mercoledì 29 febbraio 2012

Mafie senza confini - Noi senza paura

Lunedì 5 marzo 2012:
Mafie al nord: infiltrazione o radicamento?

Maria Fiore, La Provincia Pavese
Mario Portanova, Il Fatto Quotidiano
Lorenzo Frigerio, Libera Informazione
modera Carlo Gariboldi, La Provincia Pavese

Lunedì 2 aprile 2012
Mafie SpA: l'avvelenamento del territorio

Ivan Cicconi - esperto di contratti pubblici
Edoardo Bai - Legambiente Lombardia
Sergio Cannavò - Legambiente Lombardia

Lunedì 7 maggio 2012
Ospedali psichiatrici giudizari e criminalità organizzata

Ignazio Marino - Presidente della commissione parlamentare d'inchiesta sull'efficacia e l'efficienza del Servizio Sanitario Nazionale
Corrado De Rosa - autore de I medici della camorra

Lunedì 4 giugno 2012
Legge 109/96: la nuova vita dei beni confiscati

Davide Salluzzo - Libera Vigevano
Umberto Ferrari - Libera Crotone
Paolo Cereda - Libera Lecco
Anna Mapelli - Associazione Arché
Roberto De Benedittis - responsabile campi di volontariato e formazione Estate Liberi

Gli incontri si svolgeranno alle ore 21:00, presso l'Aula Magna dell'Università, p.zza Leonardo da Vinci, Pavia

Organizzato da:


In collaborazione con:




Presidio di Vigevano


e




Iniziativa realizzata con il contributo della Commissione Permanente Studenti dell'Università di Pavia, nell'ambito del programma per la promozione delle attività culturali e ricreative degli studenti.

martedì 28 febbraio 2012

lunedì 27 febbraio 2012

Ridere a sangue


“È dall’urlo dei morti che uno scrittore dovrebbe soprattutto guardarsi”. Così scrive Gabriele Dadati. Ma ciò non vale solo per gli scrittori. Anche la storia e la società hanno i propri morti, che avvelenano l’aria esalando grida. Questi sono, per esempio, i ricordi non remoti del Novecento, ideologie che conservano ancora il proprio carico di Eros e Thanatos. Sicché a qualcuno è venuto in mente questo: una risata li seppellirà.

            Il personaggio di Jorge, ne Il nome della rosa, l’aveva presagito: il riso può abbandonare la sfera dello sfogo animalesco e farsi arte, filosofia. La Comicità, sposata con l’Intelletto, genera un figlio temibile: l’Umorismo. Davanti ad esso, nulla possono Eros e Thanatos, poiché fa cadere sia il fascino che la paura.

            Così, un ragazzo di ventitre anni può vendicare la morte del bisnonno antifascista sottolineando la goffaggine dei canti che –per vent’anni- hanno esaltato il “Priapo nazionale” (Carlo Emilio Gadda). In Germania, alcuni studenti ed insegnanti sbeffeggiano i neonazisti sbandierando, in luogo della svastica, un’innocua mela.

            Esorcismi che richiedono un’intelligenza aperta, soprattutto quando affrontano gli “Jorge” di oggi, per i quali “Il male non si esorcizza. Si distrugge” (Umberto Eco). Figure più o meno colte, più o meno austere, pronte a stracciarsi le vesti per un ronzio di mosca. Non importa se quel ronzio è il restauro della versione originaria di Giovinezza (1909), ripulita da decennali manipolazioni. Gli “Jorge” sentono solo “l’urlo dei morti”. E chiedono il rogo per gli studenti coristi, colpevoli d’aver cantato che Son finiti i tempi lieti/ degli studi e degli amori.

            L’Umorismo non si allea mai col Moralismo. Quest’ultimo, infatti, non esorcizza i fantasmi: li santifica, li fa inviolabili, paradigmi invertiti di cui –in realtà- non si vuole fare a meno. Così facendo, si rendono immortali i “morti urlanti”, rimettendo loro in mano la spada con cui continueranno ad uccidere. 

            Non si ripeta, dunque, l’errore di Jorge, che distrusse la filosofia del riso. Si spediscano i fascisti su Marte, si sostituiscano le svastiche con le mele. Si potrà sperare, così, di vedere i giganti di sabbia svuotarsi e sgretolarsi, di trovare –al loro posto- un torsolo rinsecchito. La più dolce, duratura vendetta.



Da una discussione con Ani-sama

venerdì 24 febbraio 2012

Un pezzetto di cielo




"A quella domanda, io ti avevo ripensato, ti avevo rivisto, solo, in quell'angolo buio della discoteca, che fissavi il vuoto o forse in quel buio c'era il vuoto solo per me. Affianco a te c'erano già dei mostri enormi, neri più della notte, che ti gridavano nelle orecchie, ti facevano paura, ti dicevano: non parlare. Se parli finisce anche questa poca luce che c'è ancora, e tutto il buio ti ingoia e ingoia il mondo e non ti salvi più. Non guardare, non parlare, non pensare, non urlare, impazzisci. Impazzisci.

