venerdì 28 settembre 2012

Cronache nere


 
La prima raccolta di Andrea Gobbato è dedicata sia ad amici che nemici: “a chi, insomma, fa in modo che la mia vita non sia schifosamente vuota” (frontespizio). La vita, intesa come quotidianità concreta, trabocca dai suoi racconti, fra discoteche, automobili, strade, letti. Proprio questi sono i luoghi Dove allignano le cose oscure.

            Il titolo della raccolta è tratto da Carrie (1974), il primo romanzo di Stephen King. Questo autore è indicato da Gobbato fra le fonti della sua passione letteraria. Non ci sono dubbi sul DNA della sua musa, del resto. È sicuramente la stessa che ha partorito l’Overlook Hotel e il sovrannaturale Shining, consacrati dal genio di Stanley Kubrick.

            Gobbato, anche nella testata del proprio blog, sottolinea la propria esperienza come giornalista. Precisa d’aver collaborato, durante gli studi a Pavia, con il mensile studentesco Inchiostro. Infatti, la sua prosa ha un che di giornalistico: periodi brevi, attenzione ai dettagli materiali, lessico immediato e, a tratti, colloquiale. Sono elencati le birre, i Moijti, le sigarette in cui i giovani protagonisti sfilacciano i prologhi delle proprie tragedie. C’è qualcosa di cinematografico, anche. Ricorda la classe di Uma Thurman la misteriosa apparizione che seduce Dennis (pagg. 72-73).

 La narrazione cammina in bilico tra horror e leggenda metropolitana; dà l’illusione d’essere non fiction, ma reportage dell’incubo. A volte, la parentela con la cronaca recente non è neppure troppo velata (Odori; Le mani di Chuck). La penna (o la telecamera?) scende nelle vite dei personaggi: nelle case, nelle lenzuola, negli armadi. Indugia senza metafore sulla fisiologia. Fino a penetrare dentro “i recessi più bui del nostro cuore, i pozzi neri dove creature senza nome strisciano, in agguato” (pag. 9). Gobbato indaga le forme dell’oscurità. È ritorno di paure rimosse per Beatrice, diciassettenne che vive la prima notte di solitudine domestica (Cane mangia cane). È compiacente verso le trasgressioni di Dennis, sedotto fatalmente da un Rossetto viola. Si fa complice dell’amore, ma anche del delitto che gli striscia alle spalle (L’Uncino). La sua opacità permette ai segreti dell’animo di brillare sul suo sfondo, finché l’uomo non si vede intero (Ancora una). Rende tutto possibile e reale, anche un demonio che insidia il pianerottolo (C’è qualcuno alla porta) o lo sconfinamento oltre barriere eterne (Tornerò). Gobbato avvicina, poi, la più esotica mitologia mesopotamica alla vita d’una comune famiglia (L’armadio di Nancy). Anche l’uomo e gli altri animali finiscono per scambiarsi il posto, nella comune condizione di prede (Il cacciatore). Ma le prede umane sono più sfortunate, perché vittime di sadismo gratuito (Cuore Nero; L’Uncino) o dei propri stessi preconcetti difensivi (Lo sconosciuto). Nessuna creatura, oltre all’uomo, può affermare: “Quello che ho fatto l’ho fatto perché è la mia natura. Perché sono cattivo dentro” (pag. 48). Dal virus del Male nessuno è immune. Questo è anche il tormento della criminologa Julia Kendall, protagonista della serie a fumetti ideata da Giancarlo Berardi per l’editore Sergio Bonelli. Perché combattere il Male significa incontrare Gli occhi dell’abisso (Julia, n°1). E Gobbato, come Julia, sa che, se guarderai a lungo nell’abisso, anche l’abisso vorrà guardare in te (Edgar Allan Poe) 1.

Andrea Gobbato, Dove allignano le cose oscure, 2012. Scaricabile gratuitamente da qui.

1  La citazione concludeva Julia, n°1 - Gli occhi dell’abisso e apre la raccolta di A. Gobbato.

martedì 25 settembre 2012

Rondini come formiche



Sembrano davvero formiche, nere e pullulanti in una distanza indefinita. Se non che il loro prato è il cielo e si distribuiscono ignari chiassosi e sublimi canti. Rondini come formiche, dice Barbarah Guglielmana. La sua raccolta è nata guardando il cielo: un atto che può essere quotidiano, oppure unico, a giustificare una vita intera (La mia poesia). È dedicata alla madre dell’autrice; per l’appunto, la maternità è un tema ricorrente. La femminilità, nei versi di Barbarah, è corposa e lacerante. Si presenta attraverso il Mestruo (pag. 12), la gravidanza o l’allattamento, visto come un legame d’amore-morte dai risvolti quasi vampireschi: Il prosciugamento/ avvenne/ ad opera di un uomo bambino/ che succhiò/ fino all’ultima goccia/ la mia linfa […] Poi me ne sono andata via/ con la mia pelle morta. (pag. 20).
            Questo linguaggio, d’una semplicità abissale, fa intuire come non vi sia nulla di troppo umile per la poesia. Le tracce d’un amore finito s’incarnano in pentole, rimaste indivise ad attendere un erede di vita (pag. 22). Un poco di polline impigliato in una ragnatela diventa una sirenetta danzante, ansiosa di tuffarsi nel cielo (pag. 41). Il Pesce fritto a fine luglio (pag. 37) è un torpore in cui tempo e ricordi sfuggono di mano (forse), mentre l’esistenza è tutta in quel sapore di sale e sudore. Ci sono anche cenni di attualità, al lavoro, al precariato e all’emigrazione. Né retorica, né recriminazioni; solo la consapevolezza di dover vivere risparmiando sui debiti (pag. 47), o l’asciutto epitaffio di un Addio operaio (pag. 49). Le tragedie del possibile sono scolpite senza sbavature, con la stessa naturalezza con cui la poetessa osserva la quotidianità –e con essa si fondono.
Dalle rondini del titolo all’affaccendarsi delle formiche umane: il passaggio è fluido, quasi impercettibile. D’altronde (sembra suggerire Barbarah), la distanza fra uomini e rondini non è tanto abissale. Anche noi potevamo volare, ma dopo un’effimera leggerezza abbiamo smesso di farlo,/ sorvolandoci.

