di tutto di coloro che, pur cambiando voce, sono gli stessi che hanno creato il disastro?
Non so che fine abbiano fatto, dopo i miserabili risultati ottenuti, i grandi economisti dell’URSS, ma mi domando spesso quale fine debbano fare i nostri, quelli che, a forza di sprechi, di furti, di malversazioni clientelari, hanno saputo ridurre il Paese in queste miserabili condizioni. Sono loro -destra, sinistra, o centro poco importa - che si presenteranno ancora alle prossime elezioni? Sono loro che vogliamo riportare al governo? Il nostro - si dice - è un Paese pacifico.
A costo di ripetermi, mi servo ancora una volta della medesima citazione per ricordare - casomai ce ne fosse bisogno-che anche da noi la vita è un bene temporaneo e... assai poco durevole. Come la nostra pazienza…"

Romano Franco Tagliati, Il Borghese, ottobre 2012

giovedì 25 ottobre 2012

Parole, parole, parole...


 
La Patria? Dio? L’Umanità? Parole

che i retori t’han fatto nauseose!...

 

E l’elenco del buon Guido Gozzano potrebbe allungarsi all’infinito, se fosse vivo al giorno d’oggi. Rendere nauseose le parole è uno sport che non passa mai di moda. Appaga l’ego senza richiedere troppo sforzo. Guarda caso, sono reduce dalla proiezione pavese di Cena tra amici, in cui un professore di sinistra e un cafone arricchito si sfidano a colpi d’arrogante vuotezza. “Io conosco il significato delle parole e il loro peso!” esplode, a un certo punto, il primo. Senza commentare questo fulgido monumento alla modestia, passiamo realmente a peso e significato di diverse parole. Quelle che vanno più di moda ora: “dignità”; “diritti umani”; “bullismo”.

            “Dignità” deriva dal latino dignitāte(m) (1), ovvero la “posizione” che qualcuno occupa all’interno della società. Indica un ruolo, comprensivo di diritti, ma anche di doveri, senza i quali non avrebbero senso i primi. Dicasi “dovere” un “incarico, incombenza”: in altre parole, qualcosa che è legato alla propria dignitas, “posizione”. Richiamare qualcuno a un’incombenza, grande o piccola, che gli è stata affidata, non contraddice la “dignità”, dunque, ma la conferma. Anche se è imbarazzante. Anche se non aggrada. Se l’affidamento di compiti e il rimprovero agli inadempienti fossero lesivi della dignità umana, bisognerebbe incarcerare tutti i maestri e i professori che redarguiscono gli allievi davanti alla classe –o anche solo davanti a se stessi.

            “Diritti umani” sono tutti i benefici/tutele che vengono riconosciuti a qualcuno in quanto membro dell’umanità. In particolare, dicasi “diritto” un “principio morale che regola i rapporti sociali […] instaurando un ordine […] la cui violazione comporta […] sanzioni certe.” (3) Sanzionare qualcuno secondo le norme concordate in una comunità, se sussiste la violazione, non è lesivo dei diritti umani. I quali sono, fondamentalmente: la vita, la libertà, la sicurezza della propria persona. (4)

Richiedere a qualcuno di imparare nomi e dati personali elementari delle persone con cui passerà 5-6 anni della propria vita non lede nessuno dei suddetti diritti. Richiedere a qualcuno di fare flessioni sulle gambe o fargli seguire un cineforum notturno nemmeno. Se qualcuno avesse da ridire in fatto di “libertà”, potrebbe benissimo parlare con le persone che gli hanno affidato i suddetti incarichi e defilarsene una volta per tutte. Sarebbe assai meglio che parlarsi alle spalle.

            Infine, “bullismo”: “Comportamento da bullo”, ovvero “Giovane arrogante, violento, losco, teppista.” (5) Niente a che vedere con le persone che impiegano tempo e pazienza per organizzare attività di gruppo fra coetanei, presentazioni dei compagni, uscite collettive con travestimenti carnevaleschi e gioco della bottiglia.

            Persone adulte e di comprovata intelligenza dovrebbero già conoscer chiaramente tutto questo. Ma pare che ci si perda sempre, fra parole, parole, parole…

 

(1)   Cfr. “Dignĭtās, -ātis”, in: Luigi Castiglioni – Scevola Mariotti, Vocabolario della lingua latina, Torino, 1966, Loescher.

(2)   Cfr. “Dovere2”, in: Salvatore Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana, Torino, 1966, UTET, vol. IV.

(3)   Cfr. “Diritto2”, ibidem.