Questo, devi aver creduto di sentire.

Così le ho detto, Marta, mentre lei finiva il caffé e quasi il sonno la riprendeva, le ho detto, Marta, lui è un pezzetto di cielo.

Un pezzetto di cielo.

Non te lo so spiegare meglio di così.

Questo le ho detto.

Ed era vero, che tu eri un pezzetto di cielo, idealizzato, ritagliato in mezzo alle nuvole di un cielo più grande e opaco. Un pezzettino di cielo stellato, non con tante stelle, una o due al massimo, ma che illuminano tutto il mondo, un coriandolo di cielo che piano piano si scrosta dalla volta altissima delle stelle, finisce nella polvere, senza che nessuno lo pigli con due dita, lo sfiori con un piccolo bacio, lo rimetta al suo posto, in cima al mondo.

Un piccolo cielo triste, che si affacciava al mondo con i tuoi occhi assenti, occhi senza dolore, senza paura, senza gioia."

VINCENZO DI PIETRO


Da: Vincenzo Di Pietro, Senza te, ("Primaverrà"), Milano, 2011, Leone Editore

A Franco Romano Tagliati


Egregio dott. Tagliati,
ho da tempo terminato di leggere la Sua raccolta Lettere dalla villeggiatura. Essa mi ha permesso di riaccostarmi alla poesia in metrica libera, una forma con la quale avevo perduto dimestichezza. Credo d'aver notato elementi ungarettiani nella Sua versificazione; soprattutto, "Berlino" mi ha fatto pensare alla nota "Soldati", inclusa ne "L'allegria". Oltre all'alta frammentazione dei versi ed all'isolamento grafico del componimento nella pagina, la avvicinava alla lirica ungarettiana anche il senso di precarietà e fragilità che trasmetteva.
Mi chiedo se sia giusta un'altra osservazione: il tema della solitudine sembra essere caratteristico delle poesie comprese nella raccolta. Credo che una futura, più lenta rilettura potrebbe farmi cogliere molte nuove sfumature. Per il momento, sono contenta di averne parlato con Lei. Cordiali saluti!

giovedì 23 febbraio 2012

Il senso comune

Il senso comune è ciò che realizza l'utopia di Caligola: un popolo con una testa sola, perché la si possa mozzare in un colpo solo.


La fortuna d'esser cavallo


Un argomento all'ordine del giorno è la qualità della vita. Espressione aerea che diventa, di volta in volta, il contenitore di aspirazioni ed inquietudini. Forse, la qualità della vita prende forma e colore solo in quell'andito segreto della mente che resta impenetrabile -in fondo- a qualunque filosofia. A voler ben guardare, è un rinfrescamento dell’antico concetto felicità. Si è trasformato in qualità, per adattarsi alla sensibilità odierna. L’uomo di oggi sceglie, fra varie proposte di vita, quella che gli pare più degna del prezzo. Non lo fa solo in casi estremi; è un atteggiamento quotidiano, in sordina. Come se un caval donato valesse più d’un altro. In ogni caso, provo a proporre la mia versione: la più alta qualità della vita è quella raggiunta, appunto, da un cavallo.

            Così lo descrive Luigi Pirandello (1)  : un cavallo vecchio, abbandonato dal padrone, ormai randagio. Al colmo dello sfacelo, il cavallo si ferma e bruca l'erba. Semplicemente. Placa l'arsura della fame. Il suo essere è tutto raccolto in quell'istante di refrigerio. Non è guastato né da rimpianti, né da paure, perché un cavallo non pensa né al passato, né al futuro. Non pensa. Ecco in cosa consiste la massima, l'iperbolica qualità della vita. Nel buttare all'aria tutti i castelli di filosofie, pseudo-filosofie, progetti, manifesti, pourparler, aria fritta, aria a bagnomaria, salotti, seminari e cotillons. Esattamente ciò che costituirebbe la nostra dignità -un altro vocabolo piuttosto cincischiato. Un bel sipario -e il resto sia silenzio.

            Ma pare che la fortuna d'esser cavallo non sia così apprezzata. Chissà perché, si ritiene comunemente che la fortuna d’essere uomo consista nel pensare. Nel tracciare per la propria vita una tabella di marcia minuziosissima che sarà regolarmente disattesa. Ci si compiace di guardare in bocca al caval donato –donato da ogni granello di sabbia che scorre nella clessidra. E sia, dunque. Che l’uomo paghi il pensiero con la qualità della vita. Ma, se una filosofia deve esserci, che sia almeno quella di Altan: “Uno nasce e poi muore. Il resto sono balle”.





(1) Cfr.: Luigi Pirandello, “Fortuna d’esser cavallo”, in: Una giornata, (“Tascabili Economici Newton”), Roma, 1995, Newton Compton.

