giovedì 20 dicembre 2012

Colazione da Cesare


‹‹Ci porta la lista delle cioccolate, per favore?›› chiedo alla cameriera, con un sorriso. ‹‹Tu mi tenti!›› scherza M. Ma Pavia è gelida e nevosa, una tazza di bevanda calda con panna o zabaione può far solo bene. Alla faccia di tutte le circonvoluzioni mentali sulla “dieta” e la “forma”. Rimastico il rancore di Vincenzo Costantino "Cinaski" contro tutte le regole salutiste che sono, soprattutto, regole. Un perfezionismo che non collima mai –ovviamente- con la realtà quotidiana.
            Quando arrivano le cioccolate fumanti, io e M. ci buttiamo a rimestare il ricamo spumoso che le sormonta. Il mio umore è grigio. Non ho fatto altro che parlarle della mia deconcentrazione negli studi, degli esami prossimi ad arrivare, del mio bisogno di svolte che è, per ora, poco più d’un “astratto furore”. Lei fa tanto d’occhi, riducendo i miei malesseri a ciò che, probabilmente, sono davvero: un’inquietudine passeggera. M. non si complica la vita. La sua felicità ideale assomiglia a quel cornetto con cappuccino che è la sua devozione della mattina. La invidierei, se potessi.
            Non so come, il discorso si sposta sugli studi. Lei ha frequentato una facoltà “scientifica”, come si usa dire in quel lessico balordo che deve, per forza, costituire poli avversari nel sapere. Balordo è sicuramente per me, che studio Lettere, ma non disprezzo le “scienze”. Possono essere odiosi gli “scienziati”, ma le “scienze” mai. Una certa reciprocità, in questo, c’è da parte di M. Dopo aver faceziato sulla scarsa avvenenza dei compagni di facoltà (la categoria di nerd non è pura metafisica), lascia fioccare una riflessione. ‹‹Ho calcolato algoritmi per anni; so fare ragionamenti matematici in più. Ma non posso certo dire che i miei studi mi abbiano formato come persona… È il sapere umanistico a dare una direzione alla vita, a conferire una forma mentis. Una volta, mi è capitato di ascoltare Fabio Fazio intervistare Bill Gates: “È più importante la scienza o la filosofia?” L’altro ha risposto che con la filosofia non si cura il cancro. Non ho potuto che dargli ragione, all’epoca. Poi, però, sono cambiata. Perché la “scienza” va diretta, bisogna sapere che uso farne, se non la si vuole trasformare in qualcosa di distruttivo.››
            Taccio circa le mie perplessità su Fazio e i suoi pourparler. Come ho già accennato, trovo praticamente senza senso quel tipo di dualismo che, pure, continua a funzionare nei talk show. La “scienza”, poi, non andrebbe mai declinata al singolare. Ma la semplicità di M. prende tutta la mia concentrazione. Mentre, su Pavia, comincia a piovere, penso alle sue parole così ovvie, ma così straordinarie in bocca a una studentessa della sua facoltà. Di solito, gli intellettualoidi del suo ramo tendono a disprezzare gli “umanisti”. Lei continua a parlare: di Franco Battiato e di come la meditazione, pur non “produttiva” in senso stretto, spinga le persone a cambiare mentalità, influendo sui comportamenti che esportano nella società. Perle d’una mattina al bar.

