lunedì 26 marzo 2012

"Non lassar la magnanima tua impresa"


Il sonetto che comincia La gola e 'l somno et l'otiose piume" occupa il settimo posto nel Canzoniere di Francesco Petrarca ed è il primo dell'opera a non essere d'argomento amoroso. Si tratta, piuttosto, d'un testo d'impegno intellettuale e morale, in cui il poeta si rivolge ad un anonimo corrispondente:



La gola e 'l somno et l'otiose piume
ànno del mondo ogni vertù sbandita,
ond'è dal corso suo quasi smarrita
nostra natura vinta dal costume;



et è sì spento ogni benigno lume
  del ciel, per cui s'informa humana vita,
  che per cosa mirabile s'addita
  chi vòl far d'Elicona nascer fiume.

Qual vaghezza di lauro, qual di mirto?
  Povera et nuda vai philosophia,
  dice la turba al vil guadagno intesa.

Pochi compagni avrai per l'altra via:
  tanto ti prego più, gentile spirto,
  non lassar la magnanima tua impresa.


L'impresa del v.14 non è specificata; è tuttavia chiaro come essa sia legata alla philosophia (v.10), cioè all'amore per le scienze e le lettere (Ponchiroli): il v.8, per l'appunto, fa riferimento al monte Elicona, una delle due vette del Parnaso, indicato dalla mitologia classica come sede di Apollo e delle Muse. Il lauro ed il mirto (v.9) simboleggiano, rispettivamente, la poesia eroica e quella amorosa. E' dunque chiaro come il sonetto alluda alla scarsa considerazione in cui il sapere speculativo e letterario è tenuto in un contesto dominato dalla ricerca di beni materiali (v.1). Non bisogna dimenticare che contemporaneo di Francesco Petrarca è Giovanni Boccaccio, colui che, in molte novelle del suo Decameron, ha rappresentato l'epopea del mondo mercantile, non tacendo gli effetti deleteri della "ragion di mercatura". Nei fratelli di Lisabetta da Messina (IV, 5) e di monna Giovanna (V, 9), fra gli altri, G.Boccaccio offre esempi concreti di come la logica materiale avesse del mondo ogni vertù sbandita (v.2), non solo in senso intellettuale, ma anche affettivo e morale. E' probabilmente al modello di società affermatosi nel Trecento che F.Petrarca, del pari, si riferisce: una società in cui avevano notevole peso la figura del mercante e del banchiere. Con l'ascesa della nuova classe borghese, andava affermandosi il potere del denaro, che finì per rivaleggiare coi possedimenti terrieri feudali. In questo contesto, la figura dell'intellettuale si trovava, inevitabilmente, a disagio. Si trattava di uno scontro fra due logiche: la boccacciana "ragion di mercatura", tesa al profitto, ed il culto delle arti e della filosofia, indipendentemente dal guadagno materiale da trarne. Lo stesso Francesco Petrarca, per sostentarsi economicamente, prese gli ordini minori e godette di una sinecura, scelta condivisa da diversi intellettuali dell'epoca.

A ciò si aggiunga il rapporto fra il sapiente e la vita pubblica. Dante Alighieri, che apparteneva alla generazione precedente, era ancora fiducioso di poter influire, con la propria attività intellettuale, sullo svolgimento dei fatti storici. Ne sono testimoni i numerosi passi della Commedia che fanno riferimento alla storia a lui contemporanea; si pensi ad un'opera di profondo impegno politico come il De Monarchia; lo stesso De Vulgari Eloquentia, dietro agli interessi linguistico-letterari, cela il richiamo alla necessità di una "reggia" e di una "curia" (corte) per l'Italia Nella produzione di F.Petrarca tutto questo è assente. Egli è, di fatto, esiliato dalla vita pubblica, così come la sua famiglia e lo stesso Dante lo furono da Firenze (1302). Nell'epoca delle Signorie, il letterato era espulso dal potere reale e ricopriva, piuttosto, il ruolo di specialista della cultura. F.Petrarca ed i suoi pochi compagni (v.12) costituivano, in un certo qual modo, una sorta di casta ben distinta dalla turba (v.11). Una situazione che porta il poeta a compiangere la solitudine del sapiente, che per cosa mirabile s'addita (v.7). La consapevolezza dell'autore, tuttavia, si spinge oltre: se la condizione dell'uomo di cultura è povera et nuda (v.10), è tuttavia conforme a vertù (v.2), la quale consiste nel seguire il corso (v.3) della nostra natura (v.4). In altre parole, colui che vòl far d'Elicona nascer fiume (v.8) obbedisce ad una sete che connota l'uomo come uomo, così come lo informa (v.6) ogni benigno lume/ del ciel (vv.5-6). La philosophia può dunque non solo sopravvivere al costume (v.4) diffuso che le è contrario, ma addirittura fiorire a suo dispetto, come nell'esperienza petrarchesca, proprio perché inscritta nella natura umana e da essa inscindibile.