Il testimone

Da Gomorra (2006)




“Io so e ho le prove. […] Io so. Le prove non sono nascoste in nessuna pen-drive celata in buche sotto terra. Non ho video compromettenti in garage nascosti in inaccessibili paesi di montagna. Né possiedo documenti ciclostilati dei servizi segreti. Le prove sono inconfutabili perché parziali, riprese con le iridi, raccontate con le parole e temprate con le emozioni rimbalzate su ferri e legni. Io vedo, trasento, guardo, parlo, e così testimonio, brutta parola che ancora può valere quando sussurra ‘È falso’ all’orecchio di chi ascolta le cantilene a rima baciata dei meccanismi di potere. La verità è parziale, in fondo se fosse riducibile a formula oggettiva sarebbe chimica. Io so e ho le prove. E quindi racconto. Di queste verità.”



ROBERTO SAVIANO

Il Papa veste Prada? Era una bufala

Da una nota su Facebook:




"E' il sarto novarese Adriano Stefanelli a produrre le scarpe papali, rosse ad indicare il sangue del martirio, che fanno parte dell'abito del papa fin dal Medioevo e da allora sono indossate da ogni pontefice. Se poi qualcuno è interessato al fattore prezzo resterà deluso, poichè Stefanelli afferma: «Io le mie scarpe al Papa le regalo, perché a volte la passione paga più del denaro». Le sue relazioni con il Vaticano hanno avuto inizio nel 2003 quando, assistendo in TV alla Via Crucis, vide Giovanni Paolo II malfermo e sofferente, e decise di confezionargli un proprio paio di scarpe, a suo dire più comode. E' così dev'essere stato, poiché, da allora, Stefanelli non si è fermato più ed ha continuato a produrle anche per Benedetto XVI, venendo a sostituire l'apposita sartoria ecclesiastica "Gammarelli", la quale si occupa -appunto- dell'abito papale.

Considerando che queste scarpe rosse sono indossate da ogni papa da così tanti secoli, appare davvero molto sospetto che ci si faccia caso proprio ora, con Ratzinger. In effetti ,bisognerebbe essere ciechi per non comprendere la sotterranea e martellante strategia mediatica allestita per abbattare il Papa tedesco. Un pò come l'ormai insopportabile moralismo sull'anello d'oro, un anello -dicono convinti- dal valore di migliaia di miliardi che, se venduto, "sfamerebbe l'Africa intera". Messa così, più che l'anello papale, sembrerebbe quello magico della triologia del "Il Signore degli Anelli". Ma poi si scopre che quell'anello è di semplice oro, ha la grandezza (e, dunque, il valore commerciale) di due fedi nuziali, e viene usato come timbro, per sigillare ogni documento ufficiale redatto dal Papa. Senza poi contare che, alla morte del Papa, viene rotto con un martelletto d'argento, rifuso e riutilizzato per il Pontefice successivo. Tecnicamente, è sempre lo stesso da secoli. E non occore essere cattolici per capire che un oggetto di tal valore non risolverebbe i problemi di una sola famiglia neppure per una settimana e che, onde evitare di urlare slogan tanto assurdi, basterebbe semplicemente informarsi, o almeno usare un po' di buon senso o quella razionalità laica che Iddio ha concesso a tutti.
Questa è la storia del fantomatico anello papale. Ma ritorniamo alle scarpe.

Ma allora com'è nato il mito del Papa che veste Prada?

Gli ingredienti son sempre quelli: malizia, cattiveria, superficialità e disinformazione. La falsa notizia, presentata come il gossip del secolo, ha fatto il giro del mondo, dando di Joseph Ratzinger l'immagine di un Papa affetto dal chiodo fisso della moda. La notizia, in Italia, è stata data in primis dal quotidiano "la Repubblica", il secondo più importante del Paese. Poi, ad effetto domino, sono seguiti televisioni, giornali, siti internet. L'articolo in questione, direttamente dal sito di "la Repubblica", è il seguente: Il look di Papa Ratzinger: spuntano le scarpe Prada

Riportiamo l'immagine superiore di parte dell'articolo:



E' il caso di riflettere su dei particolari a dir poco comici nella loro contraddittorietà: il titolo dell'articolo in questione è "Il look di Papa Ratzinger: spuntano le scarpe Prada". Tuttavia, appena sopra al titolo, pur con caratteri infinitamente più piccoli, c'è scritto: 'griffati i mocassini rossi. L'azienda non conferma'... "



Vedasi anche il sito dell'ANSA

Delitto e castigo


Da Codine (1926):