Barbarah Guglielmana, Rondini come formiche, (“L’Arabesco”), Pavia, 2009, Edizioni O.M.P.

lunedì 24 settembre 2012

Il rapporto tra copista e manoscritto. Secondo ambito di incertezza

"Come si esplica per il copista l’incertezza su ciò che per lui vale? Dal nostro punto di vista l’incertezza sulla valutazione che il copista esprime nei confronti del testo si manifesta in due ambiti: quello tra il copista dotto e il testo che egli deve vergare; e quello tra chi commissiona il testo e il testo stesso. Quando siamo alla presenza di un copista dotto (abbiamo fonti riguardo alla sua vita, alla sua formazione culturale etc., quindi, ci è noto), è semplice indagare la sua componente valutativa nell’atto di copiatura del testo e, soprattutto, di scelta di un certo testo da copiare.
Quando, al contrario, ci troviamo dinnanzi a un copista per professione, di cui non conosciamo nulla (nemmeno il nome), l’unico indizio per interrogare la sua componente valutativa potrebbe risiedere nella conoscenza della storia del monastero o, in generale, dello scriptorium, con la conseguente ricerca dei libri lì contenuti: in altre parole occorre conoscere quale “aria” si respirasse in quel monastero e in quel preciso momento storico, e “chi” respirasse per l’appunto quell’aria..."

Il mal di Culagna



IL MAL DI CULAGNA
di Angelico Mazzanti

Il multisala Arlecchino di Culagna ha chiuso i battenti. Un fallimento annunciato: da anni, scarseggiavano gli spettatori, benché il cartellone proponesse capolavori come Pinca e Pallino o Il naso rosso, col grande comico Clownio Risio. Davanti a questo, una domanda s’impone: dov’erano finiti gli studenti universitari? È presto detto. Poco si curano della settima arte. Preferiscono spendere 10 euro per una scatola di pasta o una dozzina d’uova, piuttosto che per il biglietto. In questi anni – come al loro solito- hanno protestato e supplicato il Comune di fare attenzione al problema; ma al cinema non si son fatti vedere, se non durante rassegne e cineforum per intellettualoidi.
            Si nota bene la loro presenza altrove, invece. La spumeggiante movida di Culagna impazza ben una volta alla settimana, nel Corso Antico. Quella sera, tre locali restano aperti fino alle 20:30. Ognuno di essi accoglie almeno 15 avventori –ovviamente, quasi tutti studenti. A volte, si aggiungono concerti di gruppi giovanili notissimi, come i Chicken Pie o i Vehículo Longo: tutti, rigorosamente, sorti nelle vicinanze di Culagna.
            La movida sfrenata comporta elevati costi annui, per la nettezza urbana: 500 euro contro i 200 000 che la movida immette nel circolo dell’economia locale. Ricorderete la carta di caramella rinvenuta vicino al monumento ad Annibale Asdrubaloni. Il portavoce di un’associazione studentesca ha osato dire che il problema sarebbe legato alla scarsità di raccoglitori per l’immondizia. Palese menzogna, dato che il Comune ne ha elargito ben uno al chilometro. Ci auguriamo che la polizia municipale e i cittadini stessi rimettano in riga la canaglia universitaria, che a buon diritto definiamo “mal di Culagna”.
 

martedì 11 settembre 2012

Il rapporto tra copista e manoscritto. Primo ambito di incertezza

"Il secondo livello dell’incertezza investe il rapporto tra il copista e il manoscritto che egli deve copiare. Riguardo al primo ambito – su ciò che un copista dice vi sia un copista di professione (pensiamo al classico amanuense del monastero medievale) tendenzialmente non si pone, o non si dovrebbe porre, il problema su ciò che vi è, ovvero sul manoscritto che ha dinnanzi, giacché la sua professione consiste semplicemente nel mero atto della copiatura. O meglio: occorrerebbe indagare questo campo, poco battuto dagli studi paleografici. [...]"








Lorenzo Dell'Oso, Filologia del mondo nuovo su Edoardo Varini Publishing

lunedì 10 settembre 2012

Baraonda!


Immaginate un vortice di quadri apparentemente slegati l’uno dall’altro, ma attratti in una spirale senza freno. Materia che si contrae in un nucleo densissimo, destinato a un nuovo Big Bang.

            Questa è la Baraonda! di Vincenzo Di Pietro. Titolo di cui precisa la definizione data da Tullio De Mauro: “Frastuono prodotto dal movimento confuso e dal vociare di molte persone […] insieme confuso di cose, disordine” (Dizionario della lingua italiana). Poco dopo, la precisione lessicale esplode nei petali di una notte marcia.

            Baraonda! è un “cortoromanzo pulp” di 114 pagine. 14 capitoletti, i cui incipit sono preceduti da scarne note in minuscolo, fra parentesi. Così come fra parentesi sono i pensieri dei protagonisti, il materiale umano del vortice. Gialluchetto fugge da un innominato “mostro”. Mariano spalanca la propria mole nel condominio dove “comanda lui”, usuraio e uxoricida. E papà adorato, per la sua Romina. Mimmo sonnecchia sul proprio tesoro di vecchiaia, venti casse di birra gelosamente stipate in casa. Verso quelle si libra Fabrizio, trasformato in fenice dalle pasticche. Franco si barcamena da vero vitaiolo, sotto la spada di Damocle di un debito. Rodolfo trasforma le bottiglie in bombe, con la sola forza dell’allucinazione. Solo Pasquale è perfettamente lucido, sull’escavatrice e col preavviso di licenziamento.

