venerdì 27 aprile 2012

Se la democrazia si misura in euro


Gentili Alfano, Bersani e Casini,
l'attuale cronaca politica non lascia dubbi sul cattivo uso dei cosiddetti "rimborsi elettorali". Tutto ciò in un periodo in cui sono imposti tagli sempre crescenti alla spesa pubblica, in settori senz'altro più vitali per i cittadini. Ciò che Avaaz e l'Italia si augurano è che venga effettuato un atto di buonsenso: la rinuncia ai milioni di euro che costituirebbero il rimborso per la campagna elettorale del 2008. Del resto, non si tratterebbe che di mantenere promesse già formulate. Capirete bene che, nella presente situazione del Paese, a stringere la cinghia non dovrebbero essere solo i cittadini senza un soldo. Se la richiesta dovesse parere eccessiva agli esponenti della politica italiana, bisognerebbe mettersi nei panni di chi sente annunciare, ogni giorno, che mancano soldi per la ricerca scientifica di base, l'istruzione pubblica, le pensioni, ecc., per poi scoprire che ve ne sono in abbondanza da riversare in tasche che non ne necessitano. Né si dica che il "rimborso elettorale" è fondamentale per la democrazia, perché è la sostanziale ricottura del "finanziamento ai partiti" respinto dal referendum del 1993. Giocare con le parole per sottrarre denaro alle pubbliche necessità non è democrazia. Sottrarre, appunto, detto denaro alla collettività per farcirne le tasche di una minoranza "rappresentativa" (?!) non è democrazia. A questo punto, si instauri una gara a chi dimostrerà maggiore onestà. Cordialmente,


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Erica Gazzoldi
Italia  


Campagna Avaaz: "Alfano, Bersani, Casini: rimborsate gli italiani ora!"

mercoledì 25 aprile 2012

Sesta puntata. L'antropologia della porta in Properzio (Elegiae, 1, 6)

" [...] L’incantevole elegia che qui si presenta è composta di due discorsi, incastrati l’uno nell’altro, secondo una tecnica cara ai poeti alessandrini: il primo è il lamento, per l’appunto, di una porta, che invece dei trionfatori che abitarono un tempo quella casa, ospita ora una donna "di facili costumi". Davanti alla porta ora avvengono risse di ubriachi e si lamentano gli amanti esclusi; di uno di questi la porta riferisce il triste quanto accorato lamento. Dopo aver esaminato il serrato dialogo tra una porta e un viandante nel carme 67 di Catullo, un ennesimo motivo di παρακλαυσίθυρον, sebbene riferito dalla porta stessa, non dovrebbe costituire, ormai, una novità nel panorama antropologico della porta nella letteratura latina. Di questo parere è, peraltro, Nicola Terzaghi. Egli, in un saggio in relazione anche a questa elegia, assegna alla porta attributi come materiale, insensibile, ingrata e, pur lodando il lirismo properziano, considera il motivo descritto di παρακλαυσίθυρον come tradizionalmente trito. Sebbene autorevoli, cercheremo di sfatare queste dichiarazioni e proporre un’analisi difforme che riesca a leggere più nel profondo il testo properziano... (continua)"

Lorenzo Dell'Oso , Filologia del mondo nuovo  su Edoardo Varini Publishing

Dio salvi Salgari


Lo confesso. Anch’io sono entrata in libreria e l’ho comprato: un tomo intero di romanzi di Emilio Salgari. Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa. Mi sono lasciata arruffianare da quella girandola di armi ed amori, di donzelle in pericolo e pirati gentiluomini, recitanti in scenari più finti delle torrette di Pisa segnatempo. Ho seguito Sandokan nelle sue spericolate avventure, puntualmente interrotte da digressioni, opportune come lo squillo del telefono durante il bagno. “Non sapete quanto siano buoni i semi del durion…” Tu ti senti, d’un tratto, un comune mortale, perché lo conosci solo come impiegato nelle torture dal Rapitore Seriale di Facebook. E la Perla di Labuan, tutta bionda dal dolore (O. Wilde in saecula saeculorum), coi sospiri potrebbe spingere la nave del suo pirata fino alle isole Azzorre.

Quanto a Sandokan, ogni volta che apre bocca, intona un’aria pucciniana o simili. Sia che rimpianga la sua donna, sia che apostrofi il supercattivo, tu t’aspetti che un pubblico acclami e si prodighi in applausi.

            Non parliamo di Tremal-Naik, noto per la pet therapy a base di tigre e il free climbing sulle pagode. I suoi rendez-vous si svolgono ai piedi d’una statua ingioiellata da teschi; la signorina che lo intrattiene è sobria quanto una ballerina al carnevale di Rio de Janeiro. Il tutto mentre s’aggirano figuri non esattamente qualificabili come camerieri.