“Quando, per la prima volta, ricevetti il suo bacio d’amico, il mondo cambiò colore. Non mi battevo quasi più, sopportavo che mi si dicesse che ero brutto! Divenimmo fratelli di croce, e ci amammo senza secondi fini, di questo non c’era dubbio. Ma, otto mesi più tardi, l’invidia che provava per la mia forza gli guastò il sangue: Tanasse aveva un occhio falso, invidioso. Non mi baciava più. Non dissi nulla, perdonai e, per farlo riavvicinare, l’amai ancor di più, evitai di apparire più forte di lui… Perché la sua gelosia nasceva da quello. Tuttavia, si allontanava, si allontanava sempre di più, fino al giorno terribile in cui, al cospetto di tutti gli amici, le sue labbra che baciavo mi hanno chiamato ‘muso di scimmia’! Per la prima volta in vita mia, piansi. Perdonai. Tanasse sfuggiva, sfuggiva ancora più lontano da me. Non ci fu alcuno che deridesse la mia bruttezza con più talento; e, alla fine, ecco che cercò di picchiarmi! Tenni ancora a bada il mio sangue. E mio fratello Tanasse venne una notte, accompagnato da tre ladroni, a cercarmi nel folto dei salici per uccidermi nel sonno. Lo uccisi io. Ascolta, ora, il giudizio degli uomini: mi hanno assolto; eppure, ero un criminale, perché, con un buon ramo staccato da un albero, avrei potuto metterli tutti in fuga! Ma ho voluto, proprio voluto uccidere Tanasse e ci sono riuscito! Al contrario, i signori giudici mi hanno trovato colpevole, due anni più tardi, quando uccisi l’uomo nel letto della mia amante! Eh! Eh! Allora, avrei ucciso i miei figli, i miei genitori, e Dio che governa così male la terra! Dunque, Adrian, tu che non conosci ancora la sofferenza dell’amore ingannato, sappi che è peggiore della fame che rode il ventre, peggiore del bruciore del ferro incandescente, peggiore della morte!... Ero io a venire ucciso, allora, ed era me che mandavano in galera! Mettitelo dunque in testa, Adrian, e ricordatelo più tardi: gli uomini non possono amare, gli uomini non sanno giudicare!...”



PANAIT ISTRATI

Warning



Nessuno è perverso quanto un giornalista perverso.


Italia senza "Cuore"





Quando Emma ha proposto a Sanremo Non è l'inferno, qualcuno l'ha trovata una canzone strepitosa; qualcun altro ha storto il naso, davanti al suo linguaggio patriottico e -forse- anacronistico. "Edmondo De Amicis era più dignitoso, eppure lo si cita con ironia". Quando si considerano i contenuti, però, la voglia di scherzare dovrebbe sfumare.

Confesso d'aver provato anch'io un moto di ripulsa iniziale, davanti ad espressioni come "chi ha creduto nel Paese". Non è il mio linguaggio. Non è il linguaggio dei miei coetanei, per i quali "il Paese" è il luogo da cui alzare i tacchi, se si è colti e di belle speranze. Ci fa sorridere amaramente De Amicis, perché vedeva nella scuola pubblica le fondamenta ed il cemento dell'Italia: a proposito di riforma Gelmini... E "l'Italia"? "L'Italia... dove l'ho messa???" Giorgio Gaber ci aveva avvertito.

Ci turba la storia di un uomo che ha combattuto in trincea per "il Paese", perché -oggi- vediamo ben pochi motivi per dare ad esso il nostro sangue. Il vecchio patriota della canzone, duro e puro, stona con le volpi e le faine che costituiscono la quotidianità della "patria". Ci turba il fatto che ci urli in faccia ciò che sappiamo. Ci riconosciamo troppo in quel "figlio di trent'anni" che teme il proprio futuro.

La giuria del Festival ha premiato il pezzo. Applaudire i Lari non li placherà. L'incenso del momento non fa ammenda per le sofferenze degli anziani e le incertezze del presente. Ma, come diceva un'altra nota canzone: Lasciatemi cantare... Sono un italiano. Potrebbe far bene sentirsele gridare, forti e chiare, dalla voce di Emma. Essere costretti a guardare ciò che siamo e ciò che non siamo più. Se non altro, per ricordarci che il nostro presente è stato pagato a caro prezzo da chi è vissuto prima di noi e ci ha passato il testimone. Riprendiamoci il diritto di dire che questo non è l'inferno, ma che non comprendiamo come sia possibile pensare che sia più facile morire. Se vogliamo, giungiamo pure ad invidiare Edmondo De Amicis. Perché, almeno, la sua non era un'Italia senza Cuore.

Da una discussione con Leonardo Asso

mercoledì 22 febbraio 2012

Il laureato

Da Don Camillo (1948):



“Ci fu lo sciopero dei giornalieri e dei famigli da spesa proprio nel pieno del raccolto, e la roba nei poderi grossi cominciò a intristire. […] La ‘Volante proletaria’ comandata dallo Smilzo avvistò una mattina uno che stava lavorando sotto un filare di viti del Verola e lo catturò portandolo quasi di peso in piazza dove i giornalieri e i famigli aspettavano seduti per terra. […] ‘Un momento!’ disse Peppone. ‘Prima vogliamo vedere con che razza di canaglia abbiamo a che fare.’