            Questa Pescara fa un salto nel buio, rispetto alle atmosfere di Senza te (2011). Non c’è più la stralunata poesia d’un amore studentesco. Qui, il vortice è fatto di sangue, alcool, escrementi. Ogni pagina è un nodo di fragori. Vincenzo Di Pietro è consapevole del “fuori programma”. “Avevo una voglia matta di scrivere qualcosa che suonasse come un mefistofelico Hellzapoppin’…” (pag. 113). Qualcosa che l’ha fatto ringiovanire, dice. Perché “era tutta una baraonda, che sembrava essere disegnata da un bambino sul cartellone da appendere a un muro, con i colori rosso e giallo e azzurro elettrico, con i colori aguzzi, liquidi, infuocati” (pag. 103). Apocalisse –o rogo rinnovatore, come suggerirebbe Fabrizio-fenice.

Con un po’ di fortuna, nessuno mai più la vedrà: questo è lo scaramantico augurio. In fondo, proprio di fortuna si tratta, quando la vita s’aggroviglia. Anche qui, è la dea capricciosa a scegliere uno strano embrione, per far rinascere la vita dopo il “Big Bang”. Del resto, niente va come dovrebbe andare secondo il senso comune. “…Perciò” dice P.K. Dick, sul frontespizio “dovrei riuscire a salvare il culo, in tutta questa baraonda…”

 

Vincenzo Di Pietro, Baraonda!, (“I Leoncini”), Milano, 2012, Leone Editore. (In allegato a Libero, 24 luglio 2012).

Per provare qualcosa a se stessi


Mi destano le più peculiari perplessità le personalità “aperte e problematiche” che, pure, sono permeate da un solido positivismo. Cosa c’è realmente dietro la “negazione di tutte le certezze”? Non è forse essa stessa una certezza?

            Questo e altro mi si rigira in mente, leggendo scritti critici su Antonia Pozzi (1912-1938). Si laureò presso la Regia Università di Milano, con una tesi in Estetica. Suo relatore era il prof. Antonio Banfi. Così lo descrive Maria Corti: “C’era in Banfi da un lato una capacità e forza intellettuale di mettere in crisi le nostre più radicate sicurezze, religiose o filosofiche che fossero, e dall’altro di innestare su quelle crisi un problematicismo alquanto drammatico ma affascinante…” (1) Altrimenti detto, con le parole della Pozzi: “Paci. Dostojevschiano anche lui. E anche lui sente, acutamente, che una visione filosofica come quella di Banfi applicata alla vita di un giovane porta a spaventose conseguenze pratiche. Comprendere tutto, giustificare tutto. L’assassino, l’idiota, il santo. Ma allora anche noi possiamo farci assassini, pur di non rifiutare nessuna esperienza?” (2) Eppure, non era un nichilista o un cinico. Dino Formaggio lo ricorda come un “persuasore di vita” (3): spingeva a porsi una meta, un compito concreto da eseguire davanti alla collettività e alla Storia. Qualcosa di simile a ciò che la Pozzi accarezzava negli ultimi anni di vita: studiare la realtà circostante, attraverso lo strumento del romanzo storico. Ricorda un po’ lo spirito empirista e socialmente impegnato dei Naturalisti francesi, questo professore di Estetica. È facile immaginarlo vividamente, coi modi misurati, il sorriso distaccato, l’amabile disponibilità all’ascolto. Non stupisce il fatto che la Pozzi gli si affidasse al punto da consegnargli alcune delle proprie poesie: il che equivaleva a sottoporgli se stessa. Uno strano confronto: la melanconica, intimista Antonia davanti all’ “uomo del dubbio” che agiva come se non avesse affatto dubbi. Qualcuno per il quale le crisi andavano ammesse soltanto nella Storia: quelle individuali dovevano essere superate. Il buon banfiano avrebbe dovuto assumersi responsabilità e “fare”. Fare. Non è detto che equivalga a “vivere”.

            Pochi anni dopo la laurea, Antonia Pozzi si suicida. La medicina della poesia non poteva più salvarla. Troppi “buoni consiglieri” l’avevano screditata. Fra questi, gli “amici” di Antonia e lo stesso Banfi. “Scrivi il meno possibile” le diceva Enzo Paci. “Io penso che tu sei molto intelligente ma molto disordinata. […] Bisogna avere più volontà. E del resto la volontà è come un muscolo: basta esercitarla” (4) la rimbrottò Remo Cantoni: lo stesso che voleva fare di lei “una vera donna” (5). Ma cercar di costruire una “vera donna” o un “vero uomo” significa sprecare la persona che si ha di fronte. Antonia Pozzi non era una “buona” banfiana. Era una personalità che avrebbe voluto “sgorgare per donarsi” (6), i cui pregi stavano nella capacità d’affetti forti e costanti, nel trasformare sogno e dolore in canto. Decenni di vita possono assumer senso da un istante di bellezza –senza bisogno d’altro. È ciò che non capiranno mai i “positivisti”, le anime “equilibrate” che decostruiscono coloro a cui si trovano davanti, per riconfermare le proprie convinzioni. Per la prima volta, mi balena il senso di quelle parole:

…ti piacerebbe fuggire lontano

e fermare chi si è permesso

di legare ad un muro le tue speranze

per provare qualcosa a se stesso… (7)

 

(1)      M. Corti, Dialogo in pubblico, Milano, Rizzoli, 1995, p. 31.

(2)      A. Pozzi, Diari, 6 febbraio 1935.

(3)      G. Scaramuzza (a cura di), La vita irrimediabile cit., p. 154.