domenica 16 dicembre 2012

Ticchettii di proustiani fantasmi


Si preannuncia Sanremo e già Fabio Fazio ha dichiarato che "rottamerà" i vecchi Big (un po’ di “renzite” endemica?). Fatto sta che non sentiremo –pare- classiconi come Al Bano o meteore come Marco Carta. La (mia) voglia di stracciarsi le vesti, chissà perché, latita. E la fantasia galleggia sui nomi di chi se la canta e se la suona da un po’, posteggiandosi nelle tribune di YouTube e delle vendite (sempre meno) discografiche:
1)      Gigi D’Alessio: taccio, per non attirarmi la jettatura, né far ghiacciare il sangue di S. Gennaro. Mi limito a dire che, delle produzioni tipicamente campane, continuo a preferire la mozzarella di bufala. E  che la morale del "Non dirgli mai" non mi convince un granché;
2)      Anna Tatangelo: basta ascoltarla per due minuti e s’intende al volo quanto sia azzeccato il suo feeling con Giggi (il sunnominato). Il loro sarà ricordato come il sodalizio più fecondo nella riproduzione di lacrime. Annina ci ha perfino insegnato cosa voglia dire Essere una donna: a noi, povere ignorantone che non c’eravamo ancora arrivate. Il suo Bastardo, poi, si presta ad affrettati autoschediasmi che non ci sentiamo d’avvalorare in questa sede. È romantica come Giggi, ma più brava. In senso spagnolo;
3)      Marco Masini: il Messia degli adolescenti, entrato nella mia vita solo grazie ai karaoke dei campi-scuola. Grandi passioni e turpiloquio strategico; noto per gemme del “politicamente corretto” come Bella stronza, meglio intitolabile La volpe e l’uva. Fa sognare la fuga con una Principessa: quando se la prende col “mondo di m***a”, è impossibile non dargli ragione. Nel complesso, si può riproporre la definizione di A.V.: “Un Catullo dei poverissimi”.
Ecco chi, stando alle evangeliche fanfare di Fazio, non risentiremo certamente al Festival. Ci sarà chi piangerà e chi stapperà lo champagne. Su quest’ultima categoria, però, aleggia l’avvertimento di Marcel Proust: “Detestate la cattiva musica, non disprezzatela”. È come le case e le tombe, che possono essere scadenti, ma hanno valore per quanto d’umano contengono: le vite e le lacrime.
 
 

giovedì 13 dicembre 2012

Lettera a Steph


Gentile Stephenie Meyer,
mi scuso se, d’ora in avanti, ti darò del “tu” e ti chiamerò semplicemente “Steph”. Perché non riesco a vederti con più di diciotto anni e lontano dai banchi di scuola. Mi permetterò anche di parlarti nel mio “idioma gentile”, che hai mostrato d’apprezzare. Anche se la tua “Italia” sarebbe credibile solo nei peggiori drammi elisabettiani e, con tutte le sagre popolari che abbiamo, ti sei presa la briga di inventarne una improbabilissima e kitsch.
            Nelle postfazioni (o per bocca del tuo alter ego Bella Swan: io non riesco a non vederla come tale), insisti sulla tua “follia”. Mi spiace, ma ho la presunzione di doverti deludere. Sarai pure incline allo zombie humour, ma Twilight e tutta la saga connessa non ne dimostrano uno maggiore di quello d’un’adolescente malinconica e sognatrice. Tanto di cappello alle adolescenti, anche se, in questo caso, parliamo di una che è madre di famiglia. La tua “follia” finisce qui.
            Ma non ne hai abbastanza per essere una vera autrice di romanzo gotico. Men che meno per generare vampiri autentici. Tu sei ancora la “Steph” che aspettava il Principe Azzurro, che si rifugiava nei sogni letterari e aspirava con tutta forza a una realtà fiabesca e “superiore”. Bella Swan ti fa immaginare così.
            Invece, il vero scrittore di vampiri non ha un cottage romantico in cui rifugiarsi. I suoi nervi sono scoperti e crudeli. Avverte, con precisione implacabile, la fatica d’ogni singolo respiro, le urla soffocate delle pulsioni sotto la giacca o il giro di perle. È il profeta del "disagio della civiltà". Ha una sensualità innocente e perversa; è perverso perché innocente e innocente perché perverso, dato che la Verità assolve solo gli “sbagliati”. Dietro il suo viso pulito, si macera tutto l’inferno dei viventi. È dannato solo perché Uomo e consapevole d’esserlo nonostante tutto. Il “tempo” è per lui un’espressione senza significato; eppure, ha più ricordi che se avesse mille anni. Come nello Spleen di Baudelaire, la sua noia prende le proporzioni dell’immortalità.
 Se non hai mai sentito come fascinosa –almeno una volta- l’idea di morire svenata, come gli antichi stoici, non puoi generare vampiri. Se non hai mai avvertito quanto sia cannibalico il fondo d’ogni affetto sincero, non riprendere la penna in mano. Riusciresti solo a creare oppio di pessima qualità, utile a bambinizzare ciò che d’infantile non ha nulla. E, diciamo, ciò che tu hai fatto rasenta il sacrilegio. O ciò che ha fatto il mercato editoriale, svendendo sogni di ragazza che avevano pur la propria ragione d’esistere. Forse, mia Steph, anche tu hai subito un sopruso. Ma è stato un sopruso dorato, quindi non piangerò su di te. Mi limito a parlarti come avrebbe fatto Charles Bukowski: non scrivere più di vampiri. Se non ti esplode dentro a dispetto di tutto, non farlo.
Tua Erica