            Lo Smilzo gli aveva allungato il portafogli trovato in una tasca dell’uomo, e Peppone, passato l’uomo al Brusco, sfogliò le carte e consultò a lungo le tessere. Poi rimise tutto dentro il portafogli e lo riconsegnò all’uomo.

            ‘Lasciatelo!’ ordinò a testa bassa. ‘C’è un equivoco.’

‘Perché?’ urlò la donna scarmigliata.

‘Perché sì’ rispose Peppone duro e aggressivo. E la donna rinculò.

            Fecero salire l’uomo sul camioncino della ‘Volante proletaria’ e lo riaccompagnarono fino al buco della siepe da dove l’avevano cavato fuori.

‘Può rimettersi a lavorare’ disse Peppone.

“No, no” rispose l’uomo. “Torno a casa. Ci deve essere un treno fra un’ora.”

Ci furono alcuni minuti di silenzio. Intanto l’uomo si era lavata la faccia nel fosso e si asciugava col fazzoletto.

“Mi dispiace” disse Peppone. “Però lei, un professore, un laureato, non può mettersi contro dei poveri lavoratori della terra.’

‘La paga dei professori è minore di quella dell’ultimo dei suoi bifolchi. E poi io sono disoccupato.’

Peppone scosse la testa.

“Lo so: ma questo non c’entra. Anche se il bifolco e lei hanno bisogno della stessa quantità di nutrimento, la fame del bifolco è diversa dalla sua. Il bifolco, quando ha fame, ha fame come ha fame un cavallo e non può comandare alla sua fame perché nessuno gli ha insegnato a farlo. Ma lei lo sa.’

‘Il mio bambino non lo sa.’

Peppone allargò le braccia.

‘Se è destino che faccia quello che fa lei, imparerà.’

‘Le pare giusto tutto questo?’

‘Non lo so’ disse Peppone. ‘La faccenda è che non si capisce come mai noi e voi, pure essendo in fondo nelle stesse condizioni, non possiamo mai fare causa comune contro chi ha troppo.’

‘L’ha detto lei: perché, pure avendo bisogno dello stesso nutrimento, la nostra fame è diversa dalla vostra.’

Peppone scosse il capo.

‘Se non lo avessi detto io, sembrerebbe roba di filosofia’ borbottò Peppone.

            Se ne andarono, ognuno per la sua strada, e la faccenda finì lì. E il problema del ceto medio rimase insoluto.”



GIOVANNINO GUARESCHI

La vertigine


“La vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare.” Chissà cosa ne direbbe John “Scottie” Ferguson, il protagonista di Vertigo. Questo film di Alfred Hitchcock è noto in Italia come La donna che visse due volte (1958).

            Per John, la vertigine è terrore, abisso di follia. Nasce come cicatrice di un trauma e potrà essere cancellata solo da un altro trauma. La cura è affidata, fin da subito, a mani femminili: quelle di Midge, vecchia compagna d’università, fidanzata mai troppo ex. L’ambiguità fra eros e vertigine è sottolineata da un malizioso siparietto fra i due: discutono sul design di un reggiseno. “È fondato sul principio dei ponti sospesi” spiega lei, compiaciuta. E i ponti sospesi sono proprio la prova più ardua per chi soffre di vertigini.

Tuttavia, questa materna civetta acqua e sapone non sembra la guaritrice adatta. Entra in scena, allora, un’altra figura: Madeleine, glaciale ipostasi del desiderio.  È la moglie di un amico e, a detta di costui, è posseduta dal fantasma di Carlotta Valdés: bellissima e tormentata antenata della donna. Madeleine e Carlotta sono due pedine in questo infernale gioco di specchi, che rimbalza da un quadro a un gioiello, da una finestra a una tomba.  L’eros, come la vertigine, nasce dagli occhi. “Vieni almeno a vederla” incalza il marito di Madeleine. E l’invito non è innocente. John, come i trovatori ed i poeti elegiaci, è preso al laccio da quello sguardo. Così Properzio divenne schiavo di Cinzia. Così Bernart de Ventadorn fu legato ad Eleonora d’Aquitania.

Ferguson accetta di sorvegliare in segreto Madeleine –ufficialmente, come ex-poliziotto, per proteggerla dal suo fantasma.
L’amore arriva, fatalmente; esso trascina John su per le scale di un campanile, per fermare la corsa della donna ed il suo tempo, che fugge nel gorgo della vertigine. La tomba vuota –l’incubo di Madeleine- esercita un magnetismo irresistibile. La combinazione di repulsione ed attrazione è anch’essa una forma di vertigine.
Giochi d’illusione ottica (utilizzo eterodosso degli strumenti di proiezione) materializzano la fobia di John. Il sortilegio funziona. Il salvatore impietrisce. La figura di Madeleine –corpo o fantasma?- precipita e s’irrigidisce, pallida, sul rosso dei coppi.