venerdì 23 marzo 2012

Un delinquente perbene


“Don Rodrigo voleva bensì fare il tiranno, ma non il tiranno salvatico: la professione era per lui un mezzo, non uno scopo: voleva dimorar liberamente in città, godere i comodi, gli spassi, gli onori della vita civile; e perciò bisognava che usasse certi riguardi, tenesse di conto parenti, coltivasse l’amicizia di persone alte, avesse una mano sulle bilance della giustizia, per farle a un bisogno traboccare dalla sua parte, o per farle sparire, o per darle anche, in qualche occasione, sulla testa di qualcheduno che in quel modo si potesse servir più facilmente che con l’armi della violenza privata.”



ALESSANDRO MANZONI

giovedì 22 marzo 2012

Un coming out "sui generis"


Avevo pensato di intitolare questa pagina Io e l’omosessualità. Ma l’espressione, pur nella propria immediatezza, sarebbe stata insoddisfacente. Anche perché diffido di etichette monolitiche come “omosessualità” o “eterosessualità”. Ci vengono in soccorso nelle conversazioni quotidiane, ma ritagliano in pezzi di tangram i sentimenti: ossia, cose che non tollerano il ritaglio. Parlare di affettività è difficile, proprio perché le persone vengono incasellate (o si incasellano) in questo tipo di ranghi. Così schierati, per l’appunto, “eterosessuali” ed “omosessuali” mi si sono presentati, undici anni fa, in una puntata di Ciao Darwin.

<<Papà, cosa vuol dire “gay”?>>

<<Vuol dire “uomo a cui piacciono gli uomini”>>.

<<Ah.>>

Mi bastò, almeno per capire discorsi e battute in voga alle scuole medie. In ogni caso, la questione non ebbe veramente importanza, finché non approdai al liceo. Non ero più una bambina; inoltre, ero piena di interrogativi sugli uomini e sulle donne, su cosa costituisse veramente l’identità di genere –dato che gli stereotipi infantili di “maschi” e “femmine” non mi convincevano da tempo. I miei sentimenti verso i ragazzi, benché ancor pieni di esaltazioni fantastiche ed impennate romanzesche, si facevano più concreti. Avevo il bisogno, sempre meno incerto, di amore come comprensione reciproca, totalità, impegno. Cose che difficilmente i miei coetanei si sarebbero sentiti di offrirmi. 

Cominciavo ad avere anche una mia visione, un’ “ideologia dei rapporti”. Vedevo uomini e donne come destinarsi a completarsi nelle proprie differenze, misteriosamente combacianti, sebbene incomprensibili gli uni alle altre. Disse bene qualcuno: “La guerra dei sessi è l’unica in cui i nemici dormano insieme.”

Però, c’erano i gay.

Tutto ciò che sapevo era che, per loro, il magnetismo fra i sessi non funzionava in quel modo. Per di più, il loro legame non si poteva liquidare con la solita spiegazione “zootecnica” (“l’attrazione sessuale serve a far riprodurre la specie”). Si poteva essere felici, senza quel completamento fra i sessi che mi sembrava così vitale? Era più facile comprendersi fra persone dello stesso sesso o (al contrario) c’era più attrito? Cosa significava l’altro sesso per chi non ne era attratto?

            Pareva che nessuno sapesse rispondermi, o che io non sapessi esprimermi. Al massimo, le mie perplessità venivano scambiate per tabù religioso. Ma la mia formazione cattolica, tutt’al più, rafforzava ciò che già sentivo: ossia, che uomo e donna erano fatti per diventare “una carne sola”. Nessuno mi insegnò l’odio in nome di Dio. Quanto all’”abominio” ed al “peccato”, essi erano volontari per definizione. E l’orientamento sessuale non era volontario.

 Il mio fastidio andava, semmai, alla rappresentazione mediatica della questione. Per quanto fossi ingenua a quindici anni, avvertivo che “qualcosa non andava” nell’informazione italiana. Pacs, DiCo, matrimonio gay erano sbandierati insieme a sostantivi astratti, come “libertà” e “progresso”. Ma la “libertà” non era un’informazione ed il “progresso” nemmeno. In più, il tutto era condito dalla denigrazione della cultura cattolica, in cui ero cresciuta. Non proprio l’ideale per stimolare la concordia fra cittadini. Lasciamo stare il buonismo condiscendente, passato per “comprensione” e “apertura mentale”. Pensavo che, se fossi stata lesbica, non avrei sopportato quel tipo di smancerie. Il vero rispetto non è ostentato.

 Imparai che esisteva l’Arcigay, un’associazione ben connotata e dedita a dette tematiche. Tuttavia, mi riconoscevo poco in quegli uomini interi, con le idee bene in fila ed una bandiera da sventolare. La mia era una ricerca interiore, che mirava a capire cosa fosse l’amore e, di riflesso, cosa fossi io. Ogni domanda sull’eros è una domanda su se stessi.