Oggi sono io


Mi presentai quel giorno a voi, con quattro
nuvole annodate in un fazzoletto
ed un filo di caso divinato.
Cosa facessi fra voi mi rispose
il Titivillus appeso alle travi.
Perché, vedete, io sono quella
che si veste di calzini e d’assurdo,
che mai non esce senza aver lasciato
un pensiero sgualcito sul cuscino.
Son quella che ha più diavol che capelli,
che caprioleggia sotto le sottane
delle Politicamente Corrette
e Perbenissime Proposizioni
-ma ci sarà bisogno di levarsi
il cappello ai lor pizzi? Abbiam vent’anni,
diamine, e un’anima non diluita.
Son figlia di Caino e di Giufà,
vado in giro abbaiando alla luna
ballate improvvisate sulla pioggia.
Da voi arrivar non avrei potuto
che scrollandomi il pelo sul tappeto,
spruzzando ovunque il mio amore, il mio
dannato amore per le cause perse,
per i casi dei persi e per le stelle
che non s’incastrano in costellazioni.
Oggi, son io; domani, chissà.
A voi, da spiritello, lascio in dono
ciò che spetta a chi m’offre una scodella:
il dïamante nero del mio cuore.

lunedì 10 dicembre 2012

Sentieri selvaggi


‹‹Voi non sapete cosa significhi giocare a “indiani VS cowboy”… Non conoscete quell’emozione…›› divaga R. Può darsi che sia vero. Anche se a me piaceva giocare coi miei cugini di terzo grado, che facevano giochi “da maschi”, con armi e inseguimenti.
            Siamo in una delle due sale TV del collegio e stiamo commentando The Searchers - Sentieri selvaggi (1956). La complessa trama si può riassumere così: i searchers, i “cercatori”, sono Ethan, soldato dal passato oscuro, e Martin, suo figlio adottivo d’origini pellerossa. Vogliono rintracciare le nipoti del primo, rapite dai Comanche. Naturalmente, dubitano di ritrovarle vive. E, qualora lo fossero, non sarebbero le stesse persone di prima.
            Ripensando al film, mi vengono in mente soprattutto quei paesaggi a perdita d’occhio, con campiture rossicce contro il blu lapislazzuli del cielo. Non a caso –dice R. - la popolarità del genere western determinò l’elaborazione d’un nuovo formato di schermo: quello rettangolare attuale. Ammetto che stento a capire detta popolarità. Il western classico è piuttosto violento e xenofobo. Anche se hanno una vitalità fascinosa quelle cavalcate che ne sono la cifra (le sottolinea bene la parodia Rango). La ragione del suo declino, però, non dev’essere nella piattezza della trama e dell’ideologia sottesa. Tendo a credere a R., che ne incolpa il venir meno di quel senso dell’ignoto e dell’esplorazione senza il quale il Far West non ha senso.
            Sentieri selvaggi ha anche qualcosa in più. Riesce a rendere l’ambiguità dell’eroe, che non è né immacolato, né malvagio. Opera dalla parte dei coloni, odia cronicamente i Comanche, ma è anche colui che li conosce profondamente: quasi uno di loro. Per lui, la sostanziale differenza tra la cultura anglosassone e quella dei nativi americani è questa: ‹‹I Comanche, quando hanno ben cercato una cosa e non ce l’hanno fatta, smettono. Per loro, è impossibile pensare che i “bianchi” siano così folli da andare avanti contro ogni speranza››. Mentalità di chi vuol vincere a tutti i costi, mi verrebbe da commentare perfidamente. O di chi, in realtà, non vuol raggiungere l’apparente oggetto della ricerca, ma altro. Ethan, forse, vuole se stesso. Vuol capire se abbia ancora una famiglia in cui riconoscersi o se ciò che ne rimane (le due nipoti e, infine, solo la più piccola, Debbie) sia stato definitivamente alienato da lui. In un modo o nell’altro, lui è un loner, un solitario. Lo sarà fino alla fine, quasi per legge di gravità –la stessa che ha allontanato la sua donna da lui per gettarla nelle braccia del fratello.
La violenza è endemica, come non potrebbe non essere in un mondo dove nativi e coloni lottano per ogni vitale palmo di terra. Eppure, è resa non solo evitando edulcorazioni, ma anche rimanendo lontani da uno splatter gratuito o dall’esaltazione. I momenti più sanguinosi si consumano fuori scena; sono suggeriti soltanto. Per questo, ancora più terribili. Non mancano i tocchi di umorismo, mai fuori posto in una tragedia (Shakespeare docet). L’eroe non emerge tanto per la propria forza, quanto per la propria lucidità. Mentre gli altri personaggi si lasciano guidare da ira e apprensione, lui calcola ogni mossa e ha sempre, dannatamente, ragione. Riesce perfino a intravedere la verità nelle parole di un “vecchio pazzo”.  
La ricerca di Ethan si svolge fra gesti ampi, che il regista John Ford volle mutuare dal cinema muto, e un’epicità ormai impensabile per i gusti del pubblico. Abituati a un cinema che è –da una parte- borghese intrattenimento e –dall’altra- arte cerebrale e intimistica, facciamo fatica a capir l’immane semplicità di Ethan che risolleva fra le braccia la nipote. Facciamo fatica a capire che quella ragazzina minuta, per lui, pesa come il mondo. L’unico che gli resti.