(4)      A Pozzi, Diari, 4 febbraio 1935.

(5)      A. Pozzi, lettera da Pasturo a Vittorio Sereni, 20 giugno 1935.

(6)      A. Pozzi, Diari, 4 febbraio 1935.

(7)      La libertà di volare (Carletti G. – Chiarelli M.), in: Nomadi, Liberi di volare, 2000, Edizioni Warner Chappell Music Italiana.

Pànta rheî


“Io ho sempre teorizzato, simbolizzato, divinizzato le contingenze particolari, proiettato in ischemi quelle che erano solo delle esperienze individuali. Ognuna delle posizioni momentanee mi pareva la missione di tutta la vita. E invece la vita cambia ad ogni istante, ogni forma dell’essere nasce con un principio di morte, l’eterno è in tutte le cose, è nell’incessante variare di tutte le cose, ma nessuna cosa è l’eterno.”

 

ANTONIA POZZI

(Diari, 21 marzo 1935)

 

 

 

domenica 9 settembre 2012

Il prezzo del mondo


Tutto avrei pensato, tranne che mi sarei commossa, guardando Scarface (1983). È stata una reazione quasi dissacrante, considerando che si tratta del capolavoro del genere gangster movie –non proprio un polpettone melenso. In particolare, la celeberrima scena della motosega era proprio pulp e splatter come l’aveva preannunciata Saviano. Tutto quel sangue per concludere una transazione commerciale… e mo’ chi pulisce???

            Comunque, a mente più riposata, quella commozione non era così ingiustificata. Ἔλεος si accompagna sempre a φόβος. È la formula della tragedia.

            All’inizio, avevo pensato a Sofocle, alla solitudine feroce del suo Aiace. Ma è più calzante il paragone colto da Roberto Saviano: quello con Achille, il guerriero che va incontro a una morte prevista e, forse soprattutto per questo, sa che vale la pena di combattere senza risparmiarsi.

            Dante scrive che, in una tragedia, l’inizio è piacevole, ma il finale terribile. A dire il vero, anche l’incipit, in questo caso, non mi è parso così luminoso. Tony Montana arriva negli Stati Uniti come galeotto sbarcato senza troppi complimenti fuori da Cuba, insieme ad altri reietti “antirivoluzionari”. “Sapete come sono i comunisti? Sempre a dirti cosa devi fare, cosa devi pensare, cosa devi volere…” Non proprio il genere di regime con cui è compatibile un ego così volitivo. Di sicuro, si trova molto meglio a Miami, che Brian De Palma dipinge come un paradiso vacanziero. Almeno in superficie. Nel suo cuore, pulsano il traffico di cocaina, la criminalità organizzata, le torture. Proprio per questo, però, Tony avverte che è il posto giusto per prendersi qualcosa. Ma cosa, esattamente? “Il mondo… e tutto quel che c’è dentro.”

            Fin da subito, Tony è un “diverso”. A partire dalla cicatrice che gli ha fruttato il soprannome. Ricordo di un (quantomeno sospetto) “gioco fra ragazzini”. Anche Edipo portava cicatrici. È il Destino che ammicca.

            Non somiglia per nulla a Frank Lopez, il suo boss. Costui è uno zerbinotto che ricorda squisitamente le annotazioni di Amleto: un uomo può sorridere, sorridere ed essere una canaglia. Ben poca voglia di sorridere ha invece la sua donna, Elvira. Un nome da opera lirica per una regina, o presunta tale. In realtà, pare che nulla la soddisfi veramente. È ben più lucida dello svaporato Frank. Parte da una disillusione iniziale: sente che non troverà alcuna felicità ideale; dunque, si cura d’ottenere tutto quanto può darle il “reale” e, per il resto, tace.

            Prevedibilmente, Elvira passa dalla casa di Frank a quella di Tony, quando questi l’ha scalzato. È lei a conferire il potere, come quelle sacerdotesse babilonesi che consacravano i sovrani attraverso la ierogamia. Tuttavia, fin da subito qualcosa non va. Nella villa principesca di Montana, c’è una tigre tenuta al guinzaglio. Proprio a quella creatura era stata più volte paragonata Elvira. Da pochissimo è stato celebrato il suo matrimonio con Scarface e già è pronta la “gabbia”: l’alienazione nell’alcool, nel fumo e nella cocaina.

            Nemmeno lui è soddisfatto. Tutto quel sangue e quella fatica gli sono valsi solo a imbalsamarlo in uno smoking, rendendolo uguale ai fantocci ingioiellati che disprezza. A chi impernia la propria vita sul “far soldi”, dà la migliore lezione possibile: senza una passione gratuita, senza il gusto per quanto gli uomini hanno creato di bello, la vita è troppo poco. Il suo male di vivere culmina in un monologo memorabile: l’apologo del bad guy, colui che è rimasto uguale a se stesso, a costo d’essere “il cattivo”. Ai “buoni” servono i “cattivi”, per potersi autocompiacere. Anche se neppure loro sono felici.

            La tragedia prosegue in crescendo, con pennellate degne del Seneca più cupo. Non manca nemmeno il sentimento incestuoso, che porta Tony ad affrontare, per gelosia, l’amico d’una vita. Anche questo un τόπος da opera lirica. Tutto molto plateale, ma mai tale da suscitare nello spettatore l’irrisione o l’incredulità. L’incantesimo è avvolgente, come a teatro. Diceva bene Umberto Eco: due cliché fanno ridere; cento cliché commuovono.

            Chi ha visto il film ricorderà sempre Scarface congelato in quella scena culminante: lui che precipita dal balcone/palcoscenico, a braccia distese. Un controcanto diabolico al Crocifisso –o l’estremo tentativo di stringere il mondo intero.