  John eredita gli incubi della donna invasata. Hitchcock li mostra, facendo sfoggio di virtuosismo: la pellicola si tinge di colori violenti; vi sono inserti d’animazione. Pionierismi che sottolineano un’idea fondamentale: il cinema è sogno.  Il realismo non c’è, né è cercato. La pellicola fa turbinare una fantasmagoria di rimorsi, sensualità, urla sepolte. Perfino l’ingenua Midge li percepisce. Ma il suo tentativo di entrare nel gioco di specchi decreta –invece- la sua uscita di scena. Non si scherza con i fantasmi del destino.
Esso ha già in serbo un’altra apparizione. Una civetta imbellettata, volgare, ma identica a Madeleine: una sua copia rovesciata, che folgora l’eroe.  È il tema di Odette e Odile, da quel Lago dei cigni riproposto per il cinema con Il cigno nero.
Però, stavolta, è il principe azzurro ad inghiottire la seduttrice nelle proprie spire. La somiglianza con l’amata perduta accende in lui una sottile ossessione necrofila. Logora la personalità della donna, per mutarla nella carissima estinta. Come un diabolico Pigmalione, può unirsi solo all’opera della propria arte. Sull’idillio malato, si stenderanno di nuovo le ombre di Carlotta e Madeleine. E la vertigo sarà sconfitta da un altro sguardo in un vuoto: quello, atroce, del cuore.

martedì 21 febbraio 2012

Problemi tuoi

Pressoché amanti


È la settima delle antologie Principesse azzurre. A volte, basta ritagliare figure e colori dalle fiabe consuete per dare l’idea di un capovolgimento, di qualcosa d’inedito. Da parte sua, Delia Vaccarello ritaglia ritratti femminili in cui –dice- “si racconta la vita”.

Per capire la vita, forse, è proprio questo l’unico metodo: schiarirsi la voce e raccontare. Essa si dipana da sola. Può essere lirica e tremenda (Amore e vendetta), un’agrodolce commedia (Pressappoco lesbiche), spudorata e abbagliante (La sceneggiata).

La varietà delle storie è la stessa delle penne, guidate da autrici esperte o giovanissime. La narrazione scende nell’Enigma breve di una vita al limite, ormai –apparentemente- inghiottita dalla morte. Scorre a ritroso, riavvolgendo una vecchia filastrocca (Love Affair con Andamento Altalenante, Visioni Mistiche e Odor di Mandarino). La Regina di tre cuori gioca le proprie carte –e quelle altrui-, mentre l’amore sboccia Sotto copertura. A volte, il segreto è Innamorarsi in Dio. Anche il diavolo ci mette la coda, dissemina equivoci; sicché, fra madre e figlia, è possibile solo un sussurro: “Non ho mai mangiato il gelato di fronte a te”. Non sarà mai un dialogo tra madre e figlia, invece, quello tra Francesca e Federica: perché lei, Francesca, è Papina, la donna sprigionatasi da un corpo d’uomo.

C’è, invece, chi sfugge alla famiglia, rifugiandosi là dove ci sono solo Il muro di Berlino e noi due. Stella fila sogni in Bianco e nero, mentre due donne si stringono intorno ad una culla (Ti aspettiamo).

            Tredici racconti nel segno del pressoché, posto da Delia a sigillo della nostra epoca. Un pressoché che ci si augura fertile, per dirla con S. Agostino: “Non è un mondo che finisce, ma uno che comincia.”


AA.VV, Pressoché amanti, (“Piccola Biblioteca Oscar”), a cura di Delia Vaccarello, Milano, 2009, Arnoldo Mondadori Editore.

Scampoli di stelle

Quelli di Barbarah Guglielmana sono scampoli di stelle, rubati al momento fra il risveglio ed il giorno. Quarantadue quadretti, freschi come campanule appena bagnate dalla pioggia. E la pioggia è un leitmotiv che percorre tutta la raccolta, in cui ogni componimento è minuziosamente datato e localizzato. Pavia campeggia in Appena alzata mi sono messa a tagliare le stelle come voi tutte. La frase è tratta dalle parole di un’anziana signora, che incarna una femminilità un po’ dolce ed un po’ sfiorita, con le gambe gonfie […] E la testa leggera che pensa cose celesti (Destinata, pag. 20). Questa femminilità è ritratta da Barbarah, alternata alla propria, ancora verde ed improntata ad un Quanto dura? incredulo e meravigliato di fronte alle grazie della giovinezza innamorata.