mercoledì 5 dicembre 2012

Una chicca inattesa


"Matricola che entri sperduta e timida nell'androne dell'Università, guardandoti attorno con affanno come un ladro, trattenendo il respiro se qualcuno ti si avvicina, non aver paura ...
Non tremare, se qualche «matricolatore» ti domanderà il fati
dico foglio. Non guardarlo male e, soprattutto, non guardarlo in faccia. Non curarti se è alto o basso, se ha i baffi o no, se ti è simpatico o antipatico .... egli non è una persona, è un simbolo, è una figura astratta dalle apparenze umane, è una figura eterna che è sempre stata e che sempre sarà.
Egli è il vigile custode di un mito che ha qualche cosa di ascetico, di mistico, di ideale.
L'entrata all'Università è un rito, un rito simile all’investitura degli antichi cavalieri, è l'ingresso in una setta di privilegiati e la matricola è l'incruento battesimo.
E' lo spogliarsi di una misera veste, per rivestirne una migliore, meravigliosa, è la catarsi e, come ogni catarsi, deve avvenire col passaggio attraverso il fuoco di un sacrificio. E' una cerimonia e il matricolatore ne è il ministro.
Rispettalo. Tu ricevi da lui come una benedizione che ti permetterà di appartenere ad una grande famiglia e di entrare nel suo seno a fronte alta: come alla cresima, tu sei confermato un soldato, solo con il crisma della matricola ti sentirai degno di un "qualchecosa" di cui forse subito non ti accorgerai, ma i cui meravigliosi effetti tu comincerai a percepire appena respirerai con lo stesso ritmo di tutti i tuoi compagni, godrai di tutte le loro gioie e soffrirai di tutti i loro dolori.
Ognuno di noi è passato attraverso quella prova che non è una umiliazione, ma una elevazione, una confessione di umiltà di povertà per diventare grandi e ricchi.
Non guardare male il matricolatore e soprattutto non guardarlo in faccia. Non curarti se è alto o basso, se ha i baffi o no, se ti è antipatico o simpatico.
Egli è un apostolo."


Venezia 1947

Dallo statuto redatto dai principi della Goliardia Italiana, quando ne fu data la moderna definizione.