Tu, intanto, trepidi, perché non sai che fine faranno i boccoli del Corsaro Nero, nella battaglia di Maracaibo. Devono essergli costati ore di lavoro col ferro caldo, alla mattina.

Ma, in fondo, va bene così. Nei romanzi non ci vuole un sangue troppo sanguigno. Del resto, che altro succede in quelle opere liriche tanto osannate? Salgari ha solo esaudito le richieste del pubblico: amori, avventure, esotismo a tutto spiano, di quelli che facevan tanto sospirare Madame Bovary. A suo modo, ha rispecchiato la realtà. Noi non salperemo mai per Mompracem; ma saranno i tigrotti della Malesia, magari, a godersi la pensione sulle nostre spiagge. Davide Van de Sfroos pronostica bene, in questo senso.

            I romanzi salgariani sono leggeri come i colori in un caleidoscopio. Ci permettono di essere eroi per qualche mezz’oretta, risparmiando il nostro sangue. Son fatti per essere goduti, saporitamente, senza freni. Seguendo la scia spumosa della Marianna, possiamo perfino dir che il naufragar… è dolce in questo mare.


martedì 24 aprile 2012

Tonino Guerra

"Il 21 marzo è il primo giorno di primavera. A qualcuno è saltato in mente di dedicare questa giornata alla poesia. Ma la poesia non può restare imprigionata in un giorno, è nella vita, in tutta la straordinaria banalità di eventi che si succedono.
Il 21 marzo, quasi per fare un dispetto, o un'uscita di scena spettacolare, ha scelto di andarsene Tonino Guerra (1920-2012), una delle voci della poesia dialettale più significative e vibranti, oltre a essere sceneggiatore, pittore, scultore e sorgente inesauribile di iniziative culturali. Il dialetto, lingua di un mondo che va scomparendo, sembrerebbe un artificio letterario, usato in poesia, sembrerebbe una posa. Ma è molto di più. Il dialetto di Guerra, di Santarcangelo di Romagna, brilla per intensità e forza comunicativa, affascinando per il suono che cattura e incuriosisce.

Guerra inizia a comporre durante la prigionia nel campo di concentramento tedesco di Troisdorf e sceglie di farlo in dialetto per mantenere viva dentro di sé la propria origine, la propria identità: in poche parole, per mantenere la propria umanità in una situazione terribilmente drammatica. Racconta infatti: <<Mi ritrovai con alcuni romagnoli che ogni sera mi chiedevano di recitare qualcosa nel nostro dialetto. Allora scrissi per loro tutta una serie di poesie in romagnolo>>.
La prima raccolta di Guerra si intitola I Scarabocc ('Gli scarabocchi') a cui segue I Bu ('I buoi'), immagine di una civiltà contadina che va gradatamente scomparendo. Ma è nelle raccolte successive che la poesia di Guerra raggiunge compimento: c'è una forza arcaica. che torna indietro fino alla poesia orale, con la consapevolezza di resuscitare, attraverso la voce, un ordine di cose che è stato cancellato dalla storia. La voce di Guerra arriva a ridare fiato a una realtà che si dimentica dell'uomo, inteso come individuo all'interno di una comunità; il suo dialetto palesa lo sforzo di preservare uno sguardo entusiasta sui piccoli miracoli della vita, a partire dai gesti più semplici e dalla natura. Basti pensare alla bellezza, alla semplicità dei suoi versi per capire di cosa sto parlando: <<L'aria l'è cla roba lizira/ che sta dalonda la tu testa/ e la dventa piò céra quand che t'roid>> (L'aria è quella cosa leggera/ che sta intorno alla tua testa/ e diventa più chiara quando ridi). Una poesia che è lode costante per la vita, con una lingua accesa. Si legga allora la poesia Canto ventiquattresimo, qui riportata,  per sentirlo vicino, come un parente, l'anziano del paese che racconta attorno al fuoco. Adesso sembra essersene andato ma il suo spirito vaga per le strade di Santarcangelo, con un sorriso sereno sul volto. Perché lui direbbe "Perché paéura? La morta le n'è méga nuiòsa, la vén una volta snò" (Perché paura? La morte non è mica noiosa, viene una volta sola).

Cantèda Vintiquàtar

La figa l'è una telaragna
un pidriùl ad sàida
é sgarzùl ad tòtt i fiéur;
la figa l'è una pòrta
ch'la dà chissà duvò
o una muràia
ch'u tòca buté zò.


U i è dal fighi alìgri
dal fighi mati s-cènti
dal fighi lèrghi e stretti,
fighi de caz
ciacaròuni ch'al tartàia
e quèlli ch'al sbadàia
e a n dòi una parola
gnènca s'ta li amàzz.