            Tentai letture sull’argomento, anche di psicologia. Cominciai a delineare il ruolo dell’infanzia e della famiglia nella formazione della sessualità. Mi appassionò vedere come non fosse solo un fatto d’ormoni o un meccanismo, come potesse perfino trasformarsi.
Non mi stupì per nulla la famosa canzone di Povia, Luca era gay (2009). Semmai, trovavo un po’ schematica la divisione della storia in un “prima” e un “dopo”. Ma il resto non si discostava molto dalle mie recenti letture. Il messaggio, sostanzialmente, era: “Nessuno dia per scontato se stesso. Ci sono sorprese anche dietro le ‘caratteristiche immutabili’”.

Quando la canzone era stata preannunciata, Aurelio Mancuso aveva rilasciato dichiarazioni di fuoco a La Repubblica. Siccome il testo non era ancora noto, l’avevo trovato un furore prematuro. Meno ancora capivo perché i sostenitori del coming out dovessero opporsi all’analisi di una vicenda umana. Per giunta, come poteva un movimento ritenersi unico interprete d’una realtà complessa? Ciò aveva portato al mio primo ed unico scontro con gli attivisti gay.

Avevo espresso con parole incandescenti le obiezioni di cui sopra e le avevo inviate a quattro quotidiani fra loro diversissimi.

Ne risultarono critiche sommarie; mi si misero in bocca parole che non mi ero mai sognata di dire e ne furon travisate altre. Però, ebbi anche il dono d’una risposta da parte di Dino Boffo (guarda caso, poi “accusato” di omosessualità). In più, nacque un breve ed accorato scambio di e-mail con la madre di un ragazzo gay. Il cuore aperto di quella donna fu la prima vera risposta alle mie inquietudini giovanili. Finalmente, mi fu concesso un dialogo che andasse oltre gli slogan. Ne emerse la quotidianità di un giovane che si fidava della propria famiglia, aveva molti amici con le stesse inclinazioni affettive e desiderava, semplicemente, essere felice in amore. Nelle parole di sua madre non c'era nulla dell'aggressività che avevo sperimentato in molti "dibattiti". Vedevo in quella storia, a linee nette, ciò che avevo cominciato ad intuire: sotto l'etichetta "sessualità", erano poste, in realtà, sfumature impossibili da classificare realmente (come dicevo all'inizio). La stessa polarità uomo-donna era lungi dall'essere netta: a volte, identificazioni diverse ed inclinazioni diverse convivevano nella stessa persona. Cominciavo ad intuirlo anche in me stessa, "maschiaccio" mai pacificato con la propria "femminilità". 

L’altra mano che mi fu tesa fu quella della letteratura. Già conoscevo Saffo ed Oscar Wilde. Poi, in una libreria di Pavia, incontrai l’opera di Delia Vaccarello. I suoi scritti mi permisero di calarmi nell’omoerotismo femminile, che mi riguardava in quanto donna. Ne nacque una corrispondenza fra lettrice e scrittrice che dura tuttora.
Non ho "risposte" verbali alle mie vecchie domande. Le "risposte" sono persone di carne ed opere d'arte: sfaccettate, intuitive, semplicemente ineludibili. Le "contraddizioni" dell'eros sono diventate una presenza familiare. L'amore mi appare come una pulsione a costituire un'unità fra persone distinte, a partire dalle loro inclinazioni spontanee. La felicità sentimentale, di conseguenza, è la realizzazione di detta unità, che (purtroppo o per fortuna) non può seguire alcuna ricetta preconfezionata e deve essere conseguita secondo un percorso fatto di domande su se stessi. 
Pacificatami interiormente, ho potuto interessarmi anche alle istanze "esteriori" (sociali e civili) del movimento LGBT.

Attualmente, ho amicizie recenti fra i ragazzi dell’Arcigay di Pavia. Ho scoperto la rassicurante presenza delle drag queen, che mi hanno fatto capire quanto un uomo possa calarsi nei panni di una donna.

A loro dedico questo mio insolito “coming out”, scaturito dalla sincerità che un’amicizia sempre richiede. Con affetto,


Erica


lunedì 19 marzo 2012

Reading da "La tessitrice di parole"

Rielaborazione dell'introduzione al reading tenuto presso il circolo "Via d'acqua" (Pavia)
La tessitrice di parole è una figura nata dopo circa tre anni di lavoro frammentario. Avevo sperimentato tutte (o quasi) le forme poetiche che il liceo poteva offrirmi; avevo tratto ispirazione dalle mie minute vicende personali, dai sentimenti o anche dalla cronaca. Un materiale che avevo ammassato in fogli e quadernetti, senza alcun progetto pregresso. Poi, l'idea: una tessitrice di parole.

