martedì 17 luglio 2012

Strabismo giudiziario

"CI SONO voluti sei anni. Sei anni di torture, ma alla fine il processo si è concluso con la piena assoluzione di tutti gli accusati. Non per mancanza di prove o per qualche sospetto vizio di forma, ma con l’assoluzione di tutti gli accusati perché innocenti, anzi proprio perché il fatto è risultato assolutamente inesistente. La vicenda era salita all’onore delle cronache quando, con la denuncia di alcuni genitori, si era affacciato il dubbio che certi bambini di 4/5 anni, avessero subìto abusi sessuali da parte di due insegnanti e di una bidella di una scuola materna di Rignano Flaminio, un paese di diecimila abitanti in provincia di Roma. Il fatto mi aveva fortemente indignato. No, non soltanto per il dubbio atroce che i bambini avessero o no subito quegli abusi, la qual cosa, soltanto in caso affermativo, avrebbe rappresentato un fatto di per sé gravissimo. Per quanto anch’io fossi convinto della necessità che si scoprisse al più presto la verità, devo tuttavia ammettere che, superato il primo momento, più del sospetto in sé, per quanto grave, mi aveva irritato l’atteggiamento di quei genitori. Fosse accaduto a me – avessi avuto io, il sospetto che una cosa simile fosse capitata ai miei figli - di sicuro anch’io avrei varcato i cancelli di quella scuola come una furia. La verità è importante e il pericolo che simili atti - se realmente appurati - si possano ripetere, lo è ancor di più. Perciò non è nemmeno escluso che, non ricevendo risposte convincenti, nell’incertezza, anch’io mi sarei rivolto al giudice. Fin qui la logica di un qualunque padre di famiglia, che dovrebbe essere anche la stessa alla quale s’ispira la scuola, l’etica, la morale e la stessa dignità di un Paese. E, fin qui, anche ciò che i genitori di Rignano, fino a quel momento, avevano fatto, e che mi trovava assolutamente d’accordo. Le due insegnanti e la bidella, accusate di violenza sessuale nei confronti di quei bambini, per quanto si fossero difese negando fermamente qualsiasi addebito, erano state subito inquisite, giudicate per direttissima, e finite in galera. Qualcosa non quadrasse in quella storia. Le tre donne, tutte sposate e madri a loro volta, vivevano da sempre nello stesso paese e stavano in quella scuola ininterrottamente da decenni senza che mai, in tutti quegli anni, ci fosse stato il minimo sentore di violenze o di abusi di sorta. E allora? Come era stato possibile formulare un’accusa così infamante? Da ciò che avevo letto, avevo saputo che una delle madri aveva rivelato ad alcune amiche - i cui figli frequentavano la stessa scuola - di aver notato da qualche tempo come suo figlio di quattro anni ostentasse atteggiamenti insoliti, facendo strani giochi e mostrando particolare interesse per i suoi attributi sessuali. Di qui la convinzione, da nulla provata, che la ragione si dovesse ricercare nella scuola: «Con chi giocate? Che giochi fate? Cosa dicono, cosa fanno le maestre?» Passaparola. Non trascorse una settimana e altri genitori (una ventina) su evidente suggerimento della denunziante, si riunirono in gruppo, anche loro affermando di aver rilevato nei loro figli strani atteggiamenti e convinte, dopo aver interrogato gli stessi bambini, che le ragioni non potessero che essere riconducibili agli «strani giochi» che le maestre da qualche tempo organizzavano in quella scuola. Già dopo i primi accertamenti le accuse si erano però rivelate insussistenti e tutti gli insegnanti erano stati scarcerati. Difficile, a quel punto - trattandosi di bambini di quattro/cinque anni - trovare il bandolo della matassa. La verità è un gatto che fugge e che forse nemmeno quei bambini sarebbero mai più riusciti a catturare. Se, nonostante tutto, un dubbio a me fosse rimasto, non potendo venire a capo di nulla, non avrei potuto far altro che togliere i miei figli da quella scuola. I genitori di Rignano no. Si riunirono questa volta in comitato. Assunsero avvocati di grido, organizzarono dibattiti, rilasciarono interviste a giornali e televisioni, trasformando un dubbio in un sospetto, poi in un’ipotesi, e infine, in un caso nazionale. Da un giorno all’altro, oltre che un Paese di malfattori, di mafiosi, di evasori, ci scoprimmo essere un Paese di pedofili. «Cosa importa? Importante è scoprire la verità!» Prima il Paese, poi tutta la nazione, si divise in innocentisti e colpevolisti. Fu in quel momento che incominciai a