            Null’altro se non il melodramma può presentare l’atroce nella sua interezza, senza distruggere lo spettatore. È μελέτη θάνατου, un “esercitarsi alla morte” che, però, ci lascia vivi. Purificati –forse- dall’aver soppesato il prezzo del mondo. Il quale è a un passo da noi, ci sfiora le dita –ma chiede in cambio, per essere posseduto, tutto quanto noi siamo. 

La ricetta dell'aria fritta


 


Ovvero: come far parlare la gente per mesi o anche anni. L’impresa vi sembra troppo ambiziosa? Non scoraggiatevi, cari verbo-gastronomi: ecco qualche semplice consiglio per cucinarsi la buona fede di chi leggerà il prodotto delle vostre fatiche.


1)     I “casi” sono questione di lingua. Perché una faccenda diventi importante, è sufficiente che siano in molti a parlarne. Raggiunto questo obiettivo primario, la vostra notizia troneggerà in ogni dove. Non importa che si tratti della Terza Guerra Mondiale o delle verruche della signora Pina;

2)     Onora la chiacchiera da bar. È fondamentale che il “caso” diventi materia di fervide discussioni fra una birra e un caffè. Il vostro target dev’essere l’uomo comune che s’illude d’essere un ingegno superiore, folgorando gli amici con le proprie “rivelazioni” (es.: “Oggi sono tutti raccomandati”; “Non è cambiato niente dai tempi di mia nonna”…);

3)     Meglio abbondare col pepe. Usate, se potete, concetti tanto forti quanto flessibili (“democrazia”; “maschilismo”/”femminismo”; “omofobia”/”omosessualismo”; “diritti”; “religione”/”laicità”; “libertà”; “giustizia”; “civiltà”; “verità”…). Non preoccupatevi di rivedere le vostre affermazioni: buona parte dei lettori saranno cullati dal suono delle parole, senza aver che una vaghissima idea del loro significato;

4)     Un’affermazione costantemente ripetuta diventa una verità. Era già il succo della propaganda nazista (e non solo), nella prima metà del XX secolo. L’efficacia del metodo non necessita di ulteriori dimostrazioni;

5)     Stay tuned. Dovete sempre essere aggiornati sugli argomenti “caldi” del momento. Una volta recepitili, alla polizianesca maniera, “cogliete la rosa”;

6)     Il complottismo è per sempre. Quando le cose vanno male, da che mondo è mondo, scodellare una bella “teoria del complotto” ha sempre fornito una facile “spiegazione”. A voi, solo l’imbarazzo della scelta: Massoneria, lobbies, “la casta”, Vaticano, alieni, fascio-comunisti, disneyani…;

7)     Ricordatevi di conciare per le feste. Tassativamente: non parlate bene di chicchessia, a meno che non sia per eroizzarlo in modo sperticato. La gente segue di più una stroncatura o una radicale presa di posizione, piuttosto che un discorso che soppesi i pro e i contro. È il principio del minimo sforzo: in questo caso, dello sforzo intellettuale. Per il resto, “la calunnia è un venticello”: ci penserà lei a farvi pubblicità;

8)     (S)correttezza politica. C’è chi dice che bisogni andare contro il politically correct, per sollevare vespai. In realtà, vi stupirete di quanta poca differenza ci sia fra “correttezza” e “scorrettezza”, in questo campo. Entrambe, infatti, solleticano i nervi più sensibili. E voi non dovete badare ad altro;

9)     Non avrete altra maestra all’infuori della casalinga di Voghera. Con tante scuse alle casalinghe e a Voghera, del resto, che forse non meritano in tutto la propria nomea. In ogni caso, sparate le sentenze del senso comune come fossero genialate stratosferiche;

10) Turn the brain off. Capirete bene che è fondamentale, sia da parte vostra che da quella dei lettori, per poter applicare quanto fin qui indicato.

That’s all, folks! Casomai, poi, fossero rimasti dubbi, sfogliate qualche giornale largamente diffuso. Meglio ancora se nelle versioni on line. Non mancherete di trovare la dimostrazione di quanto questa ricetta funzioni, anche a livelli “professionali”. Cosa aspettate, cari amici? Indossate il grembiule e mettetevi ai fornelli!

La vostra

Dentella D’Erpici 

Cose da ragazze


Pasturo, 20 settembre 1936


Caro Vittorio,

torno a scriverti questa sera con un po’ di calma per dirti che oggi, giù al tennis, ho visto la Isa e che con mia somma gioia ho visto riconfermati tutti i migliori giudizi che io ho dato su di lei. È veramente una cara ragazza intelligente e bisogna proprio perdonarle alcuni brevi ‘errori di recitazione’ e qualche atteggiamento sbagliato. Sostanzialmente, è una personalità molto interessante, direi quasi eccezionale, e mi sembra di volerle sempre più bene. Sai che della vostra passeggiata, senza che io dicessi una parola, mi ha dato la stessa precisa versione che mi hai dato tu? Impossibilità di creare artificiosamente un’atmosfera –o meglio: di sostenere un’atmosfera creata artificiosamente –ritrovarsi delusi e smontati di fronte alla realtà dopo il lavoro d’immaginazione. Non abbiamo potuto dire di più. Ma mercoledì passerò tutto il pomeriggio da lei e potremo parlare. Ma la cosa sensazionale è questa: sai che cosa è venuta fuori a dirmi, spontaneamente, mezza ridendo, mezza nascondendosi con quella sua strana faccia ambigua? Che fra me e lei non si può parlare di amicizia e che per lei è un po’ come se fosse innamorata di me! Non è lo stesso discorso che ebbi a farti io a questo proposito? Ti assicuro che questa reciprocità, trattandosi di un sentimento tanto strano, mi ha molto colpita. Mi ha perfino detto che, quando mi vede, le viene una gran voglia che io la baci: e ti confesso che per me è lo stesso, cioè l’inverso: mi viene una gran voglia di baciarla. Di’ quello che vuoi: non mi è mai capitata una faccenda simile e ti assicuro che non ci capisco niente. Tanto più che, per quanto ambigua possa sembrare a raccontarla, la cosa non ha, nella mia intimità, niente di morboso: forse, per me è proprio come ti dicevo –l’idea che sia stata amica di Remo. Ma per lei, come si spiega? Con questi problemi di complicata psicologia femminile, ti lascio…”