            Questa espressione descriveva il mio lavoro molto meglio di "poetessa": un termine altisonante per un'adolescente alla prima pubblicazione ufficiale. Ed anche poco scaramantico: Fabrizio De André, una volta, ha ricordato che "fino a vent'anni, si scrivono poesie. Dopo, ci si divide in due categorie: i poeti ed i cretini." Incrociamo le dita.

"Tessitrice" sottolinea il lato tecnico della poesia, l'impegno nella costruzione dei versi, per rendere pensiero e discorso ciò che non nasce come pensiero o discorso.

La poesia non è sfogo. E' lavoro di cesello e di lima. Che lo si compia sul foglio o nei recessi della mente, è indifferente. L'importante è che non rimangano fili pendenti.

            Ideare la "tessitrice di parole" è stato anche un modo per dare una cornice alle "rime sparse" di cui dicevo. Ho pensato che i lettori si sarebbero trovati più a proprio agio, se avessero camminato in compagnia di una guida: un po' misteriosa ed un po' rassicurante.

            Infine, sarebbe stato un piacere anche per me affrontare questa raccolta non come una compilazione, ma come una creazione del tutto nuova: una storia...

Erica Gazzoldi, La tessitrice di parole, Brescia, 2011, Marco Serra Tarantola Editore

Terza puntata. Ostium e limen


"Prima di analizzare l’antropomorfizzazione della porta in Plauto, permettetemi di annoiarvi ancora con un paio di notazione etimologiche, indispensabili, però, a una corretta comprensione del fenomeno.
Allora. Continuiamo. La parola OSTIUM deriverebbe da OS (che oltre a voler significare bocca, faccia, sta ad indicare l’apertura in genere), senza dubbio antico (di ascendenza indoeuropea), dal momento che il letto-lituano presenta lit. ustas e ustà, lett. uostos, uosta e il russo ustije. Il tema os- si ritrova nell’ittito ais, gen. issas (“bocca”). In seguito si attestano: ved. asah; gath. asa (grafia errata per anha), san. as(i)yam, loc. asàn, asanì.
OSTIUM equivale all’entrata, all’apertura. Può indicare (e si riscontra sovente) la bocca di un fiume (si pensi a Ostia, nome del porto di Roma, o all’Ostia Tiberina “bocca del Tevere”, nel senso di ‘foce’). Volendo restringere il significato, potremmo intendere OSTIUM (come suggerisce sempre Mazzoli) come il nostro "uscio". I latini, infatti, come si desume in Plauto Mil.329 e Stich.449, distinguevano il rectum ostium dall’ostium posticum, la porta principale dalla porta posteriore di una qualsiasi abitazione. Tuttavia, nella lingua latina, è possibile leggere così come IANUA, di un ACHERUNTIS OSTIUM (Plauto,Trin.525) o di un’OSTIA DITIS (Virgilio,Georg.467). La spiegazione è sottile ma fondamentale. Se l’Inferni Ianua dell’Eneide sta a indicare il passaggio sacro e obbligato dell’Oltretomba, con tutta l’importanza spirituale che ne consegue, l’ACHERUNTIS OSTIUM altro non è che l’ingresso fisico e materiale di un luogo determinato, per l’appunto l’Acheronte. In altri termini, l’OSTIUM è una lettura di ‘primo livello’ (fisica e materiale), la IANUA ‘di secondo livello’ (spirituale e morale).
Incerta permane l’etimologia di LIMEN. È assodata l’esistenza di uno stretto legame con il sostantivo LIMES (tr. limite, confine, ma anche sentiero, strada). Ma da dove deriva quest’ultimo? L’osco liìmìtù "limitum" potrebbe essere penetrato nel latino. La relazione che spesso è intravista con l’aggettivo LIMUS (tr. obliquo, di traverso), come dichiarano, oltre a Mazzoli, anche Ernout e Meillet, non è più inammissibile, ma rimane fortemente dubbia..." (continua)

lunedì 12 marzo 2012

Testardi senza gloria


"La lotta contro la criminalità organizzata ha, nell’immaginario contemporaneo, il volto di Roberto Saviano. Poco si conoscono, invece, i “soliti ignoti” che coltivano detta lotta, soprattutto grazie alla democrazia del Web. Blog e social network sono solo apparentemente giocattoli adolescenziali. Possono veicolare la coscienza civile e provocare persecuzioni giudiziarie. Come nel caso di Vincenzo Fatigati.