capire che ciò che costoro stavano cercando non era affatto la giustizia. Cos’è che non andava? Non andava quella voglia sfrenata di vincere ad ogni costo. Quell’odore di vendetta e di denaro. Non andava, soprattutto, che quei bambini venissero ogni volta coinvolti, interrogati, manovrati, citati, smentiti... Entrarono in scena psicologi, psichiatri, investigatori che, rincorrendo i «si dice», entravano con disinvoltura inimmaginabile nelle case degli insegnanti (innocenti fino a prova contraria) ai quali (chissà perché) al momento dell’arresto era stato sospeso lo stipendio, con il rischio di mandare in fumo le loro famiglie, alla ricerca di prove, di oggetti, di immagini che collimassero con le frasi, con i racconti forse estorti , ma certamente contorti dei loro figli. Poteva bastare? No, perché ora, più che di ricercare la verità con il minor danno per i bambini, si trattava di vincere: A la guerre comme à la guerre! E, intanto che le maestre e il marito di una di esse perdevano
la loro onorabilità, e dopo che durante il periodo di carcerazione erano state insultate e persino percosse da altre detenute, i genitori di Rignano che fecero? Accettarono di sottoporre i bambini - gli stessi che dichiaravano di voler difendere - a un test «attitudinale» per verificare se fossero in grado di testimoniare e, a quel punto, l’interrogatorio partì. «Certo che è vero!» Questo nostro Paese, avvezzo oramai a ogni genere di nefandezze, vide anche questo: i pargoli di Rignano alla sbarra!
Per quanto gravi si potessero immaginare i presunti abusi denunciati, un bimbo di quell’età, con il conforto di una buona famiglia e una parola giusta della mamma, dopo un mese di sicuro se ne sarebbe dimenticato. Ognuno diventa adulto nella propria epoca, e la nostra - chi lo può negare? - è una inaudita stagione di sesso e di inqualificabili volgarità: per convincersene basta andare una volta allo stadio, al cinema, in un bar, camminare semplicemente per la strada o capitare casualmente davanti alla TV dopo l’orario «protetto». (Non è raro che molti bambini abbiano ormai l’apparecchio nella loro stanzetta). Come si può oggi affermare con assoluta certezza che il comportamento un po’ strano di un bambino sia stato indotto da questo, piuttosto che da quell’avvenimento? Nella vita di tutti i giorni le cose si mescolano e si sovrappongono. I bambini velocemente apprendono e - se nessuno ci mette il becco - velocemente dimenticano. Chi, come il sottoscritto, ha avuto l’avventura di vivere quell’età durante gli ultimi anni della guerra, ha visto, udito, e spesso vissuto, cose inenarrabili. Basterebbe, a questo proposito, rileggere Malaparte. Eppure, eccoci qua! Quelle immagini, una volta metabolizzate e collocate nel ripostiglio della memoria, sono semplicemente diventate parte del nostro patrimonio di conoscenza. Così facendo, i genitori di Rignano le hanno invece mantenute vive. Le hanno anzi rinvigorite ogni volta che sono tornati sull’argomento,
stimolando la fervida fantasia dei loro figli, che, a quell’età, è più vivace di quanto essi non possano immaginare. Ogni volta che quei bambini si apprestavano a ripetere le loro storie davanti a un giudice o a uno psicologo, io provavo un profondo senso di sgomento e di rabbia. Davvero quei genitori così zelanti amavano i loro figli più della verità e della giustizia? Per tentare di stabilire la verità tra due donne che si contendevano la maternità dello stesso bambino, Salomone propose di tagliare il bambino a metà. Solo quella delle due che si oppose era certamente la vera madre. Ieri, dopo sei anni di dibattimenti processuali, di marchette televisive, di sermoni di azzeccagarbugli, di ingiurie, di dolore, tutti gli insegnanti sono stati finalmente assolti per non aver commesso il fatto. E adesso, chi chiederà scusa alle maestre e al marito di uno di esse, esposti al pubblico ludibrio per sei lunghi anni?
Non ho fatto in tempo a respirare profondamente, quando ho sentito alla televisione le urla di quei genitori che ora, di fronte all’assoluzione inattesa (e ai loro figli che nel frattempo hanno compiuto dieci anni) hanno inscenato l’ulteriore azione di protesta e... deciso, seduta stante, di ricominciare tutto da capo ricorrendo in appello. Se fosse vissuto ai tempi nostri, temo che il prudente Re Salomone - passato alla storia per la sua saggezza - si sarebbe ben guardato dal lanciare la famosa salomonica provocazione."