La figa l'è una muntagna
biènca ad zòcar
una forèsta in dò ch'e' pasa i lop
l'è la caròza ch'la tòira i caval;
la figa l'é una balèna svòita
pina ad aria nira e ad lòzzli,
l'è la bascòza dl'usèl
la su còffia da nota,
un fòuran ch'e' brèusa inquèl.

La figa quand ch'e' tòcca
l'è la faza de' Signour,
la su bòcca.
L'è da la figa ch'l'è avnèu fura
e' mond sa i èlbar, al novli, e' mèr
e i òman éun a la vòlta
e at tòtt al razi.
Da la figa l'è avnù fura ènca la figa.
Os-cia la figa!


La fica è una ragnatela/ un imbuto di seta/ il cuore di tutti i fiori;/ la fica è una porta/ per andare chissà dove/ o una muraglia/ che devi buttar giù.// Ci sono fiche allegre/ delle fiche matte del tutto/ delle fiche larghe e strette,/ fiche da due soldi/ chiacchierone o balbuzienti/ e quelle che sbadigliano/ e non dicono una parola/ neanche se le ammazzi.// La fica è una montagna/ bianca di zucchero/ una foresta dove passano i lupi,/ è la carrozza che tira i cavalli;/ la fica è una balena vuota/ piena di aria nera e di lucciole,/ è la tasca dell'uccello/ la sua cuffia da notte,/ un forno che brucia tutto.// La fica quando è ora/ è la faccia del Signore,/ la sua bocca./ E' dalla fica che è venuto fuori/ il mondo con gli alberi le nuvole il mare/ e gli uomini uno alla volta/ e di tutte le razze./ Dalla fica è venuta fuori anche la fica./ Osta la fica!"


Dario Bertini
su Kronstadt (Pavia), n° 66, aprile 2012, pag. 7
Rubrica Il vino dei poeti

lunedì 23 aprile 2012

Frequenze clandestine


"Dario Bertini non dorme mai. Lo vedresti arrivare col passo affrettato di chi ha qualcosa da dire, con i capelli sempre spettinati, oppure in qualche bar a leggere versi. [...] In un momento storico in cui i miti vanno spesi bene Bertini ha fatto i propri conti con generazioni di scrittori che hanno visto lontano e ha brevettato un modello di poesia che distrugge e ricostruisce rendite capaci di riprodurre e generare nuova linfa vitale. (dalla postfazione di Andrea de Alberti)..."  (continua)


Da Sigismundus

mercoledì 18 aprile 2012

Dramminimi


Forse, li avete amati, su qualche libro d’enigmistica. Forse, non li avete mai sentiti nominare. I dramminimi sono una particolare variante degli indovinelli. Si presentano come brani noir, dai titoli cruenti. Però, diverse spie nel lessico fanno intuire che il “delitto” è solo una veste verbale che adombra realtà innocue. Un esempio:



L’assassina



Era una donna di mondo. Si era data da fare, per amor di denaro, in mezzo a trame di ogni genere; ne aveva viste di tutti i colori. Ma veniamo al fatto.

Essa entrò nella camera, impugnando nella destra un lucente ferro e trascinando con la sinistra la vittima designata. Questa, ridotta a un cencio, non opponeva la minima resistenza. Bianca e slavata, era ancor molle di lacrime…

La donna si avvicinò ad un piccolo soppalco di legno e vi gettò sopra la vittima. Questa non fece moto alcuno. Piegato il capo, si accasciò supina.

Allora la donna, deposto momentaneamente il ferro, afferrò la vittima per i polsi e la tirò su scuotendola ripetutamente con violenza.

Invano: benché profonde rughe le solcassero il sembiante, la vittima subì passivamente tutti i maltrattamenti… Faceva un ben misero effetto.

La donna spruzzò un po’ d’acqua sulla vittima; e poi, visto che le cose non sarebbero cambiate, disse:

-Ora ti sistemerò io: voglio proprio conciarti per le feste! Ne ho fatte fuori tante:… ritieniti saldata!

Impugnò nuovamente il ferro, mirò al collo e colpì; mirò al petto e colpì ancora con forza, una, due, tre volte…

Testaferrata (pseudonimo di M. Musetti)



Le parole che abbiamo sottolineato rientrano nel campo semantico della sartoria. In altre parole, la perfida “assassina” sarebbe un’innocente sartina che stira una camicia appena rammendata. È certamente esperta, ma in trame e colori di tessuti. Da vera professionista, concia per le feste i capi d’abbigliamento passandoli sotto il ferro da stiro, dopo averli sistemati su un soppalco. La bianca camicia è molle e slavata per il bucato recente. Al momento, sembra proprio un cencio: così piena di rughe, sarebbe impresentabile ai clienti. Meglio spruzzarvi sopra un po’d’acqua, per stirarla più facilmente. L’esperta sartina insiste bene su collo, polsi e petto della camicia. Solo alla fine del lavoro sarà veramente saldata.