Studente di Filosofia, cresciuto ad Afragola, gestisce due blog: L'inferno dei viventiVincenzo Fatigati - Non esiste un momento nel quale sia sospeso il dovere di dire la verità. . I temi che tratta sono legati all’attualità ed alla camorra, con particolare attenzione alla scena afragolese. Su Facebook, è fondatore della pagina Resistere ad Afragola contro la camorra , cui si affianca il gruppo: Presidio Afragola - Casoria: resistere ad Afragola contro la camorra . Tutto ciò, lo scorso 27 gennaio, è costato a Vincenzo una querela da parte di Anna Mazza: per intenderci, colei che Saviano ha ritratto in “Gomorra” come vedova di Gennaro Moccia, padrino di Afragola, e riformatrice imprenditoriale del clan.

Oltre a Vincenzo, la querela della signora ha coinvolto due giornalisti: Roberto Saviano, per ovvi motivi, e Marco Di Caterino, “colpevole” d’aver diffuso su Il Mattino (in data 1/11/2005) i risultati delle indagini su Luigi Moccia, figlio di Anna Mazza. La pagina FB fondata da Vincenzo ha riproposto citazioni da entrambi i succitati. Ad essere messo in questione è il titolo stesso del sito. “Si tratta […] di una precisa denuncia della società afragolese […] Non è un caso che la pagina venga denominata proprio ‘Resistere ad Afragola contro la camorra’ ” dichiara l’avv. Antonietta Genovino, difensore di fiducia di Anna Mazza, opponendosi alla richiesta d’archiviazione del caso. In altre parole, la vedova Moccia vorrebbe vietare che si parli di “camorra ad Afragola”. Più ancora, avversa l’indicazione del clan Moccia come associazione a delinquere. Tutto ciò, però, non è certo frutto della fantasia di Vincenzo. La questione è sul tavolo da tempo e per opera di diverse testate. In particolare, La Repubblica (28/09/1994) pubblicò un articolo di Giovanni Marino ed Ottavio Ragone circa le dichiarazioni del pentito Domenico Cuomo. Esse riguardavano anche i figli della querelante: essi si sarebbero “dissociati”, ovvero avrebbero preso ideologicamente le distanze dalla camorra, ma senza fare accuse a carico di alcuno. (1) Il pezzo di Marino e Ragone è stato riproposto dalla suddetta pagina FB, insieme alle citazioni da Saviano e Di Caterino, nel gennaio 2012.

Il Pubblico Ministero Luigi Musto è stato colui che ha richiesto l’archiviazione del caso. Ha sottolineato come l’accusa di diffamazione sia inconsistente. In primo luogo, gli indagati avrebbero semplicemente esercitato un diritto garantito dalla Costituzione: “…manifestare liberamente il proprio pensiero [...] La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure” (art. 21). Inoltre, si sono limitati a dati cronachistici di pubblica utilità, senza contravvenire alla continenza verbale. “Le affermazioni effettuate dagli utenti del sito” scrive poi Musto, circa la pagina FB “non presentano carattere di categoricità, veicolando informazioni della cui fondatezza si parla in termini probabilistici, attingendo in ogni caso da atti processuali e verbali di polizia giudiziaria.”

Lo scambio di informazioni e riflessioni fra Vincenzo e gli altri utenti è, dunque, ciò che Anna Mazza chiama “diffamazione”. “Come se criminale fosse solo un giudizio su un operato, non un gesto oggettivo, un comportamento.” (2) Tanto che, sul banco degli imputati, finiscono proprio loro, i “testardi senza gloria” che abitano in terra di camorra e cercano spazi per parlarne, per dire che non vogliono più vivere in una Gomorra da distruggere.



(1)                      Cfr. Roberto Saviano, Gomorra, (“Piccola Biblioteca Oscar”), Milano, 2010, Mondadori, pag. 166-167.

(2)                      Roberto Saviano, op. cit., pag. 175.  "

Da Inchiostro (Pavia), n° 116, marzo 2012, pag. 6


Eros e Thanatos


È facile innamorarsi delle cose terribili.



Questa non è Wonderland


“La tua Ines non esiste […] non è colpa mia se tu mi hai mitizzato.

Io sono una persona in carne ed ossa, con la sua vita.

Non cederò di un millimetro ai tuoi capricci cataclismatici.

Posso aiutarti, posso tenderti la mano, ma resterò distante.

Distante da te. […]

Era troppo sperare di vederti entrare da quella porta, cosciente e luminoso, calmo, sereno…

Era troppo parlare di te, del tuo problema, avvicinarti al mio mondo.

No. Hai deciso tu.

Tutto quello che hai scritto deve avverarsi, perché tu sei al centro.

Profeta del mio cazzo.

La verità, piccolino, è che nessuno ti ha mai preso a sberle. […] Ti hanno assecondato […], ti hanno imbottito di parole come poverino e vittima, anziché lasciarti nella tua pozza marcia a sgocciolare per un po’.

Ti avrebbe fatto bene, sai?

Ma tu, ora, pretendi tutto, forte del tuo startene su uno scalino, più in alto di noi normali, vero? […]

Questa non è Wonderland, piccolo.”



