martedì 26 giugno 2012

Ultima puntata. Un "Rinascimento del XII secolo"? Conclusioni

[...] Dai lavori condotti da Charles H. Haskins in avanti, numerosi studiosi hanno parlato di un “Rinascimento del XII secolo”. Tale asserzione troverebbe la propria giustificazione nel fatto che «il romanzo medievale, accanto alle favolose storie arturiane, sarebbe nato sotto il segno dell’antichità classica, della sua riscoperta, della sua imitazione, del suo fascino» [...] (continua)

giovedì 21 giugno 2012

Nederland


F. è appena tornato dai Paesi Bassi. Rotterdam, Amsterdam, L’Aia, Delft. Una rapida sortita in Belgio, ad Anversa. <<Alle 10 di sera, c’è un silenzio irreale, a Rotterdam. 600 000 abitanti e nessuno in giro…

            Ad Amsterdam, c’è più movimento. Probabilmente, è qui che vengono a svagarsi gli studenti dell’Università Erasmus. Comunque, non è come ce la immaginiamo noi ‘mediterranei’. Allo sballo si dedicano i gruppetti di turisti (molti italiani). La prostituzione è tutta concentrata nel quartiere a luci rosse. Sì, ho visto le adescatrici in vetrina… Fanno di tutto per attirare l’attenzione, ovviamente. Però, non le ho trovate un granché.>> (Ammicco. Chissà perché, davanti agli altri dice sempre così). <<Per il resto, si vede un mondo calmo, preciso. Al mattino, tutti vanno a lavorare, in orario, ma senza fretta. Invece dello sfacelo individualistico che paventa qualcuno, ci sono ordine, efficienza, disponibilità alla comunicazione. È una società che vive in pace con se stessa.>>

            <<La tua società ideale?>> lo stuzzico. <<Sì, in un certo senso…>> chiosa, pacificamente.

“Vive in pace con se stessa”. Sembra quasi utopistico, detto così. Più che altro, si nota come sia riferito a una società intera. Nella nostra mentalità, è l’individuo a cercar la pace con se stesso. Forse, è per questo che non la troviamo mai.

            Comunque, non credo che mi troverei bene in una terra dove quasi tutte le chiese sono state trasformate in sale per mostre fotografiche o simili. Posso perdonare molte cose a un Paese, a patto che mi sappia trasmettere il brivido di un silenzio ovattato, il sentore d’incenso rimasto nell’aria, l’eco cadenzata dei passi. La spiritualità della pietra, tale da farti credere, per un istante, d’aver vissuto in funzione di quel momento.

            F. mi mostra i souvenir. Biscotti altamente calorici, che contengono (probabilmente) mandorle, miele e strutto. Da Delft, una tazza nella famosa maiolica: bianca a disegni blu. Un abbinamento che mi ha sempre deliziato. Lui la soppesa, nella penombra. Delfts Blauw. Una scintilla di cielo.

           


martedì 19 giugno 2012

Quarta puntata. Il ruolo "morale" dell’intellettuale: i "Lais" di Maria di Francia

" [...] Il libro dei Lais fu offerto intorno al 1170 (la datazione, tuttavia, è controversa) a Enrico II Plantageneto da una poetessa di nome Maria, nata nel regno di Francia, ma vissuta, probabilmente, in Inghilterra. I Lais, per unanime consenso della critica, costituiscono il suo capolavoro; l’opera alla quale l’autrice dovette la propria fama. Celebre è la lettura proposta da Leo Spitzer, secondo il quale i Lais costituirebbero una summa profana sull’argomento religioso, dei Problemmarchen elaborati da singole questioni della casistica erotica..." (continua)

Lorenzo Dell'Oso, Filologia del mondo nuovo su Edoardo Varini Publishing

domenica 17 giugno 2012

Mummie, sangue e cotillons



Ripasso di Egittologia. Come per sberleffo, a ogni virgola, vengono in mente gli stralci de La Mummia. Che film d’Egitto! È proprio il caso di dirlo.