(4)   Cfr. Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, art. 3: http://www.interlex.it/testi/dichuniv.htm

(5)   Cfr. Salvatore Battaglia, ibid., vol. II.

martedì 23 ottobre 2012

Donne dannate - Delfina e Ippolita


 
“Al pallido lume delle lampade languenti,
Su profondi cuscini impregnati di odore,
Ippolita sognava sotto le carezze potenti
Che alzavan la tenda del suo giovin candore. 
Cercava, con occhio turbato di tempesta,
Della sua ingenuità il ciel già lontano,
Come un viaggiator che volge la testa
Agli azzurri orizzonti passati al mattino. 
Dei suoi occhi spenti le lacrime molli,
L’aria affranta, lo stupor, la cupa voluttà,
Le sue braccia vinte, gettate come armi vane,
Tutto serviva, tutto ornava la sua fragil bellezza. 
Stesa ai suoi piedi, calma e colma di gioia,
Delfina la covava con occhi ardenti,
Come un forte animal che sorveglia una preda,
Dopo già averla segnata coi denti. 
Bellezza forte inginocchiata alla bellezza debole,
Superba, aspirava voluttuosamente
Il vin del suo trionfo, e s’allungava verso lei,
Come a raccoglier un dolce ringraziamento.
 
Cercava nell’occhio della sua pallida vittima
Il cantico muto che canta il piacere,
E la gratitudine infinita e sublime
Ch’esce dal ciglio come un lungo sospiro. 

<<Ippolita, caro cuore, che dici di queste cose?
Capisci ora che non devi offrire
L’olocausto sacro delle tue prime rose
Ai fiati violenti che le potrebber svilire? 
I miei baci son leggeri come le effimere
Che carezzan, la sera, i gran laghi trasparenti,
E quelli del tuo amante scaveranno i loro solchi
Come carri o vomeri strazianti; 
Passeran su te come greve pariglia
Di cavalli e buoi dagli zoccoli senza pietà…
Ippolita, o mia sorella! Volgi allor le tue ciglia,
Tu, mia anima e mio cuore, mio tutto e mia metà, 
Volgi a me i tuoi occhi pieni d’azzurro e di stelle!
Per un di questi sguardi incantevoli, balsamo divino,
Dei piaceri più oscuri leverò i veli
E ti addormenterò in un sogno senza fine!>> 
Ma Ippolita, allora, levando il giovane capo:
<<Non sono affatto ingrata e non mi pento,
Mia Delfina, soffro e sono inquieta,
Come dopo un notturno e terribil pasto. 

Sento effondersi su me grevi terrori
E neri battaglion di fantasmi sparsi,
Che voglion condurmi su strade malferme
Che un orizzonte sanguinante chiude da ogni lato.
Abbiam dunque commesso un’azione strana?
Spiega, se puoi, il mio tormento e il mio spavento:
Tremo di paura quando mi dici: ‘Mio angelo!’
E, tuttavia, sento la mia bocca andar verso te. 
Non guardarmi così, tu, mio pensiero!
Te che amerò per sempre, mia sorella d’elezione,
Anche se tu fossi un’insidia tesa
E l’inizio della mia perdizione!>> 
Delfina, scuotendo la tragica chioma,
E come scalpitando sul treppiede di ferro,
L’occhio fatal, rispose con voce dispotica:
<<Chi dunque, davanti all’amore, osa parlar d’inferno?
Maledetto per sempre il sognatore inutile
Che volle per primo, nella sua stupidità,
Impicciarsi d’un problema insolubile e sterile,
Alle cose d’amor mischiar l’onestà! 
Chi vuole unire in accordo mistico
L’ombra col calor, la notte col giorno,
Non scalderà mai il suo corpo paralitico
Al sole rosso che si chiama amore! 
Va’, se vuoi, a cercare un fidanzato stupido;
Corri a offrire un cuor vergine ai suoi baci crudeli;
E, piena di rimorsi e d’orrore, e livida,
Mi riporterai i tuoi seni stigmatizzati… 
Quaggiù non si può servir che un sol padrone!>>
Ma la fanciulla, sfogando un immenso dolore,
Subito urlò: <<Sento dilagar nel mio essere
Un abisso spalancato; questo abisso è il mio cuore! 
Ardente come un vulcano, profondo come il vuoto!
Nulla sazierà questo mostro gemente,
Né spegnerà la sete dell’Eumenide
Che, la torcia in mano, lo brucia a sangue. 
Che le nostre tende chiuse ci separin dal mondo,
E che la stanchezza porti il riposo!
Voglio annientarmi nel tuo petto profondo
E trovar sul tuo sen la freschezza delle tombe!>> 
Scendete, scendete, lamentabili vittime,
Scendete il cammin dell’inferno eterno!
Affondate al cuor del flutto ove tutti i crimini,
Flagellati da un vento che non vien dal cielo, 
Gorgoglian confusi con mugghio di tempesta.
Ombre folli, correte alla meta dei vostri desideri;
Mai potrete placar la vostra furia,
E il vostro castigo verrà dai vostri piaceri. 
Mai un raggio fresco rischiarerà le vostre caverne;
Per le crepe dei muri miasmi febbrili
Filtrano infiammandosi come lanterne
E intridono i vostri corpi dei lor profumi orrendi.
L’acre sterilità del vostro godere
Acuisce la vostra sete e rode la vostra pelle,
E il vento furioso della concupiscenza
Fa schioccar la vostra carne come una vecchia bandiera. 
Lontan dalla gente viva, erranti, condannate,
Pel deserto correte come i lupi;
Compite il vostro destino, anime disordinate,
E fuggite l’infinito che portate in voi!”
 