Nessuno, dunque, si è fatto male. Il lettore può tirare un sospiro di sollievo.

Anche noi tireremo sospiri di sollievo, finché i dramminimi rimarranno un gioco intellettuale. Finché non usciranno dall’enigmistica, per andare a spasso in campi che non sono i loro: magari, nella cronaca, per suggestionare lettori impreparati a decifrare l’enigma. Perché quel venire al fatto è, più sovente, un venire al detto: a quella veste verbale senza cui un’informazione non può esistere, ma che può anche sformarla pesantemente. Esercitiamoci, dunque, ai dramminimi: quelli che si trovano nella cronaca rosa, bianca e d’ogni colore, per indurci a barrare un simbolo partitico o ad amare/odiare gli amici/nemici d’altri.

martedì 17 aprile 2012

Quinta puntata. L'antropologia della porta in Catullo (carmen 67)

[...] Il carme 67, incluso nei Carmina docta del Liber catulliano, si discosta da essi se non da un punto di vista meramente formale, sicuramente da un punto di vista contenutistico. A differenza di carmina quali gli epitalami (61, 62), dei celebri epilli (63, 64) o della nota traduzione callimachea de la Chioma di Berenice (66), si narrano qui le vicende non proprio "edificanti" di cui è protagonista la famiglia che abita quella casa. L’unicità di questa composizione, tuttavia, non risiede tanto nel contenuto, quanto nel chi è chiamato a narrare questi eventi. La risposta è presto data: la porta della casa stessa. Chi, più di una porta, potrà sapere quante meschine storie si consumano segretamente in una casa? Catullo, come osserva Vincenzo Guarracino, costruisce una sorta di lungo epigramma che affida la sua efficacia a un vivace schema dialogico, collaudato già da una lunga tradizione letteraria e poi imitato da Orazio e Properzio. Il sorriso ironico e divertito del poeta fa da sfondo a gretti pettegolezzi di una città di provincia (forse Verona)... (continua)

Lorenzo Dell'Oso, Filologia del mondo nuovo su Edoardo Varini Publishing

venerdì 13 aprile 2012

Assaggi barocchi


Francisco de Quevedo

Dai "Poemas metafìsicos": 12 composizioni che esprimono gli stati d'animo più segreti del poeta. La vita è intuita come morte essa stessa, progressivo morire, ogni ora e ogni momento.

Vivir es caminar breve jornada,

y muerte viva es, Lico, nuestra vida,

ayer al fràgil cuerpo amanecida,

cada instante en el cuerpo sepultada.

Trad. di M.Pinna: "Vivere è come fare un corto viaggio/ e morte viva, Lico, è questa vita,/ ieri ebbe la sua alba in corpo fragile,/ ogni istante nel corpo seppellita".




Dai "Poemas religiosos": binomio morte-vita nella Passione di Cristo.



Dice que tiene sed siendo bebida,

con voz de amor y de misterio llena;

ayer bebida de ofrecìo en la Cena,

hoy tiene sed de muerte quien es vida.

Trad.: "Con voce piena di amore e di mistero/ dice che ha sete, Lui bevanda, / ieri offerta nella Cena; /oggi ha sete di morte Colui che è vita".



Dai "Poemas amorosos": concettismo con timbro personale. Ispirazione da mitologia e bestiari. Oggetti elevati a simboli degli atteggiamenti spirituali del poeta. Contrasto petrarchesco fra fuoco della passione e fiumi di lacrime.



En mi no vencen largos y altos rios

a incendios, que animosos me maltratan,

ni el llanto se defiende de sus brìos.

La agua y el fuego en mi de paces tratan;

y amigos son, por ser contrarios mios;

y los dos, por matarme no se matan.



Trad.: "Non riescono fiumi grandi e profondi a spegnere gli incendi che violenti mi devastano né il pianto è rimedio allo loro vivacità. Acqua e fuoco dentro di me trattano di pace e sono amici fra loro a spese mie, e congiurando per uccidere me non si uccidono l'un l'altro".



Luis de Gòngora



Lezione formale petrarchesca: potente architettura delle parti, con inizio discorsivo e finale di rapida, vigorosa ricapitolazione.



A Còrdoba

Oh excelso muro, oh torres coronadas

de honor, de majestad, de gallardìa!

Oh gran rio, gran rey de Andalucìa,

de arenas nobles, ya que no doradas!

Oh fértil llano, oh sierras levantadas,

que privilegia el cielo y dora el dia!

Oh siempre gloriosa patria mia,

tanto por plumas cuanto por espadas!

Si entre aquellas ruinas y despojos

qeu enriquece Genil y Dauro bana

tu memoria no fué alimento mio,

nunca merezcan mis ausentes ojos

ver tu muro, tus torres y tu rio,

tu llano y sierra, oh patria, oh flor de Espana!