VINCENZO DI PIETRO

Da: Vincenzo Di Pietro, Senza te, (“Primaverrà”), Milano, 2011, Leone Editore

L'onore e il rispetto


L’ONORE E IL RISPETTO
di Angelico Mazzanti

Ieri, nel nobilissimo Corso Antico di Culagna, è stata constatata un’onta all’urbanistica ed alla civiltà. Sull’acciottolato pregevole, sul porfido dei marciapiedi, che la nostra giunta ha posto in luogo del vilissimo asfalto, un vigile urbano ha constatato uno sfregio.Si trattava d’una sordida carta di caramella –presumibilmente alla fragola, dato il colore rosso. Era stata gettata da una mano barbaramente sorda ai valori dei padri. Col suo gesto, ha insultato le sacre memorie del Corso, il monumento ad Annibale Asdrubaloni, martire della storia di Culagna, che su di esso s’affaccia.Simili atti sono un’offesa all’onore ed al rispetto, che –si spera- non macchieranno mai più la nostra bella città.


venerdì 9 marzo 2012

Ragione

Chi esalta la Ragione è pari a chi celebra la scialuppa nel mezzo dell’oceano.

Perverso ossimoro


"Legge naturale": un perverso ossimoro.

Premiazione di "Caratteri di donna"

Da La Provincia Pavese, 9 marzo 2012, pag. 16


P.S. Non sono menzionate le vincitrici delle singole sezioni, purtroppo. Ma è un bel ricordo comunque.

Lupus in Fabula

O mio cuore dal nascere in due scisso,

quante pene durai per uno farne!

Quante rose a nascondere un abisso!

(Umberto Saba)




Le sue dita imprimevano un ritmo indiavolato alle corde del pianoforte. “Non dovresti picchiarli così, quei tasti” gli diceva sempre “Floyd”. Sbuffò e richiuse lo strumento. Lo sapeva. Fin troppo. Il diploma del Conservatorio non era solo un pezzo di carta e ne era fiero.

Solo questo. L’unico problema –ne era convinto. La cosa che sonnecchiava al fianco della lucida mente musicale, come fosse la sua sposa –maledettamente ideale. Se la scrollò di dosso e lasciò la stanza.

Raggiunse la sala comune del Ghislieri. Quattro collegiali arroventavano le manopole del calcetto; il venticinquenne “Chiambretti” dava prova di sé con le freccette del tiro a segno, sfidando due “fagioli” del secondo anno ed un paio di matricole. Il loro sorriso ironico non si scioglieva in commenti –evidentemente- per rispetto dell’anzianità.

Si lasciò andare su una poltroncina, vicino a “Floyd”. Un folto crocchio di compagni e di ragazze della sezione femminile si era radunato intorno al tavolino. Lui decise che, per quella sera, il programma d’esame avrebbe potuto aspettare.

Notò che il tavolino era stato sgomberato dai consueti giornali; al loro posto, una scatola da cui erano piovute varie carte colorate. Tutti erano catalizzati dalla Bordoni, che stava spiegando di che gioco si trattasse.

<<…”Lupus in Tabula”>> afferrò lui. <<Ogni giocatore riceve una carta, che gli dice qual è il suo ruolo. Può essere un “umano” o un Lupo Mannaro. Il Veggente legge nella loro mente e li sa distinguere. I Lupi Mannari sono due…>>

Sentiva qualcosa irritarlo sordamente, come un cattivo liquore che gli scendesse nelle viscere. Non solo il titolo del gioco, beffardamente simile al suo nome di collegio, “Lupus in fabula”. Tutta una girandola di rimandi che sembrava additarlo, quasi una corona di unghie adunche. Strinse in pugni le sue belle dita, proprio da pianista. Difficile immaginarle farsi zampe di lupo. Ma così era. Una sardonica sovversione del buonsenso, che –avrebbe detto Pirandello - non aveva neppure bisogno di parer verosimile, perché era vera.

Aveva quattordici anni, quando quella vita bollente si era infusa per la prima volta in lui. O era scaturita dal suo interno. La cosa.

Non era poi così terribile. Le sue metamorfosi erano fluide, senza dolore. Gli piaceva quel corpo animale, la pelliccia folta e bruna come i suoi capelli, i muscoli che bruciavano le distanze. Ciò che era terribile era doverlo nascondere. Era difficile a Pavia, dove studiava, sebbene le ombre medioevali ed i vicoli del centro storico sembrassero un teatro adeguatamente cupo. Più ancora lo era nella sua città natale, viva di giorno come di notte, dove i ragazzi divoravano le serate con gli amici –come lui, quando la cosa non lo prendeva.

<<Il Criceto Mannaro gioca solo per se stesso…i due Massoni conoscono l’uno il ruolo dell’altro…>>

Quel gioco era una stupida, grottesca mascherata.