            Io e mio cugino l’abbiamo uccellato in televisione, una sera: uno di quegli episodi di serendipità di cui si farebbe anche a meno. A dire la verità, siamo stati uccellati noi: dai costumi d’epoca, dagli scenari faraonici (letteralmente), dalla profonda voce narrante. Scoccato l’incantesimo, non abbiamo potuto fare altro che seguire lo svolgersi della sanguinolenta matassa. Anubi, perdonaci.

            Il gran sacerdote Imhotep ama la donna del faraone; ovviamente, costui (con tutto il rispetto per i sacri arieti e i sacri tori) mal sopporta la corona a base di corna. I due piccioncini lo assassinano; la buona signora, per non pagare lo scotto dell’uxoricidio, si suicida. “Tanto” si dice “il mio batuffolino mi resusciterà!” Come se fosse facile. Comunque, Imhotep abbassa il capo ed esaudisce il modesto desiderio della sua amante. Pare che la cosa costituisca sacrilegio, però. L’esperimento viene interrotto;  il gran sacerdote e i suoi compagni di merende vengono arrestati, per essere sottoposti a una magnanima condanna: essere onorati della  mummificazione ancora in vita. Al ganimede innamorato, una piccola variante: estirpazione di occhi e lingua, nonché eterno rodimento da parte di scarabei carnivori. Insomma, le prove generali dei supplizi di Prometeo e di Tizio.
            Passano i millenni. A questo punto, si inseriscono altri ingredienti base: la bella, l’eroe e il buffone. La bella è la bibliotecaria, che conosce a menadito più o meno tutte le lingue e i sistemi di scrittura partoriti dagli Egizi; per il resto, è così sveglia da realizzare uno spettacolare “effetto domino” con tutti gli scaffali fra cui lavora. Strike!

L’eroe: un belloccione che, più che di scavi fra le pietre, sembra dimestico di body building e parrucchiere.

Il buffone: il fratello della bella. Dovrebbe essere archeologo; ma non troverete mai un archeologo che –come lui- giochi con le mummie per fare scherzi alla sorella.

 I tre partono sulle tracce dell’immancabile mistero: una chiave e una mappa, giusto per essere originali. Cominciano a fare un bel po’ di trambusto in casa di Imhotep; la bibliotecaria trova un vecchio volume: il Libro dei morti, indispensabile manuale per chi parta verso l’aldilà senza Alpitour. La bella non dovrebbe averne bisogno, per il momento; tuttavia, si porta avanti con gli studi. Alza un tantino la voce, leggendo. Imhotep mal sopporta gli schiamazzi al piano di sopra: si sveglia di colpo e (come se non bastasse) si scatenano le dieci piaghe d’Egitto. Disperando della propria quiete domestica, l’involtino millenario fa di necessità virtù: già che è sveglio, pensa bene di farsi la barba e conquistare il mondo.

Prima, però, deve rifarsi una vita, nel senso letterale del termine. Ossia: ricostruirsi un corpo fresco e funzionante, con un set completo di organi. Per risparmiare, impiega materiali di recupero, sottratti ai corpi degli archeologi che pullulano per casa sua.

Nel frattempo, si ammucchiano le “egizianate”: geroglifici all’impazzata, beduini arrivati freschi dalle agenzie di modelli, tombe maledette e scarabei assassini. Khepri (il Sole rinascente come scarabeo) non avrebbe approvato.

Tutto conduce verso l’incontro con Imhotep. E si scopre che l’avvenente bibliotecaria è proprio la sosia dell’indimenticabile faraona. La Mummia cade ai suoi piedi e mette in gioco tutto per realizzare il proprio sogno d’amore: svenare la beneamata, trasferendone la vita alla sua vecchia (!) fiamma.

            Ci siamo persi il finale. Non che ne sentissimo la mancanza; già si prevedeva che il cattivone sarebbe stato rispedito a nanna e che l’eroe avrebbe conquistato il cuore della bella. Magari, luna di miele sul Nilo…

Ciò che ha giustificato quell’ora davanti al piccolo schermo, però, sono state le considerazioni a posteriori. La Mummia è un prodotto d’intrattenimento che mostra platealmente cosa significhi l’antico Egitto per l’ “uomo della strada”. Quello che non ha mai aperto un saggio di Patrizia Piacentini o Christian Orsenigo, che non distinguerebbe un ankh dalla spilla della nonna, ma è toccato dal fascino arcano di questa cultura. La forza dei simboli è anche questo: imprimersi nelle menti al primo impatto.  Per ammirare le piramidi, non occorre sapere che incamminavano i faraoni verso il Sole e l’immortalità. Basta vederle stagliarsi contro il cielo di Giza. Imhotep fu l’architetto della prima piramide (e qui si vede l’insospettabile cultura di chi sceneggia film “commerciali”): la Storia si fonde con l’esotico à la page.