Trad.: "Oh mura eccelse, oh torri incoronate/ di onore, di maestà, di potenza!/ Oh grande fiume re di Andalusia/dalle sabbie nobili quando non dorate! /Oh fertile pianura, montagne elevate/ che il cielo predilige e il giorno indora!/ Oh sempre gloriosa patria mia,/ tanto per le penne come per le spade!/ Se tra quelle rovine e spoglie/ che il Genil alimenta e il Dauro bagna,/ la tua memoria non mi ha continuamente sostenuto,/ allora non meritino mai più i miei occhi esiliati/ di vedere le tue mura, le tue torri, il tuo fiume, / il tuo piano e le montagne, oh patria, oh fiore di Spagna!"



BIBLIOGRAFIA



·                     "La letteratura spagnola dei secoli d'oro" di C. Samonà, G.Mancini, F. Guazzelli, A.Martinengo, BUR

·                     "Storia della letteratura spagnola" di P.L. Crovetto, Newton

Letteratura spagnola del XVII secolo



Il Seicento è, anche per la Spagna, il secolo del Barocco. Tipici della letteratura dell'epoca sono il "culteranesimo" (predilezione per termini preziosi e difficili) e il "concettismo" (ricerca di figure retoriche che accostino elementi assai diversi fra loro, suscitando stupore e meraviglia nel lettore). Per liberare il Barocco dall'accusa di artificiosità, si è cercato di distinguere una corrente "culterana", letterariamente corrotta e di contenuti anche immorali, da una corrente "concettista", nutrita dalla grande tradizione intellettuale e morale spagnola. E' vero che il Barocco spagnolo vede, al proprio interno, vivaci polemiche fra autori (come Luis de Gòngora e Francisco de Quevedo) e gruppi. Ma l'esistenza di queste due contrapposte correnti non ha fondamento reale. Quanto al concettismo, è interessante notare come esso sia stato alimentato dalla significativa definizione che di "concetto" ha dato Francesco Petrarca (pensiero o fantasma amoroso).



Caratteristiche generali del Barocco spagnolo

Si tratta di un'epoca priva di centro. Basti pensare alla di poco precedente filosofia di Giordano Bruno, che dipinse l'universo come infinito e popolato di innumerevoli altri mondi, oltre alla Terra: "Cossì non è più centro la terra che qualsivoglia altro corpo mondano" ("De l'infinito universo et mondi"). 

La visione del mondo è labirintica: la natura è un intreccio di segreti cifrati, da decodificare faticosamente. A questo scopo tendono i sillogismi della tradizionale filosofia Scolastica, l'esegesi biblica, lo spirito di osservazione della scienza nuova. Il linguaggio è visto come "filo di Arianna" di questo labirinto. Si spiegano così gli "eccessi" barocchi. Luis de Gòngora adotta un linguaggio oscuro, sovrappone linee metaforiche. Francisco de Quevedo contorce i significati, più oltre in questa direzione si spingerà Baltasar Graciàn. Un discorso particolare circa la parola forzata ad esprimere significati poco comprensibili vale per la letteratura mistica. E' il caso di S.Juan de la Cruz: da lui, la parola è contorta e amplificata per delineare l'esperienza mistica, e si avverte la frustrazione per l'inutilità degli sforzi. Tuttavia, il concettismo barocco è spesso svincolato dai contenuti: si tratta piuttosto di irretire il lettore in un complicato gioco di immagini volutamente fine a se stesso, alla ricerca del mero stupefacente. In questo modo, la letteratura rivendica un proprio campo autonomo, distinto da altri (filosofia, scienza, teologia, pedagogia...).

Il Barocco è dominato dal senso dell'illusione, della confusione tra realtà e irrealtà. L'uomo del Seicento non ha più certezze. Ne è esempio il "Don Quijote" di Miguel de Cervantes, il cui protagonista è incapace di distinguere tra il mondo circostante e il mondo dei romanzi cavallereschi.



"Don Quijote"