Finita la spiegazione delle regole, cominciò la distribuzione delle carte-ruolo. Anche lui se ne vide rifilare una –la Bordoni l’aveva incluso automaticamente nel gioco - e si rassegnò a guardarla. Era uno dei Massoni. Si rilassò.

Gettò un’occhiata al crocchio. E vide la Tedoldi incrociare le sue lunghe gambe. Deglutì.

Poi, colse un’altra presenza, vicino alla sua. Christina. Non ne era sicuro –ma gli era parso che avesse appena distolto lo sguardo da lui.

Christina era l’unica persona, a Pavia, che lo inquietasse veramente. Perché gli somigliava. Non nel colorito perlaceo, negli occhi schivi, nella fronte marmorea. Ma nella forza risucchiante emanata da lei, nella sua energia animale. Non era la cosa. Ma le somigliava.

Christina non era del Ghislieri. Però, trovava spesso modo di fare qualche visita, soprattutto ora che era amica della Tedoldi. E di lui, “Lupus in fabula”. L’aveva accolta più d’una volta, nella penombra storica della sua stanza, fra il ferro battuto ed il legno scuro del mobilio. Si sedevano alla scrivania, tessevano ciascuno il proprio bozzolo di silenzio e studiavano. Poi, lei se ne andava –sempre lasciandogli un bacio sulla carne della guancia. Era affetto vero, lui lo sapeva. Ma non poteva fare a meno di pensare a quante, millenarie volte le sue labbra avessero ripetuto quel gesto con altri, cogliendone una ciliegia di sangue.

Guardava Christina passare nei corridoi del Ghislieri come fosse un’ombra esperta, inquietante. E giungeva a credere che fossero reali le antiche superstizioni di Bram Stoker –che quelli come lei  entrassero anche da fessure e serrature, una volta consentito l’ingresso.

La Bordoni, autoproclamatasi master del gioco, dichiarò l’inizio della “fase notte”. Tutti chiusero gli occhi e cominciarono a battere le mani sul tavolino, per coprire altri rumori. <<Il Veggente apre gli occhi e indica un sospettato!>> scandì la master. Seguì qualche minuto, riempito dai colpi sul legno. Il conciliabolo tra il Veggente e la master si consumò, con risultati a lui ignoti, ed il gioco proseguì.

<<I Lupi Mannari aprono gli occhi>> riprese la Bordoni <<e scelgono una vittima!>>

Li lasciò fare, con un gusto sottile di soddisfazione. Almeno nel gioco, lui era a posto.

<<I Lupi Mannari chiudono gli occhi>> dichiarò la master <<e li aprono i Massoni>>.

Eseguì. E gli rispose lo sguardo di Christina.

Si scambiarono un sorrisetto. Disinvolto, lo voleva lui. Acuto, quello di Christina. Se lo sentì penetrare nei lembi dell’anima. Richiuse gli occhi di scatto, senza aspettare l’ordine della Bordoni.

Durante la “fase giorno”, si scatenò lo sciame di supposizioni.

<<Boh… un Lupo Mannaro potrebbe essere “Floyd”>> buttò “D’Alema”, dall’altro lato del tavolino. <<Guardate che faccia da furbo…>>

<<No, io voto la Giannelli!>> intervenne il “Puffo”. <<Ha proprio lo sguardo da lupa assatanata…>>

Si piegò di scatto, per evitare il cuscino lanciato dalla Giannelli, sempre divorandola di sottecchi.

<<Ma va’, sarà “Lupus”!>> modulò la Tedoldi nella sua voce sopranile. <<Già dal nome si capisce…>>

Lui, allora, fu sul punto di reagire. Sul serio. Ma si frenò. E sostituì lo scatto d’ira con un’occhiata prolungata. Non poteva arrabbiarsi davanti al collo affusolato della Tedoldi, alla penombra tentatrice delle sue ciglia. Stupido gioco.

Nessuno nominò Christina. Forse, per rispetto dell’ospite.

Alla fine, fu eliminato, per “linciaggio” da parte degli “umani”, proprio il “Puffo”. A torto o a ragione che fosse, se ne stette buono in disparte, a seguire le sorti del gioco –e della Giannelli.

La partita si concluse con la vittoria degli “umani”, cui si riunì il “Puffo” con altri eliminati. Dei Lupi Mannari, uno era proprio “Floyd”; l’altro era “Sogliola”, una matricola che fece spallucce alla sconfitta.



*   *   *



Nella sua città natale, evitava di intrufolarsi tra i palazzi storici, in quelle viuzze ove gli sembrava di perdersi in se stesso. Si buttava nel brulichio della spiaggia, fra gli amici di una vita, fra le ragazze belle anche più della Tedoldi. Là si sentiva uno come il mare, che palpitava senza mai spezzarsi. Là non esisteva la cosa. Esisteva un gruppo, in cui anche lui poteva fondersi ed essere semplice, per qualche tempo.