Romano Franco Tagliati, Il Borghese, luglio 2012.







































 










domenica 15 luglio 2012

La (tua) colpa dei (miei) errori


Ai karaoke dei campi-scuola faceva furore. Bella stronza di Marco Masini. La cantavano anche le ragazze negli spogliatoi, prima della lezione di educazione fisica. Una melodia struggente per parole nient’affatto melense; qua e là, squarci di facile poesia (“Ma se Dio ti ha fatto bella come il cielo e come il mare…"). Per certi versi, non stupisce il successo di questa canzone. Riesce a essere amara come certi momenti della vita, in cui l’unica consolazione rimasta è di poter chiamare “stronzo/a” la persona per cui si soffre. Il testo non si trattiene, non censura. Da qui, il sollievo delle emozioni che possono fluire libere e scaricarsi.

            Ad ascoltare bene, però, qualcosa non torna. C’è un grande silenzio: quello di lei, la bella che dovrebbe essere “stronza”, ma non ha neppure la possibilità di spiegare le proprie ragioni. Giganteggia lui, la “vittima”, piuttosto. E che tipo è costui?  “ [Tu] che hai distrutto tutti i sogni della donna che ho tradito,/che mi hai fatto fare a pugni con il mio migliore amico…” Allora, lo sa. È consapevole d’aver commesso sbagli imperdonabili con le persone che gli volevano bene. Ma non trova nulla di meglio che addossare la colpa a lei, come se fosse stata lei a tradire e picchiare. Lei che non aveva alcuna responsabilità né verso la donna, né verso l’amico, peraltro.

            Comunque, una volta finita la storia, lui non torna sui propri passi. Anzi: conosce tutto della nuova vita di lei. Sa chi è il suo uomo (un tale ricchissimo, pare) e, ovviamente, dà per scontato che non si tratti di vero amore. I suoi pensieri sono: “Mi verrebbe di strapparti quei vestiti da puttana/ e tenerti a gambe aperte…”Alla sua vecchia fiamma rimprovera d’aver chiamato la volante, una sera, “solo perché avevo perso la pazienza.../la speranza...”. Vedendo di quale pasta sia questo “innamorato”, però, è evidente che la “stronza” aveva buoni motivi. Nell’ottica di costui, lei avrebbe dovuto subire in buona pace la sua “perdita di pazienza e di speranza”. Eppure, ascoltando la canzone, il clima di simpatia è tutto per lui. Nessuno si domanda quali errori possa aver commesso lui verso la “bella stronza”, il cui torto maggiore è stato d’aver voluto troncare una relazione soffocante, con un uomo irascibile che non si mette mai in discussione.

            La Carmen di G. Bizet fu rappresentata, per la prima volta, nel 1875. José, abbandonato dall’amante Carmen, non riesce a riallacciare la relazione. Quella storia, per lui, era tutto: le aveva sacrificato professione, famiglia, fidanzata. Incapace di comunicare veramente con Carmen, però, riesce soltanto a pugnalarla. Poi, si costituisce, proclamando, una volta di più, la propria infelice passione. Una storia non propriamente edificante, che, in effetti, non piacque al pubblico francese. Però, Carmen è divenuta un mito. Gli applausi, a teatro, sono per lei, la zingara che definisce l’amore “un uccello ribelle”, insofferente alle gabbie. Lo stesso José si riconosce in torto davanti a Carmen, si autopunisce. Non cerca scusanti. Di questa gigantesca icona, a noi è rimasta una “bella stronza”. Non una persona con le proprie ragioni: solo un sexy capro espiatorio. L’ “evoluzione” dall’”arretrato” Ottocento agli “emancipati” nostri giorni.