Non mancano una discreta coscienza di genere: una Ragazza romantica si augura che, un giorno, le storie di donne brutalizzate e svilite diventino Favole di una volta. Tematica che ricollega l’autrice all’attività dell’Associazione di Volontariato Donne Contro la Violenza di Pavia, ora Cooperativa LiberaMente . Ad essa è dedicato il libriccino, in memoria degli anni che Barbarah ha trascorso come collaboratrice presso la medesima. Ma i versi della Guglielmana possono essere letti anche per rinfrescare un pomeriggio, come sanno fare  Il gioco delle nuvole e La pioggia degli alberi.






  Barbarah Guglielmana, Appena alzata mi sono messa a tagliare le stelle come voi tutte, 9^ ristampa, dicembre 2012.


In deposito presso la Cooperativa LiberaMente: Corso Garibaldi, 37b, 27100 Pavia – tel. 0382 32136. Il ricavato andrà interamente a favore della Cooperativa. Offerta libera a partire da 5 euro.

lunedì 20 febbraio 2012

Quando c'entra la politica

Da Don Camillo (1948):



“…nel ’22 giravano per la Bassa i ‘18 BL’ con le squadre che andavano a bruciare le cooperative socialiste […] Erano tutte zucche senza sentimento, perché soltanto le zucche senza sentimento possono fare la politica bruciando le forme di grana, il lardo, i salami, la farina, spaccando a colpi di scure le caldaie di rame dei caseifici e ammazzando a moschettate i maiali come appunto si faceva allora nelle cooperative socialiste della Bassa…”



*   *   *



“Don Camillo ritornò a casa agitatissimo e andò a raccontare tutto al Cristo dell’altare.

‘È mai possibile che un galantuomo’ concluse ‘debba ridursi a crepare come un cane per uno stupido orgoglio di questo genere?’

‘Don Camillo’ rispose il Cristo sospirando ‘tutto è possibile, quando c’entra la politica. In guerra l’uomo può perdonare al nemico che poco prima tentava di ucciderlo e può dividere con lui il suo pane, ma, nella lotta politica, l’uomo odia il suo avversario, e il figlio può uccidere il padre e il padre uccidere il figlio per una parola.’ ”



GIOVANNINO GUARESCHI

Humilitas

“È stupefacente l’origine obsoleta di tanti insulti correnti, compresi quelli che –di per sé- non sarebbero insulti. Tu mi hai chiamato pescivendola, con l’intento di denigrarmi; ma detto appellativo non significa altro che “donna che vende pesce”. Fa il paio con amenità quali bifolco e villano: ossia, “mandriano” ed “abitante delle campagne”. Non bisognerebbe sputare sugli agricoltori, poiché è grazie a loro che si mangia. E neppure uno spirito eccelso potrebbe esprimersi, se il suo corpo non fosse nutrito. Peraltro, la civiltà urbana e l’università (che ne è il prodotto) sono nate grazie all’invenzione dell’agricoltura, che ha permesso all’uomo di sedentarizzarsi.


 Puoi dunque capire come io sia impermeabile a consimili insulti classisti. Del resto, il mio sangue è realmente ‘plebeo’ per quattro quarti. Fino alla generazione scorsa, la mia famiglia viveva in campagna, in qualità di mandriani e coltivatori diretti. Il luogo ove io sono cresciuta è un centro di provincia che non può esser detto né città, né campagna. Mi sono risparmiata le fatiche della vita agreste, ma ciò non è esattamente un motivo di vanto.

            Parlo con orgoglio il mio dialetto, idioma colorito e sanguigno nel quale non entrano né ruffianerie, né le acrobazie di un finto politically correct. Mi hanno allevato persone parimenti rustiche e schiette, forse ruvide a volte, ma senza i cui insegnamenti la mia cultura sarebbe stata poco più che una nuvoletta di cipria. A casa mia, una vanga è una vanga, una scarpa è una scarpa e una pescivendola è una pescivendola, senza che tutto ciò offenda alcuna pruderie. E, per carità, lasciamo stare la politica: quel ‘meraviglioso’ meccanismo per il quale perfino la falce, il martello, la polenta e il dialetto diventano bandiere. Non abbiamo bisogno dell’ennesimo lenzuolo colorato.

            Mi dirai che dimentico il valore della cultura in senso umanistico. Non lo dimentico, invece; così come non dimentico che i miei nonni (licenza elementare) non direbbero una parola sconcia neppure sotto pena di morte. Mentre, in quel di Pavia, capita di udire certi laureati in Filosofia sciorinare un eloquio che farebbe scandalo nell’ultimo dei bordelli.

Forse, bisognerebbe ripassare quel bel motto che campeggia sullo stemma dell’Almo Collegio Borromeo: Humilitas. Guarda caso, ha la stessa radice di homo, che è anche quella di humus, “terra”. In altre parole, abbiamo scalato le vette della cultura, per ritrovare, in cima ai suoi palazzi, il richiamo a ciò che siamo. Esseri carnosi nutriti dalla terra, attraverso le mani dei villani –e delle pescivendole.



(A F. F.)