*   *   *



Dopo la partita a “Lupus in Tabula”, non aveva voglia di rimanere solo. Pensò di andare da “Floyd” e proporgli di uscire. O –perché no?- far visita alla Tedoldi. Anche solo per vedere la sua reazione.

Si avvicinò alla finestra. La luna era già spuntata, sul cortile interno di palazzo Ghislieri. Sorrise, in solitaria ironia. “Lupus in fabula” non si trasformava con il plenilunio.

Lo colpì, piuttosto, un guizzo laggiù nel cortile. Si diede del pazzo, perché era stato certo di riconoscerlo. Christina. Non poteva essere lei. Era uscita dal collegio, alla fine del gioco. O no? Era proprio sicuro d’averla vista andarsene?

Si aggrappò al davanzale. Non voleva tornare nella stanza, dove avrebbe dovuto mettersi a letto. Al buio.

Qualcosa, nella sua anima, si strappò. Gemette –che sempre gli succedesse, di non poter essere mai uno. Condanna senza verdetto e senza colpa.

Si chiese se, ora, l’avrebbe preso, la cosa. Ma le membra non parevano liquefarsi, il manto bruno non cresceva.

Si abbandonò al buio che non aveva voluto, alla luce spenta da un’altra mano. E sentì riecheggiare, sulla pelle, la sensazione di un bacio.



*   *   *



Lei gli era spuntata alle spalle. Ma lui lo sapeva. Ed era giorno, e lui era sceso a suonare il pianoforte.

Completò quella pagina della partitura, con calma. Poi, chiuse lo spartito; chiuse il coperchio della tastiera; si alzò.

Andò incontro a Christina. E si sorrisero, come quando avevano riaperto gli occhi durante il gioco. Massoni complici; o Veggenti, che indovinavano l’uno la natura dell’altro. Solo quello era certo: gli occhi di Christina gli ricucivano stranamente l’anima. Con lei, non esisteva la cosa. Esisteva un solo sguardo, in cui anche lui poteva riconoscersi e non essere l’unico “Lupus in fabula”, per qualche tempo.



Primo premio Fantasy del concorso “Caratteri di donna”: Assessorato alle Pari Opportunità, Comune di Pavia, 2011/12

Pubblicato nell'antologia Caratteri di donna, ("Minimalia"), Como - Pavia, 2012, Ibis

N.B. Qualunque riferimento a fatti o persone reali è da considerarsi arbitrario.

giovedì 8 marzo 2012

Piccolo testamento

Una prosa liscia, che conferisce l’apparenza della quotidianità. Il lettore entra, quasi di nascosto, in un appartamento in ristrutturazione, durante una notte che è come tante altre –se non per il fatto d’essere insonne.

L’afa, le ombre, il senso di non-finito restituiscono un fantasma. Questo “sogno d’una notte di mezza estate” è l’eredità con cui il protagonista fa i conti.



            Gabriele Dadati si nasconde il volto, sul risvolto di copertina. Quasi un’ironica allusione all’autobiografismo del racconto, appena velato. Anche il protagonista, come l’autore Dadati, è uno scrittore giovane, appena uscito dal nido ed intento ad organizzare la propria vita adulta. Il “suo” fantasma apre la narrazione, sdipanando un’esistenza che prende concretezza a partire da esso.

            “È dall’urlo dei morti che uno scrittore dovrebbe soprattutto guardarsi”. Ma è impossibile, se i morti non sono stati seppelliti. Vittorio, critico letterario e maestro del giovane, non si è lasciato superare dall’allievo. È stato stroncato da un tumore prima che il protagonista potesse camminare senza di lui. Sicché è rimasto fra le ombre dell’appartamento, un philosophe capace di guardare in silenzio il muro della morte. Il suo ricordo trascina con sé i mesi della malattia, ma anche il primo incontro, i momenti di familiarità ed apprendistato, perfino episodi stralunati (come dimenticare le due boccaccesche irlandesi?).


            Più inaccettabile, per il giovane, è il fantasma di Marta. Perché lei è viva, ma lontano da lui. Una perdita non immeritata. “Sono stato io a ingombrare il nostro rapporto con la mia stanchezza, con il mio collo piegato di lato perché lo sguardo potesse essere rivolto altrove. […] Ero sicuro di amarla, lei probabilmente continuava ad amare me, ma non potevamo più stare insieme.”

            Il Piccolo testamento espone ciò che resta dopo che il cuore è morto. L’eredità è corpo e voce, grazie a cui lo scrittore può dir di “vivere”. Una storia lucida, senza concessioni al feuilleton. Solo ombre, carne ed un monologo finito sulla carta, perché rivolto a nessuno.




Gabriele Dadati, Piccolo testamento, (“Rimmel - narrativa italiana”), Milano, 2011, Laurana Editore.