Sull'idea di Incertezza nella critica testuale - Prima puntata

[...] Quando si genera incertezza, si richiede una domanda di teoria. Questo enunciato, in estrema sintesi, è il punto di partenza della riflessione che Salvatore Veca, in ambito filosofico, compie intorno all’idea di Incertezza; enunciato che è messo alla prova in tre specifici ambiti: su ciò che vi è, su ciò che vale e su chi noi siamo. Scopo del nostro lavoro, oltre a osservare come questi parametri possano applicarsi alla critica del testo – intesa in assenza di autografo è: in un primo livello, individuare i campi d’incertezza nelle operazioni critico-testuali, isolarli, e riconoscerli come tali; in un secondo livello, porre domande di teoria ai campi di incertezza segnalati, e tendere quindi a risposte di certezza (che non potrà mai essere assoluta) [...] (continua)


lunedì 9 luglio 2012

Virtù


“Figli miei… Mi aspettavo molto male da parte di vostro padre, ma non credevo che sarei stata sfigurata senza morire sul colpo, perché, sappiate, il mio occhio sinistro è quasi uscito dall’orbita. Per me, questo è peggiore della morte… Sono stata fatta dal Signore per i piaceri della carne, così come Egli ha fatto la talpa per vivere lontano dalla luce; e, come questo animale che ha tutto ciò che serve per vivere sottoterra, così io avevo tutto quel che mi serviva per godere d’una vita di piaceri. Avevo fatto voto di uccidermi, se la forza degli uomini avesse voluto piegarmi a una vita diversa da quella che sentivo nel mio corpo. Oggi, penso a quel voto. Vi lascio… Vado a curarmi lontano da casa nostra. Se riuscirò a salvare il mio occhio e a cancellare ogni traccia di bruttezza, vivrò e mi rivedrete… Ecco cos’ho da dirvi: tu, Kyra, se –come penso- non ti senti portata per vivere nella virtù, in quella virtù che viene da Dio e si esercita nella gioia- non essere virtuosa, repressa e arida, non prenderti gioco del Signore, e sii piuttosto tal quale ti ha fatta: sii una gaudente, sii perfino una dissoluta, ma una dissoluta che non manchi di cuore! È meglio così. E tu, Dragomir, se non puoi essere un uomo virtuoso, sii come tua sorella e tua madre, sii anche un ladro, ma un ladro che abbia cuore, perché l’uomo senza cuore, figli miei, è un morto che impedisce ai vivi di vivere, è vostro padre…”



PANAIT ISTRATI

(Da: Kyra Kyralina, 1923)

domenica 8 luglio 2012

Queste nozze qua


Sabato 7 luglio 2012, Vasco Rossi e Laura Schmidt hanno celebrato le nozze civili. Cerimonia privatissima, davanti al sindaco di Zocca. Una volta tanto, non c’è stato il tripudio di mondanità, pompe e fanfare che poco hanno a che vedere col matrimonio. Per fortuna. Anche i VIP hanno diritto alla privacy. Tuttavia, Vasco resta un’icona. E le icone non possono permettersi il lusso del silenzio stampa. Si affastellano le dichiarazioni, le spiegazioni di questa apparente deroga alla “vita spericolata”. I punti toccati ci riguardano, in fondo, tutti. Si aggiunga che la rockstar è un simbolo e un modello per molti. Perciò, ecco qualche considerazione:

  1. “In questo paese le leggi sono poco chiare, sempre confuse e interpretabili…” dichiara Vasco (la Repubblica). Date le telenovelas giuridiche che ci caratterizzano, ha probabilmente ragione. Ma lasciamo l’ardua sentenza ai giurisperiti;
  2. “…non sono regolamentate chiaramente le coppie di fatto perché al Vaticano non sono simpatiche e anche ai nostri politici non piacciono tutte queste novità” (ibid.). Anche se i nostri onorevoli fossero aperti e aggiornati, resterebbe un’intrinseca difficoltà: come “regolamentare” chi preferisce non essere “regolamentato”? Un bel dilemma, per risolvere il quale non basta sventolare slogan o copiare i vicini. Quanto al Vaticano, giova ricordare che neppure il matrimonio puramente civile è a prova di tradizione cattolica, se è per questo;
  3. “Io […] ho sempre considerato il matrimonio come una ben triste condizione di vita: obbligati a vivere insieme per sempre e per forza quando solo essere liberi di andarsene ogni giorno può dimostrarci la sincerità di un rapporto. […] Venticinque anni vissuti insieme non per forza ma per amore e una famiglia costruita ogni giorno con fatica e sacrifici.” (ibid.) Dunque, sposare la persona che si ama sarebbe “triste”. È quantomeno opinabile, per non dire poco lusinghiero verso la dolce metà. Anche la definizione di matrimonio data da Vasco è imprecisa. Dire che i coniugi devono vivere insieme “per sempre” contrasta con le leggi italiane (che consentono il divorzio) e con i dati di fatto (molti matrimoni finiscono dopo qualche anno: altro che “per sempre”!). Non è vero nemmeno che siano uniti “per forza”: la loro è una scelta. Un impegno morale, economico e giuridico, ma che si prendono di propria iniziativa. Gli sposi sono ministri del proprio matrimonio.