So che c'è un uomo

Comincia come una leggenda metropolitana. C’è un uomo, semplicemente. Non ha un nome, né l’hanno la sua famiglia e il suo podere. Tutto è vago, come in una fiaba acida. Eppure, i corpi, i colori, il calore stesso del sole hanno una concretezza inquietante. La telecamera insegue i volti e le carni, li accerchia e li stringe in una morsa. Assedia i personaggi dentro il camper guasto ove cercano rifugio.
Gianclaudio Cappai prende nette distanze dal cinema borghese, ritraendo una campagna che nulla ha di bucolico. Cugini, genitori, fratelli vivono in una promiscuità screziata di polvere e sudore. I conflitti mormorano, sibilano ed esplodono; le passioni dei personaggi si dilaniano fra loro, come i galli da combattimento che la famiglia alleva. Compagni ideali per il figlio del suddetto uomo. Il giovane sembra aver assorbito, più d’ogni altro, quel sole che brucia le stoppie. Non tenta neppure più di combattere contro la propria violenza, che gli è costata un internamento in una clinica psichiatrica. Naufraga in se stesso, annega, trascinando con sé la propria famiglia.
Essa va sgretolandosi, facendo presagire –a chi lo vuol riconoscere- che ognuno è come una tartaruga dal guscio spezzato. Il ronzio delle mosche suggerisce fetori crudeli, mortiferi.

            In mezzo a tutto questo, l’uomo tace. È il silenzio di patriarchi e profeti messi alla prova dal cielo –o dall’inferno. E l’uomo reagisce come Abramo, salendo sul suo monte di Moria.

 Questo, forse, voleva dire Cappai: so che c’è un uomo. So cosa un uomo possa fare, per paradossale amore. Balena l’incubo ancestrale del sacrificio, non debellato da alcuna civiltà. Il sacrificio non purifica, conserva intatto l’odore del sangue. Ma è proprio questo odore, vulnerabile e feroce, a dire che c’è un uomo.

Che ARIA tira?

sabato 18 febbraio 2012

L'occhio della Luna


“Il nostro, senza la pregnanza mediatica di televisione e internet, era un cuore di immagini tratte dai vissuti quotidiani o prese in prestito dai sogni della notte. Anche i libri offrivano immagini, a ciascuno le sue. I libri vengono scritti una volta, e le parole sono quelle. Ma le immagini che ciascun libro offre sono infinite. Ogni lettore ne trae di proprie. Lo schermo invece decide lui, per tutti. Horus, il grande rischio che incombe sull’Occidente. Gli occhi, il Sole e la Luna, di uguale splendore, della medesima acutezza visiva. Ma un giorno che si perde nel mito, l’occhio della Luna venne strappato. Le fu restituita una vista più debole. Da allora soltanto la luce del Sole consente agli umani la visione chiara e distinta. Ma la Luna conosce di noi e della nostra interiorità molto di più di quanto conosca il Sole. Rischiamo di perdere questa conoscenza, sostituendola con quella degli innumerevoli schermi che la tecnologia presta al ‘politicamente corretto’. Non è troppo tardi per toglierci dall’assedio. La libertà va cercata nei territori illuminati dalla debole luce della Luna. Lasciamo il Sole alla terra e alle sue colture. Recuperiamo la strada della Luna. Ritorniamo a scrutare l’inconscio. La cultura, da sempre, inizia lì.
La fantasia al potere.”

PAOLO MOMBELLI


Da: Paolo Mombelli, Il sentiero delle acque dolci. Autobiografia di un'individuazione maschile. Brescia, 2010, Marco Serra Tarantola Editore

giovedì 2 febbraio 2012

Sentimento d'inflazione



Parentesi pigra,
passata a rigirare
-per distratto,
imprescindibile bisogno-
una pillola
di Oscar Wilde:
"Ci sono troppe persone intelligenti.
Vorrei fosse rimasto
qualche cretino."
Un'assurdità,
così assurda
da far proprio al caso nostro.
Quasi quasi,
la si può anche ritoccare
-non troppo, solo un
po', ecco
così:
"Ci sono troppi eroi.
Vorrei fosse rimasto
qualche comune mortale."
C'è uno sproposito di eroi,
                   un diluvio, un
                                                   seminìo.


Tutti a denunciare, gridare, segnare a dito,
con spade di carta
contro mulini più o meno a vento.
Chi tuona contro
la perversione morale
d’un furto
di caramelle;
chi preferisce
piangere il dramma
di chi da bambino
non ha avuto un trenino.
In tutto quel “Dagli! Dagli!”,
può capitare che cada
anche un gigante, ogni tanto.
Per il resto,
funziona un po’
come con gli untori:
m’intendete anche voi.


Troppi eroi richiedono troppi mostri.
E se, alla fine,
ci guardiamo negli occhi
e scuotiamo le spalle,
possiam pur sempre dire
che anche questa
è un’inflazione.