 

CHARLES BAUDELAIRE

(1866)

 

 

Ode corretta ai nemici


 
“Miei amati, miei cari nemici!
Devo confessarvi la mia simpatia.
Se voi foste di meno qui intorno –
uno potrebbe cadere nell’apatia.

Mi aggrada il vostro subbuglio.
Vi divido in tipi e in ranghi. Siete
il mio consueto allenamento quotidiano,
i miei attrezzi, i pesi e le sbarre.
 
La forma fisica è una bella sensazione.
Faccenda noiosa –vivere senza battaglie.
A causa della vita tranquilla uno
ingrassa nel cuore e perde il girovita. 

Grazie a voi, perché non siete polpa.
La mediocrità non va bene per essere nemici.
Se ho i bicipiti dell’anima –
è perché ho combattuto con voi. 

Quindi lode a voi!
Preservate il coraggio.
E consentitemi di battervi con garbo:
se voi mi piegherete sotto un arco,
quest’arco sarà, certamente, voltaico.” 

LINA KOSTENKO
(trad. di Paolo Galvagni)

Il veleno



“Il vin sa rivestir la più sordida bettola
D’un lusso miracoloso,
E fa sorger più d’un portico fiabesco
            Nell’oro del suo rosso vapore,
Come un sol calante in un ciel nebuloso. 

L’oppio ingrandisce quel che non ha limiti,
            Allunga l’infinito,
Approfondisce il tempo, scava la voluttà,
            E di piacer neri e cupi
Riempie l’anima oltre la sua capacità.

Tutto ciò non vale il velen che stilla
            Dai tuoi occhi, dai tuoi occhi verdi,
Laghi ove la mia anima trema e si vede al rovescio…
            I miei sogni vengono in folla
Per dissetarsi a quei flutti amari. 

Tutto ciò non vale il terribil prodigio
            Della tua saliva che morde,
Che affonda nell’oblio la mia anima senza rimorso,
E, trainando la vertigine,
La fa rotolar sfatta alle rive della morte!” 

CHARLES BAUDELAIRE
(I fiori del male, 1861)

lunedì 22 ottobre 2012

Una riflessione su "Meravigliosamente" di Giacomo da Lentini (II parte)

"Continuiamo il nostro discorso su Meravigliosamente.
Andiamo ora a concentrarci su un rapporto più nascosto e di cui poco ancora si conosce: il rapporto tra copista e manoscritto, che in questo caso occorre moltiplicare per tre. Trattandosi di codici assai rilevanti, possiamo qui muoverci su un territorio già ben dissodato. Questi tre famosi canzonieri, infatti, si collocano con certezza verso la fine del Duecento..." (continua) 
 

Donne dannate


“Come armenti pensosi sulla sabbia coricate,
Volgon gli occhi all’orizzonte dei mari,
E i lor piedi che si cercan e le lor mani avvicinate
Han dolci languori e brividi amari.  

Alcune, cuori invaghiti delle lunghe confidenze,
In fondo ai boschetti ove sussurrano i ruscelli,
Van compitando l’amor delle infanzie timorose 
E scavano il legno verde dei giovani arboscelli;

Altre, come sorelle, avanzan lente e gravi
Fra le rocce piene d’apparizioni,
Dove Sant’Antonio ha visto sorger come lave
I seni nudi e imporporati delle sue tentazioni; 

Vi son quelle, al lume delle resine cadenti,
Che nel cavo profondo dei vecchi antri pagani
Ti chiamano in soccorso delle lor febbri urlanti,
O Bacco, che addormenti i rimorsi antichi! 