Là dove c’è l’amore, c’è la libertà. Poco importa che il legame di coppia sia stretto nella forma del matrimonio, della frequentazione o della convivenza. E perché bollare di “tristezza” la scelta di chi si sposa? “Ecco, io ti prendo come persona e come cittadino/a, per creare un nuovo nucleo. Desidero che esso sia riconosciuto anche dalla comunità cui apparteniamo. So che m’impegno con te ora e per il futuro; riconfermerò questo proposito ogni giorno. Non ho paura né dei legami, né delle leggi, perché il bisogno d’averti accanto me li alleggerisce.” Anche così si dimostra sincerità e si vive insieme per amore. In quella fatidica firma sul contratto di matrimonio, non muoiono né l’amore, né la libertà. Semmai (questo sì, a volte), un po’ d’orgoglio.



Vedi: Ernesto Assante, “Vasco convola a nozze. ‘Una grande sconfitta per le mie convinzioni’ ”, la Repubblica, 7 luglio 2012, p. 47.


Lullaby


Non la luna, ma un sogno d’acqua
ti guida nei meandri del sonno,
lungo una riva
dove i narcisi crollano il capo,
pallidi come ombre.
Dormi, Attico, sull’orlo tessuto
dalle mie lacrime strane:
non ti turberà il mio volto svuotato,
né il battito spento del mio cuore.
Tu sei al di là dell’amore,
nella fanciullezza stregata
che Selene posò sulle ciglia di Endimione,
per negargli i giorni da uomo.
Anche tu posa il capo
nella tua urna incantata
 e non pensare alle mie lacrime strane
che scontano il canto dei narcisi
intonato per il tuo cuore.
 
Segnalata a “I Poeti Laureandi”, bandito dal Collegio Universitario S. Caterina da Siena, Pavia, 2011






Leandro


"Ci vedremo" mi dici, con una follia d'ovatta,
fantasma dei telefoni che pizzica i sogni.
Arrivi in un trillo e subito l'etere ti ribeve,
lasciando il tuo sapore d'arancia e manzanillo.
Ancora vibra, nel suo angolo indolente, il cellulare,
lampada che tengo accesa sul nostro Ellesponto.





Vincitrice del XVIII premio "Luigi Gennari", nell'ambito del 12° concorso "Poesia a Caslino", per le Università della Lombardia e del Canton Ticino, A.A. 2008/2009. Tema: "Comunicare significa inviare messaggi comprensibili e saper comprendere i messaggi ricevuti".


sabato 7 luglio 2012

A Leuconoo



Tu non volere –dato non è- stringere gli angoli
sfuggenti dell’ombra, né confidar l’anima a un mutilo
cielo. Meglio è vivere ciascun fiato di luce,
che la nostra candela abbia ancor molto da sciogliere
del suo voto alla gran notte, o che questo sia l’ultimo
guizzo, che rapido porta nel buio un cuore saturo.
Sii saggio, posati sulla spuma dei giorni e un brivido
senti di alba avida: ad ogni sole basta la sua pena.



Segnalata al concorso “I Poeti Laureandi”, bandito dal Collegio Universitario S. Caterina da Siena, Pavia, 2010.