ANTONIA POZZI

(Lettere)

Niente di straordinario


Sarà stato un mero svago estivo… Una di quelle cose che purgano il cervello dallo stress da studio, quando lo Spirito della Pennichella vieta di applicarsi a peripteri, khilani e scrittura cuneiforme. È anche un modo per ricrearsi fra donne di casa, quando il (cosiddetto) capofamiglia si è dislocato dalla “zona televisore”. Don Matteo ha collezionato diverse serie e tiene duro. A volte –confesso- mi tenta il cinismo. Magari bastasse il parroco del paese a risolvere ogni caso. Da Gubbio, avrebbe anche potuto fare un salto a Perugia, per esempio. È più abile perfino dei carabinieri professionisti. E lasciamo stare le barzellette, per favore. Anche se il maresciallo Cecchini sembra tratto di peso da esse. Mettiamoci, piuttosto, a sognare sui “dolori del giovane Tommasi”, indeciso tra la fidanzata e la figlia del collega. Bisogna ammettere che con il suo telegenico fascino il povero Severino compete invano.

Quanto a don Matteo, è sicuramente il parroco che chiunque vorrebbe. Sa fare tutto: cavalcare, guidare una ruspa, allenare una squadra di rugby… Peccato che porti jella: ha trasformato una tranquilla cittadella in un vivaio di crimini. Non parliamo di Natalina, la perpetua più perpetua che si possa immaginare. Non è mai stata sposata, ma ha appreso perfettamente le maniere delle mogli da leggenda metropolitana. Il povero sagrestano ne sa qualcosa.

            Nel frattempo, tutto scorre secondo copione: avviene un delitto; don Matteo tallona le indagini; una parola casuale gli mette la pulce nell’orecchio e il nodo si scioglie. I carabinieri arrivano regolarmente dopo, giusto quando “il don” ha finito di enunciare la morale della favola al colpevole. Quindi, si torna alla normalità, con i bisticci coniugali di Cecchini o gli invaghimenti autunnali di Natalina.

            Niente di straordinario, insomma. Per questo –a pensarci bene- Don Matteo cattura la fedeltà del pubblico. Non è un poliziesco tutto pupe e sparatorie. Non c’è nessun eroe plastificato che fa acrobazie con cinquanta proiettili in corpo. Nessun supercattivo pescato dagli avanzi dell’Inferno dantesco. Tutti i personaggi sono umani. S’innamorano, battibeccano, mangiano la parmigiana di melanzane. Anche il colpevole, che non è mai additato come “mostro”. Se don Matteo arriva là dove gli altri tardano, è perché guarda alle persone, anziché alla burocrazia da caserma. Questa fiction, pur così poco ambiziosa, fa intuire quanto rimanga celato dietro l’ “urlato” dei notiziari. Fa capire che l’ “anormalità” del delitto potrebbe riguardare anche noi. Sebbene si speri sempre di no.

Il rapporto tra editore e manoscritto. Terzo ambito di incertezza

"[...] È chiaro come sia impossibile entrare nella testa dell’autore; ma allora in che modo tendere alla certezza anche in questo ambito? All’idea di completezza nell’approccio che l’editore ha nei confronti di un testo? Potremmo suggerire una proposta, come fa da qualche anno la filologia statunitense. Un metodo (anche questo soggetto in parte all’incertezza) potrebbe consistere nella ricostruzione storica della biblioteca dell’autore, come è stato fatto – e si sta facendo anche in buona parte della filologia novecentesca: ultimo il caso della biblioteca di Dante, su cui si è recentemente espresso Luciano Gargan. Di altri scrittori – come, per esempio, Petrarca – siamo in possesso di fonti che attestano i volumi fisicamente posseduti dall’autore. [...]"





Lorenzo Dell'Oso, Filologia del mondo nuovo su Edoardo Varini Publishing

Fra Alta e Bassa


È bello cominciare con un esordio alla “Turisti per caso”: Bergamo? Sapevo che c’era, ma non la immaginavo così…

            F. me l’aveva magnificata, perciò gli “dovevo” la replica della gita, in versione “Attenti a quei due”. Appuntamento fissato alla stazione di Bèrghem. La conquista d’un posto sul treno, per la sottoscritta, è stata qualcosa di rocambolesco. A partire dal fatto che Manerbio ignora una meravigliosa invenzione del progresso: i biglietti a fascia chilometrica… Comunque, dopo coda alla biglietteria, improperi, corsa sul vagone e altri improperi, la situazione ha trovato un suo status quo. Il tragitto è stato allietato dalla compagnia di due liceali trentini in viaggio per la Spagna, di treno in treno (che la Forza sia con loro!). Va da sé che, al capolinea, F. era da contare fra le loro vecchie conoscenze per fama.

            Recuperato il compagno di gita, pausa strategica per accompagnare un signore ipovedente a un caffè di Bergamo Bassa. Probabilmente, la giunta comunale del trafficato capoluogo classifica i semafori sonori come “Lussi & Svaghi”.

Infine, abbiamo preso la funicolare, risposta lumbàrda a quella di Napoli. All’arrivo, abbiamo pensato d’esser saliti sul veicolo sbagliato; ma Cecchi Paone ci ha rassicurato: non era la Macchina del Tempo. Ciò non toglie che Bergamo Alta ci avesse catapultato nel Medioevo. Dal basso, era particolarmente scenografica: appollaiata sull’altura e orlata da mura cinquecentesche che –F. si è peritato d’aggiungere- sarebbero state ormai inutili, davanti ai cannoni.