E altre, di cui il petto ama gli scapolari,
Che, nascondendo una frusta sotto le lunghe vesti,
Mischian, nel bosco tetro e nelle notti solitarie,
La spuma dei piaceri al pianto dei tormenti. 

O vergini, o demoni, o mostri, o martiri,
Del mondo grandi spiriti sprezzanti,
Cercatrici d’infinito, devote e satire,
Talor piene d’urla, talor piene di pianti,

Voi che nel vostro inferno la mia anima ha seguito,
Povere sorelle, vi amo tanto quanto vi piango,
Pei vostri cupi dolori, le vostre seti inestinte,
E le urne d’amor di cui i vostri gran cuor son pieni!”
 

CHARLES BAUDELAIRE

(I fiori del male, 1861)

lunedì 15 ottobre 2012

Una riflessione su "Meravigliosamente" di Giacomo da Lentini (I parte)

"A questo punto, proviamo a porre domande di teoria (relativamente alla critica testuale) a un testo celebre della letteratura italiana delle origini: la canzonetta Meravigliosamente del “Notaro” Giacomo da Lentini. Cominciamo dal primo ambito: incertezza su ciò che vi è, ovvero sui manoscritti che tramandano il testo. Attualmente la canzone del notaro è attestata dai tre manoscritti fondamentali della poesia italiana del Duecento, convenzionalmente indicati con le sigle A, B e C..." (continua)

Lorenzo Dell'Oso, Filologia del mondo nuovo su Edoardo Varini Publishing

mercoledì 10 ottobre 2012

Mamma Giustizia (2)


P., una volta tanto, si sfoga. <<Era una banale controversia di condominio>> racconta. <<Io ho portato al giudice un faldone intero, per documentare le fesserie che erano state fatte. Sai cosa mi ha risposto? “Mah… Non ho tempo di leggere tutta quella roba. Prenderemo un paio di fogli a caso e basteranno…” E invece no. Se ho portato un fascicolo intero, significa che le cose che non andavano erano molte e da quello non si può prescindere, se si vuole dare una sentenza adeguata. Lasciamo perdere come viene custodita la documentazione… Avrei potuto prendere un fascicolo qualunque, sfruculiare o farlo sparire, a mio piacere…>> P. racconta anche di fogli macchiati di sugo, ricordo di letture affrettate durante la merenda, magari davanti al televisore. In un altro caso, aveva richiesto un risarcimento per danni. <<Abbiamo ragione al cento per cento>> gli aveva detto il suo avvocato. <<Però, guarda, non posso assicurarti niente… Dipende da come il giudice si sarà svegliato alla mattina>>. Il magistrato diede ragione a P. Da sei anni, sta attendendo il risarcimento che gli spetta. Viene “dal Sud”; vive e lavora in Lombardia. Ha parenti negli U.S.A. <<La cultura americana ha molti difetti, senz’altro. Però, va riconosciuto almeno questo: se qualcuno commette un reato, poco dopo si ritrova davanti al giudice e la sentenza viene data senza tante lungaggini. A meno che non si tratti di omicidio, per il quale c’è un iter più lungo… Il punto è che nessuno sta a rigirare i fatti, a giocare con le parole. Io sono quadrato, su certe cose. Non capisco come possa un avvocato difendere uno stupratore. Non capisco la stupidità e la crudeltà di chi dice alla vittima: “Tu eri in minigonna, andavi in cerca…”>> Peccato che anche la giustizia si venda e si compri. Giusto lunedì scorso, 8 ottobre 2012, è stato inaugurato il nuovo presidio di "Libera" a Pavia. Combattere la criminalità organizzata. Un lavoro da magistrati modello. Giustappunto…

martedì 9 ottobre 2012

Utopia


Vivo nel più libero dei mondi possibili. Una polizia vigila affinché tutti siano liberi. Ognuno è tenuto a portare documenti che attestino il suo stato di libertà. I tribunali giudicano i casi di mancato rispetto della libertà. Libri, giornali, film e televisioni esaltano la libertà. C’è un Ministero della Libertà e il Parlamento approva solo leggi conformi al principio della libertà. Non possiamo dire che sia sempre un idillio… C’è anche chi non rispetta la libertà. Ma per costoro esistono ottime carceri.