Libertà e civiltà


“La libertà individuale non è un frutto della civiltà. Era massima prima di qualsiasi civiltà, benché in realtà a quel tempo in gran parte priva di valore, poiché l’individuo difficilmente era in grado di difenderla. La libertà subisce delle limitazioni ad opera dell’incivilimento e la giustizia esige che queste restrizioni colpiscano tutti. Ciò che in una comunità umana indica un desiderio di libertà, può essere ribellione contro qualche ingiustizia che è in atto e così risultare utile per un’ulteriore evoluzione civile, rimanere compatibile con la civiltà. Può però anche scaturire dal residuo della personalità arcaica, non ancora domata dalla civiltà, e divenire così il fondamento dell’inimicizia verso la civiltà.” 



SIGMUND FREUD

(Da Il disagio della civiltà, 1929)

venerdì 6 luglio 2012

L'almanacco delle cicogne


R. è appena tornato dal Librino, un quartiere di Catania dove ha tenuto un corso in una scuola media. Per intenderci: secondo lui, al confronto con il Librino, “Scampia di Napoli è Disneyland”.
<<Eravamo in cortile>> racconta <<e una delle mie allieve, a un certo punto, ha fatto un gesto di saluto verso una casa vicina. Alla finestra, erano affacciate due donne e una neonata. “Chi saluti?” le ho domandato. “Mia madre, mia nonna e mia figlia!” ha risposto, sorridendo>>.

Non la sentivo da anni. Eravamo compagne d’asilo; lei deve avere un anno meno di me, ovvero 22, attualmente. “Con lui, va tutto benissimo! Aspettiamo anche un bambino che è in arrivo fra poco, mancano 2 settimane circa.... Il resto tutto bene. Lui lavora; io, come puoi immaginare, adesso non posso, aspetterò un po’!!!! Intanto, aspetto il mio evento; per il lavoro, più avanti, vedrò...” mi ha scritto l’anno scorso. Lui era il fidanzato, con cui ha ormai messo su casa. Hanno condiviso le fotografie del piccolo: rotondo, bruno bebé con gli occhi scuri del padre.

F. si è sposata da poco. Aveva già una bambina, concepita a sorpresa nella casa che condivideva col suo uomo. F. ha la mia età. La guardo allattare la piccola, confrontando quella scena con le mie dispense universitarie, le mie poesie scarabocchiate e le feste studentesche.

“Ma che davvero?!” Il primo pensiero di Chiara Cecilia Santamaria (aka Wonderland), vedendo il risultato positivo del test di gravidanza. 27 anni, Pampero e Sex and the City. “Desiderio di maternità ai minimi registrati” afferma lei. Poi, nasce la riccioluta Porpi. E nasce Ma Che Davvero?, “il blog di una mamma per caso”.

Silvia Avallone descrive l’adolescenza a Piombino, in Acciaio. Nascere, crescere e generare in un paese lontanissimo dai balocchi. L’estate era l’occasione, la passerella tra le cabine con i capelli sciolti. Per chi poteva permetterselo, per chi aveva l’età e il corpo per farlo. L’amore dentro la cabina buia. Senza ragionarci, senza preservativo, e chi restava incinta e lui se la teneva, aveva vinto. […] Vide Emma passare col pancione: si era sposata in fretta e furia a sedici anni con Mario che ne aveva diciotto. Quel giorno loro dei palazzi, tutti insieme, avevano fatto una grande festa con le patatine, la Coca Cola e i coriandoli, un po’ come a scuola quando c’è un compleanno. […] Su per le scale si sentivano solo uomini russare, e un neonato piangere. Era come invadere un regno straniero. E quello che piangeva era il figlio di Cristiano, nell’appartamento della sua ex ragazza.

La nonna e le zie discutono di teenager, sesso e gravidanze. <<A quell’età è meglio essere spensierate. Avere amicizie, prendersi cotte, sognare. Non bruciare le tappe. Tredici, quindici anni... che madri si potrebbe essere?>>  Poi, è meglio avere una casa, un lavoro... Aspettare d’aver finito gli studi, prima d’accollarsi una maternità, ecc. Questo, almeno, il succo di buona parte della mia educazione. Considerando che nessun’altra donna di famiglia è laureata, l’ultimo precetto dev’essere piuttosto ad personam.  

Tutto sommato, ho seguito i consigli. Un’adolescenza abbastanza sopportabile, senza il pensiero di pillole, ritardi mestruali, ginecologo. Ora, guardo il mio fidanzato, aspirante papà, e penso che sia imminente il mio turno. Fra qualche anno, più o meno.

Forse, è vero che c’è un tempo per ogni cosa. Ma le cicogne non hanno almanacco.