            Prima tappa: la Cappella Colleoni. Era il mausoleo della suddetta famiglia, fondata nel XV secolo da Bartolomeo. Capitano di ventura, aveva realizzato il sogno di Brancaleone: appendere la spada al chiodo e diventare un agiato signorotto. Aveva introdotto l’artiglieria in Italia e si premurò di ricordarlo, facendo scolpire i raggi del rosone in forma di cannone. Tutti dettagli forniti da un signore del luogo, giunto in soccorso dei due che si arrabattavano a interpretare i bassorilievi dello zoccolo. Ciò che non abbisognava di decifrazione era lo stemma dei Colleoni: tre paia d’oggetti globulari, altamente evocativi di quel nome.

            Altro genere di humour era quello gastronomico. Le fornerie proponevano soffici dolcetti, detti polènta e osèi: la versione zuccherina dell’omonima pietanza. Ne abbiamo mangiato uno a testa, dopo il pranzo al “Circoletto”. Una ὕβρις gastronomica che costò alla sottoscritta un infuso di scorza di limone, in una gelateria ove avrebbe potuto tuffarsi su ben altre golosità (sigh!).

            Comunque, la scorpacciata d’arte e storia era stata innocua. La Basilica di S. Maria Maggiore ci aveva rimpinzato d’arazzi e affreschi, per non parlar delle tarsie. Lorenzo Lotto aveva davvero piegato il legno a effetti di tridimensionalità, chiaroscuro e perfino colorismo. Al Duomo, una visita veloce, giusto per ammirare le civettuole dorature. Probabilmente, il resto d’Italia non sospetta fino a che punto Bergamo sia apprezzabile. Se ne sono accorti, in compenso, francesi e inglesi, a quanto abbiamo visto.

            Dalla Rocca, si godeva un panorama profumato di foglie e resina. Così pure dalle mura: almeno, il sacrificio delle case abbattute per far posto a esse è servito a qualcosina. Più in là, era etichettata la casa natale di Gaetano Donizetti: il compositore per il quale Melpomene piangeva e i puttini distruggevano strumenti, sul monumento nella Basilica.

            Siamo tornati alla stazione senza fare shopping, benché venissero vendute magliette che documentavano una lingua affascinante: l’anglobergamasco. Pacificatami con la roccaforte atalantina, ho congedato F. e sono salita sul treno, per tornare in territorio biancoazzurro. Com’era andata? Non c’era che dire: una giornata trascorsa fra Alta e Bassa.

Populismi


“Ne’ tumulti popolari c’è sempre un certo numero d’uomini che, o per un riscaldamento di passione, o per una persuasione fanatica, o per un disegno scellerato, o per un maledetto gusto del soqquadro, fanno di tutto per ispinger le cose al peggio; propongono o promovono i più spietati consigli, soffian nel fuoco ogni volta che principia a illanguidire: non è mai troppo per costoro; non vorrebbero che il tumulto avesse nè fine nè misura. Ma per contrappeso, c’è sempre anche un certo numero d’altri uomini che, con pari ardore e con insistenza pari, s’adoprano per produr l’effetto contrario: taluni mossi da amicizia o da parzialità per le persone minacciate; altri senz’altro impulso che d’un pio e spontaneo orrore del sangue e de’ fatti atroci. Il cielo li benedica. In ciascuna di queste due parti opposte, anche quando non ci siano concerti antecedenti, l’uniformità de’ voleri crea un concerto istantaneo nell’operazioni. Chi forma poi la massa, e quasi il materiale del tumulto, è un miscuglio accidentale d’uomini, che, più o meno, per gradazioni indefinite, tengono dell’uno e dell’altro estremo: un po’ riscaldati, un po’ furbi, un po’ inclinati a una certa giustizia, come l’intendon loro, un po’ vogliosi di vederne qualcheduna grossa, pronti alla ferocia e alla misericordia, a detestare e ad adorare, secondo che si presenti l’occasione di provar con pienezza l’uno o l’altro sentimento; avidi ogni momento di sapere, di credere qualche cosa grossa, bisognosi di gridare, d’applaudire a qualcheduno, o d’urlargli dietro. Viva e moia, son le parole che mandan fuori più volentieri; e chi è riuscito a persuaderli che un tale non meriti d’essere squartato, non ha bisogno di spender più parole per convincerli che sia degno d’esser portato in trionfo: attori, spettatori, strumenti, ostacoli, secondo il vento; pronti anche a stare zitti, quando non sentan più grida da ripetere, a finirla, quando manchino gl’istigatori, a sbandarsi, quando molte voci concordi e non contraddette abbiano detto: andiamo; e a tornarsene a casa, domandandosi l’uno con l’altro: cos’è stato? Siccome però questa massa, avendo la maggior forza, la può dare a chi vuole, così ognuna delle due parti attive usa ogni arte per tirarla dalla sua, per impadronirsene: sono quasi due anime nemiche, che combattono per entrare in quel corpaccio, e farlo movere. Fanno a chi saprà sparger le voci più atte a eccitar le passioni, a dirigere i movimenti a favore dell’uno o dell’altro intento; a chi saprà più a proposito trovare le nuove che riaccendano gli sdegni, o gli affievoliscano, risveglino le speranze o i terrori; a chi saprà trovare il grido, che ripetuto dai più e più forte, esprima, attesti e crei nello stesso tempo il voto della pluralità, per l’una o per l’altra parte.”