Il romanzo fu composto in due parti: la prima nel 1605, la seconda dieci anni dopo, con interposto un apocrifo di Avellaneda. Nasce dall'intenzione di criticare parodicamente il mondo fittizio proposto dall'antica tradizione dei romanzi cavallereschi. E' probabile che l'idea gli sia stata suggerita dall'"Orlando furioso" di Ludovico Ariosto, che lesse durante il viaggio in Italia nel 1569 al seguito del card. Acquaviva.  Il protagonista, esaltato dalla continua lettura di romanzi cavallereschi, decide di farsi cavaliere errante. Prende il nome di Don Quijote de la Mancha, decide di amare un'immaginaria dama di nome Dulcinea, prende come destriero il malandato Rocinante. Agli occhi del "cavaliere", tutta la realtà si trasfigura: celeberrimo è l'episodio dei mulini a vento scambiati per giganti. A far da contraltare a don Quijote, c'è lo scudiero Sancho. Egli rappresenta la realtà concreta, il senso comune. Inizialmente, l'ottica di don Quijote e l'ottica di Sancho (come è prevedibile) si scontrano. Tuttavia, alla fine, si instaura un dialogo. Il buonsenso di Sancho è relativo quanto la follia del cavaliere: la "realtà" dello scudiero è, talvolta, poco salda, mentre la pazzia di don Quijote ha il pregio d'essere generosa (paragonabile a quella che si meritò il famoso "Elogio" di Erasmo). Alla fine, Sancho si lascia coinvolgere dalla fantasia del cavaliere, mentre questi risente dell'influsso dello scudiero aprendosi al dubbio e assumendo una maggiore coscienza di se stesso. Il "Don Quijote" si propone di far interagire la realtà e la fantasia. Non solo: il mondo fiabesco dei romanzi serve a smascherare la bassezza delle cose e dei valori del presente. Nell'opera, il Cavaliere degli Specchi esprime così la propria ammirazione: "Non posso persuadermi che vi sia sulla terra chi soccorra vedove, difenda donzelle, salvaguardi l'onore di maritate e protegga orfani. E non lo crederei se non avessi visto con i miei occhi vostra signoria". Il "Don Quijote", così, rivela non solo gli inganni dei libri, ma anche quelli della realtà.



Don Quijote, nella storia, diverrà protagonista di un romanzo basato sulle sue peripezie. Si ritroverà così a rileggere la propria vita, preoccupandosi soprattutto della veridicità e convenienza del racconto. Ma avrà l'amara sorpresa di scoprire, nella seconda parte di tale romanzo, che un impostore ha usurpato il suo nome. Prima di rinsavire e morire, don Quijote chiederà ad un notaio che gli venga restituita la propria identità. Qualcosa di simile accade in una tragedia elisabettiana, "Hamlet, Prince of Denmark" di W. Shakespeare. In essa, il protagonista assiste ad una recita che mette in scena i punti salienti del suo dramma. Questo artificio insinua nel lettore o spettatore il dubbio che, se un personaggio di carta può assistere alla finzione della propria storia, egli stesso può essere una creatura fittizia e non esistere.



Luis de Gòngora y Argote (1561-1627)

Figlio di bibliofilo, prese gli Ordini minori e fu poi ordinato sacerdote (più per convenienza che per sincero desiderio). Viaggiò dalla nativa Cordova a Salamanca, studiò diritto canonico. Fu dignitario di molte e varie dignità, sia ecclesiastiche e di palazzo. Protagonista assoluto della cultura della sua epoca, farà scuola anche presso gli oppugnatori come Juan de Jàuregui. Fu attivo polemista e contraddittore dei maggiori fra i suoi contemporanei. Recupera i temi della lirica rinascimentale, coronando la tradizione. Il suo linguaggio è caratterizzato dall'intreccio di metafore, metonimie, ellissi e iperbati, che lo rendono oltremodo oscuro. Rimproverato di questo e di non rispettare la tradizionale corrispondenza fra stili e livelli, Gòngora risponde orgogliosamente di volere, con il suo linguaggio oscuro, sfidare gli ignoranti e mettere alla prova l'ingegno di chi fosse stato degno di seguire la sua scuola. Nasce così il cenacolo gongorino. Le sue opere principali sono due poemi: "Polifemo", che narra il non corrisposto amore del ciclope per Galatea, e le "Soledades" ("Solitudini"), di cui Jàuregui biasima lo scarso realismo e l'umiltà degli argomenti (galli, galline, pane, mele...) rispetto alla preziosità di stile e linguaggio



Francisco de Quevedo y Villegas (1580-1645)

Principale avversario e oppugnatore di Gòngora. Nacque a Torre de Juan Abad, dove vide il declino del proprio casato. A vent'anni giunse a corte., sulle orme del padre. Studiò al Colegio Imperial dei Gesuiti, poi all'Università di Alcalà. Nel 1618 fu ammesso nell'Ordine di Santiago; ciò lo portò a confrontare la gloria passata della Spagna a un presente che gli appariva misero, dominato dal potere del denaro. Fu turbinosamente impegnato nella vita politica. Nella sua personalità si uniscono tradizionalismo e irrequetezza esistenziale ed intellettuale. La sua opera principale sono i "Sogni". Ambientato in un Aldilà grottesco, è uno scritto allegorico che mette in scena la meschinità del mondo. La funzione di guida è affidata al Disinganno, personificato in un vecchio saggio. Ogni vizio è catalogato come manifestazione dell'ipocrisia. Criticate, sullo stesso piano, sono soprattutto l'ipocrisia femminile nell'uso dei cosmetici e l'ipocrisia dei poeti d'amore che alterano l'aspetto della donna amata con metafore ormai meccaniche. Nei "Sogni", insomma, sono solidamente agganciati due temi cari a Quevedo,  la polemica antifemminista e quella letteraria. Esprime, invece, il proprio antimachiavellismo militante nella "Polìtica de Dios" (1626) e l'esaltazione della monarchia nella "Spagna difesa". Nella "Hora de todos" (1635) tratta il tema della finzione onnipresente.Scrisse anche un noto romanzo picaresco, il "Buscòn", in cui l'accumulo di iperboli mostra questa derealizzazione.