Ma la mise en abyme della pellicola è (a mio avviso) una scena apparentemente marginale: quella in cui la bella descrive all’eroe il processo della mummificazione. Il pensiero di quell’eviscerazione sistematica gli strappa un moto d’orrore. Così nascono i film truculenti: da un sobbalzo, dalla pressione su un nervo scoperto. Il desiderio egizio di immortalità ha prodotto un monstrum. Questo è la Mummia: l’uomo fattosi mostro, per non aver accettato il limite della morte. Un archetipo, in un certo senso: e gli archetipi sono ciò che rende l’antico vivo fra noi. Come Imhotep, sì.

            Dulcis in fundo: anni fa, al Politeama di Manerbio, ho visto la locandina del secondo sequel. Stavolta, ambientato in Cina. Pare, infatti, che la simpatica usanza dell’imbalsamazione esistesse anche nel Celeste Impero. (Viva la fantasia!) Vorrà dire che, un giorno, io e mio cugino potremmo ritrovare in televisione la resurrezione d’un Involtino Primavera. Con copie perfette della bella, del buffone e dell’eroe: tutto, rigorosamente, made in China.

La consapevolezza della mise en roman dell’opera classica: il "Roman de Troie" di Benoît de Sainte-Maure

"[...] Se il Roman de Thèbes trovava il suo modello classico nella Tebaide di Stazio, il Roman de Troie del chierico francese Benoît de Sainte-Maure, sebbene basato (anche se non fedelmente) su due testi latini di Darete Frigio e di Ditti Cretese, si ispira ad opere ancor più ambiziose come l’Iliade di Omero e Le Argonautiche di Apollonio Rodio.
Gli anni di composizione sono i medesimi del Roman de Thèbes (il cosiddetto decennio dei romanzi antichi, 1155-1165); e, non a caso, appaiono numerosi gli elementi in comune che il prologo del Roman de Troie intrattiene con quello del Roman de Thèbes. Primo tra tutti, l’elemento della “doverosità” della diffusione dell’opera letteraria; il dovere e l’esigenza della divulgazione.
Costituisce, infatti, dovere inderogabile dell’intellettuale il non-tacere ciò che è degno di essere ricordato (si rievoca il ruolo di “traghettatore di conoscenza” di cui si parlava in precedenza). Questo principio, d’altro canto, è contraddistinto anche da una componente essenzialmente "sacrale": è il già citato Salomone a “insegnare” che non bisogna celare ciò che non è opportuno che venga celato. Ma a quale scopo? Quali sarebbero i fini di questo non-tacere? L’autore si dimostra chiaro nel fornire la risposta: «pro e honor»; letteralmente vantaggio (o profitto) e onore. Il supremo "vantaggio" risiede, dunque, nell’essere ricordato; e nell’ottenere onore dal ricordo stesso..." (continua)


Lorenzo Dell'Oso, Filologia del mondo nuovo su Edoardo Varini Publishing

domenica 3 giugno 2012

Amici miei


(Riferita all’omonimo film di Mario Monicelli)



Portar l’anima a spasso
con un guinzaglio d’ore,
in una zingarata
impossibile ancora,
lungo il corso del giorno;

far del sole una palla
e del cielo un cortile,
per giocare al Creatore
slegando le parole,
come se fosse antani:

forse, ciò non è peggio
che sfilacciar la vita
in rughe di contegno,
per offrir spalle dritte
all’Ultima Ironia.

2^ classificata al concorso “I Poeti Laureandi”, bandito dal Collegio Universitario S. Caterina da Siena, Pavia, 2012, pari merito con Ὁ γέρων Δημόκριτος (Il vecchio Democrito) di Giulia Sara Corsino.