ALESSANDRO MANZONI

(I promessi sposi, cap. XIII, 1840)

Una scandalosa bellezza


Per Erri De Luca, la bellezza è forza compressa: come quella che ha dato origine al golfo di Napoli, frutto di eruzioni e terremoti. E la grazia “non è un’andatura attraente, non è il portamento elevato di certe nostre donne bene in mostra. È la forza sovrumana di affrontare il mondo da soli senza sforzo, sfidarlo a duello tutto intero senza neanche spettinarsi.” (1)  In questo senso, le “sue” eroine bibliche sono “piene di grazia”.

            La parola per “femmina”, in ebraico, è נְקֵבָה (nǝqēvāh): “incisione”. È la fessura da cui esce la vita. Nelle Scritture, l’uomo trasmette la legge e la memoria, ma in materia di vita è la donna a governare. Neppure Adamo, che diede il nome a tutte le creature, poté darne uno ai propri figli. Ciò spettò a Eva. E femminili sono le lettere ebraiche, cui la Torah è affidata. Per questo è viva ed emette germogli di generazione in generazione.

“Miriàm, gli uomini sono buoni a fare qualche mestiere e a chiacchierare, ma sono persi davanti alla nascita e alla morte. Sono cose che non capiscono. Ci vogliono le donne al momento della schiusa e all’ora di chiusura.” (2)

            Nessuna traccia di quella condanna malevola che, per secoli, si è voluta far pesare sul genere femminile. Il “dolore” di Eva –le spiega Dio- è “sforzo”. Lei sola, fra le femmine di tutti i viventi, vivrà il parto come un momento immane. Perché la conoscenza del bene e del male ha fatto dell’uomo una specie nuova, che non si contenterà più d’un limitato giardino e dei suoi frutti spontanei. La conoscenza lo spingerà sempre più in là, di conquista in conquista, di desiderio in desiderio: cosa che gli renderà greve anche l’atto naturalissimo della nascita. L’uomo, col suo cranio voluminoso, farà fatica a uscire dalla fessura della vita.

Una “condanna”, per Erri De Luca, è invece la תְּשׁוּקָה (tǝšûqāh): la “piena del desiderio” verso l’uomo. Di lui, Dio dice alla donna: <<Lui governerà in te>>. Puntualmente, le figlie di Eva manipolarono e manipolano il proprio aspetto secondo una varietà di stampi, in vista dell’amore maschile. “Il torturato piedino giapponese, l’ingrasso o il contrario, lo scarnificato dimagrimento […] La storia della civiltà si può ridurre alla storia dell’asservimento della bellezza femminile.” (3)  Eva ha fatto uscire Adamo dall’infanzia dell’Eden, lo ha spinto a indagare il bene e il male, uniti alla radice. La tǝšûqāh sembra zavorrare questa sua forza. Essa è come la piena d’un fiume: l’unica energia che può portare la donna verso l’uomo e dare origine al genere umano. Non basta alcunché di meno. La bellezza di Eva consiste nella sua forza compressa dal desiderio.

All’uomo, invece, non occorre il comandamento divino, per gettarsi fra le braccia della donna. L’unione con lei è “conoscenza” di una realtà ignota, che gli viene concessa come grazia. “Non è scritto il reciproco, lei non ha bisogno di conoscere Adàm. Lui è estratto dalla polvere, lei dal suo fianco.” (4)

Nell’albero genealogico del Messia, i pochi nomi femminili spiccano. Cinque donne, di cui tre non ebree. Fin da subito, è allontanata la tentazione del “sangue puro”. Tutte e cinque sono “scandalose”. “La prima si vestì da prostituta per offrirsi all’uomo desiderato. La seconda era prostituta di mestiere e tradì il suo popolo. La terza s’infilò di notte sotto le coperte di un ricco vedovo e si fece sposare. La quarta fu adultera, tradì il marito che venne fatto uccidere dal suo amante. L’ultima restò incinta prima delle nozze e il figlio non era dello sposo.” (5) Nel loro agire, ci sono motivazioni più grandi della Legge. Nessuna di loro esita, come avevano fatto, invece, Mosè e i profeti. Tamàr, “la palma”, vuole fruttificare: divenire “madre in Israele”, far parte in tutto e per tutto di quel popolo che porta la rivoluzione del monoteismo: un Dio rappresentato solo attraverso la Parola, più potente d’ogni immagine, e che non lascia spazio ad altri dei, perché chiede per sé l’interezza dell’uomo. Raav si affida a questo Dio, di cui ha conosciuto la forza, strappando dalla morte sé e i propri cari. Rut sceglie d’appartenere a Israele e riscatta la propria condizione di vedova senza figli, grazie a un’audacia. Bat Sheva segue la tǝšûqāh, con una sfrenatezza che genererà, però, il più saggio re d’Israele. Miriàm diventa la “pianta” da cui nascerà il Messia. Ioséf, “colui che aggiunge”, aggiungerà appunto la “terra” in cui farli crescere.

Cinque vicende da non attualizzare, per non svuotarle, ma che arricchiscono la storia di quel monoteismo che ha permeato di sé gran parte dell’ecumene. Con un’osservazione: “La storia sacra ha molti pregiudizi in meno della nostra storia profana.” (6)

 

(1)      Erri De Luca, In nome della madre, (“I Narratori”), Milano, 2006, Feltrinelli, pag. 36.

(2)      Ibidem, pagg. 41-42.

(3)      Erri  De Luca, Le sante dello scandalo, Firenze, 2011, Giuntina, pag. 18.

(4)      Ibidem, pag. 16.

(5)      Ibidem, pag. 9.

(6)      Ibidem, pag. 29.

 

Da: Una scandalosa bellezza. Le donne raccontate da Erri De Luca. Incontro con l’autore; introduzione di Claudio Visentin (Università della Svizzera Italiana), presso il Collegio Universitario S. Caterina da Siena, Pavia, 3 aprile 2012.