Il romanzo picaresco

Si definisce così il romanzo avente per protagonisti i "pìcari", cioè popolani sfrontati, astuti, buffi e furfanti.  Il primo del genere fu la "Vida de Lazarillo de Tormes", anonimo, pubblicata nel 1553/54. A garantire la continuazione del genere, però, fu il "Guzmàn de Alfarache" (1599). Se, mezzo secolo prima, la figura del pìcaro appariva come eccezione, ora era la norma (ricordiamo la grande massa di mendicanti che il '600 vide). Le regole del mondo picaresco (legge del "saper vivere") si erano ormai rivelate pervasive. Il suo stile di vita (girovagare senza meta per Spagna ed Europa, per es.)  si presentava come possibile. Il gergo picaresco di era affermato come variante del linguaggio letterario. Questo genere, così intriso di spirito di disinganno, tende, insomma, a farsi totalizzante. Vediamo:

·                     "Guzmàn de Alfarache" (1599) di Mateo Alemàn, sivigliano, viaggiatore tra Europa e America. Anche il suo personaggio è irrequieto e instancabile girovago tra Spagna e Italia. Impressionante il numero di miglia percorse, mestieri, locande e peripezie. Ampie le digressioni edificanti (Guzmàn anziano ricorda e valuta il proprio passato): lettura controriformistica;

·                     "La pìcara Justina"(1599) di Francisco Lopez de Ubeda. Capostipite della picaresca femminile. Come il precedente, ricco di digressioni moraleggianti.;

·                     "Marcos Obregòn" (1618) di Vicente Espinel. Protagonista rabbonito e stravagante. Nessun intento edificante;

·                     "El diablo cojuelo" (1641) di Luis Vélez de Guevara. Un diavoletto faceto porta a spasso uno studente per i cieli di Madrid, scoperchiando i tetti e svelando piccoli vizi e manie cittadine.



Il teatro barocco spagnolo

La cornice in cui si afferma il teatro barocco spagnolo è soprattutto la città di Madrid. Una città in rapida espansione, nella quale si riversano contadini sconfitti dal latifondo e dalla "Mesta"(la potente corporazione di allevatori che impedisce un uso proficuo della campagna. Vi arrivano anche piccoli nobili declassati e oziosi. Lo Stato centralizzato, autoritario e controriformista passa di sconfitta in sconfitta (il disastro dell'Invencible Armada, Rocroi in Francia). Amputazioni territoriali, inflazioni, bancarotte, epidemie, fenomeni criminali. Davanti al degrado sociale, si rafforzano i miti dell'"honra" e dell'"honor", della purezza di sangue. Da qui, processi di identificazione di massa. Si capisce, quindi, come sia importante il teatro in quanto strumento di controllo: esso lega la fedeltà alla Corona all'ortodossia religiosa e domina le masse popolari. Il teatro è anche il luogo dell'artificio, della novità e della stupefazione (cari al gusto barocco), dell'ostentazione della ricchezza e del potere.Il luogo del teatro è la piazza; dagli edifici adiacenti vengono ricavati i palchi per gli spettatori di alto rango. Si ricerca ciò che va incontro ai gusti del pubblico, assai variegato (nobili, popolani...). Si rifiuta la tradizione (unità aristoteliche, ripartizione in 5 atti, rigide delimitazioni di registri...). Da segnalare, come autore, è Lope de Vega (1562-1635), che scrisse numerose e assai varie opere. Le migliori sono i drammi storici. In essi, Lope aderisce al legittimismo monarchico, all'ortodossia controriformistica, al conformismo ideologico. Tuttavia, è molto vivace il dialogo con il pubblico, soprattutto circa il tema della giustizia verso i ceti più deboli. Lope de Vega fece scuola presso gli altri commediografi. Altro da segnalare è Pedro Calderòn de la Barca (1600-1681). Della sua opera va notata l'assenza di quel sistema di certezze che aveva contraddistinto Lope. Poeta del disinganno, nelle sue opere il tema è la finzione che intride il vivere sociale. In questo senso, il suo teatro rispecchia il mondo, mettendone in scena le finzioni. L'unica realtà, per Calderòn, è il soprannaturale. (Teatro religioso. Teatralità della teologia. Straniamento).

mercoledì 11 aprile 2012

Lettera a Dante sugli Ignavi


Nel mezzo del cammino di tua vita,
perché, o Alighier, ti sei fermato
a dir degli Ignavi la sorte trita?

“Non ragioniam di lor” avea avvisato
il duca tuo; guardando e passando,
a dir quel silenzio ti sei impegnato.


Cosicché, per non passar da nefando,
ogni Italiano si sceglie un’insegna
e la rincorre, a richiesta del bando.

Chi sia più bravo a portare la legna
al fuoco, guelfo o ghibellin (non conta),
toccherà a te indicar dalla rassegna;

a noi, quaggiù, resta la noia o l’onta
di viver nei gironi d’uno stadio,
per non incorrer nella pena pronta

contro chi usa il cervello più del gladio.





Per amore dei libri


Dalla Lettera a Romain Rolland (gennaio 1921):

“…È molto bello ‘non aver bisogno di sperare per intraprendere, né di riuscire per perseverare’, ma io ho fatto tutto quel che ho potuto, durante venticinque anni di fede sincera nell’arte, nell’amicizia, in un futuro migliore. Mi son privato di pane non già per comprare un libro, ma per poterlo leggere e sognare per il suo fascino. Bambino e domestico, mi son fatto battere tutti i giorni per il crimine d’aver letto sottraendo tempo al mio sonno, dopo diciotto ore di fatica. Operaio, mi son fatto mettere alla porta per non essermi potuto separare un mattino da una lettura più bella della mia vita, più necessaria del mio pane, oppure per aver espresso la mia ribellione all’ordine stabilito. […]

La primavera del 1907 arrivai ad Alessandria d’Egitto, giungendo da Napoli. Ero povero e mal vestito, ma felice come un fringuello. La sera, nell’osteria di un connazionale, soffoco la mia fame con un pezzo di pane, un the ed un po’ di formaggio e, pagato questo pasto, non mi restava altro in tasca che dodici piastre (1, 50 franchi). Al mio fianco, un povero diavolo mi guardava ed aveva l’acquolina in bocca. Capii che aveva fame. Me lo disse lui stesso:

-Mangerò anch’io, stasera, se tu vuoi comprarmi questo libro; oggi non ho mangiato.

Aveva un libro sottobraccio. Era Resurrezione di Tolstòj. Glielo compro per le otto piastre che domandava, mi metto a leggere e dimentico tutto. Dimentico che mi serviva un letto per la notte, che costava un franco, e che non avevo altro che cinquanta centesimi. […] Le strade erano deserte. Ma bisognava camminare tutto il tempo, per non essere scorti dalle ronde notturne ed arrestati per vagabondaggio. Ebbene, bruciavo dalla voglia di continuare la mia lettura, interrotta alle pagine in cui Tolstòj descrive magistralmente la fisionomia del processo di Katuša ed il travaglio dei rimorsi che si produceva nell’animo di Nekhludov. Così, mi fermavo per leggere una pagina sotto la debole luce di ogni lampione che incontravo […] Ma ecco che verso le quattro del mattino cominciò a cadere una pioggia fine e ininterrotta. […] Arrivato il giorno, la pioggia cessò ed il sole brillò con tutta la propria generosità, ma io ero inzuppato fino al midollo.

[…]  Giunto su un braccio del ricco delta del Nilo, mi allontanai dalla strada e mi nascosi dietro una lunga siepe di canne da zucchero. Là, mi spogliai in fretta, distesi i miei panni sull’erba e, nudo come il nostro progenitore Adamo, mi misi a finire il mio romanzo. […] La mia povera pelle fu bruciata […] Avevo appena finito il libro e, in una voluttuosa collera, lo presi fra le mie mani, come si prende la testolina d’una cara creatura, immersi il mio sguardo nello splendore della sua bellezza e, col fuoco nel cuore e… nella schiena, gli gridai:

-Bambino adorabile, vedi il male che mi fai? Non deluderai le mie speranze?”



PANAIT ISTRATI

lunedì 2 aprile 2012

Quarta puntata. L'antropologia della porta in Plauto


Dopo aver passato in rassegna le quattro principali occorrenze indicanti la "porta" nella lingua latina, possiamo procedere all’analisi di un particolare processo che investe la porta stessa e al quale presteremo un occhio per così dire "antropologico": la sua antropomorfizzazione. Necessaria, però, una premessa. L’antropomorfizzazione della porta racchiude un topos assai caro alla letteratura classica e di cui Eduard Fraenkel ha dato un ritratto esemplare: il παρακλαυσίθυρον (lett. "davanti alla porta chiusa").
Si tratta di un motivo letterario tipico dell’elegia d'amore classica, ripreso in seguito anche dalla poesia provenzale. Consiste fondamentalmente nel ritrarre l'amante (un exclusus amator, che può a volte convergere con il poeta stesso) in veglia notturna dinanzi la porta chiusa della donna che egli desidera. [...]