Proposta dal Principe del Supremus Ordo Spadonis sulla bacheca del gruppo Facebook Ordine della Chiave - La Goliardia Pavese

Al Nonnista Ignoto


Caro (?) Nonnista Ignoto,
ti invio la presente per una precisa ragione: mi hai scartavetrato l’anima. E ci sei riuscito senza che neppure ti conoscessi. Senza che ti potessi attribuire un volto. Perché so di te solo grazie a racconti di terzi.
        Lo so: forse, non sono la persona più adatta a insegnare “equilibrio” e “ragionevolezza”. Ho portato in fronte la sigla MQM (Minus Quam Merdam) con l’orgoglio con cui si porta un diadema. Ho infilato la testa (udite, udite!) in una tazza del gabinetto: per conto mio, a casa, solo per il gusto di… ehm, cambiare prospettiva. Ma ciò è da classificare sotto “Personale Coefficiente di Pazzia”.
            Ben altro è ciò che tu fai fare. La terra che fai mangiare, i pavimenti che fai leccare, le 1200 flessioni che assegni. I collegiali universitari della mia età mi hanno raccontato molte cose: sveglie notturne, finti processi, stanze “rifatte” (con dislocazione/risistemazione creativa dei mobili)… Quelle che potrebbero essere considerate divertenti, insomma. Cosa ci sia di divertente nel farcire bignè con lo sperma, invece, lo sai solo tu.
            Premetto che ho un atteggiamento positivissimo sia verso la goliardia, che verso la matricolatio. Prima di tutto, perché sto in un collegio dove lo shampoo si fa sotto la doccia e non nel WC. Dove “fare il Kulo alle matricole” consiste nell’assegnare cartelloni e balletti, o nell’accompagnarle in giro per bevute, dopo una sessione di trucco clownesco. La cosa più “tetra”: essere svegliate a mezzanotte per vedersi tutto Nostalghia e compilare il relativo questionario. Anche così è complicato miscelare il tatto con il rigore, il riso con la serietà. Ora che sono al quinto anno di università, mi rendo conto di quanto sia difficile guidare un’annata di matricole a socializzare positivamente. Guidare, non vessare. Hai idea di cosa significhi? Di quale sia la differenza? Sicuramente, no. Ti dico soltanto che, da noi, il Kulo non richiede d’alzare nemmeno una piuma sui corpi delle matricole. Senza che le “nonne” vadano in crisi d’astinenza per questo.
            Ho sempre difeso goliardia e usanze collegiali contro le filippiche d’altri, intendendo per “goliardia” ciò che facevano i clerici vagantes: parodiare le cerimonie solenni, andare a zonzo, bere e amoreggiare. Lasciando stare le strumentalizzazioni che qualcuno fa della questione per parlar d’altro… Ma sto divagando.
            Ho lasciato passare anche le “falangi” organizzate l’uno contro l’altro dai collegi rivali: perché la regola dello scontro prevede di lanciare/ricevere gavettoni e d’acchiappare gli avversari senza ferirli. Che tu ne approfitti per tirare pugni, rompere denti o denudare gli avversari acchiappati è una licenza che ti sei preso chissà come. Non mi risulta che queste ultime pratiche fossero insegnate da Pietro Abelardo. Ma già… per te, probabilmente, “Pietro Abelardo” è un pornoattore o qualcosa del genere.
            In conclusione: lévati di torno. Non ripetere il sacrilegio di sederti nel consesso dei goliardi. Non solo perché fai del male alla gente (il che sarebbe già un motivo sufficiente), ma anche perché noialtri abbiamo voglia di continuare a questuare in feluca, circolare in turbante di spugna e cantare il Gaudeamus Igitur senza averti fra i piedi. Vogliamo anche continuare a insegnare questo folklore universitario alle matricole, a testa alta e senza doverci prendere il disprezzo riservato a te. Allego alla presente un biglietto di sola andata per Quel Paese. Nel nome di Bacco, Tabacco e Venere,

Erica Gazzoldi (nome di collegio “Gioia Santa”)
25 bolli, decana di Lettere presso il S. Caterina da Siena

Quid est veritas?


 
“In verità, io, a mia insaputa, venivo sottoposto a prove più amare di quelle d’Otello! giacché quel negro sventurato, almeno, nella sua tragedia, aveva un campo segnato, dove combattere: di qua l’amata, e di là il nemico. Mentre che il campo di Arturo Gerace era un dilemma indecifrabile, senza sollievo di speranza, né di vendetta.”

ELSA MORANTE
(L’isola di Arturo, 1957)

martedì 4 dicembre 2012

Il giro della papera, ovvero Appunti su pensieri (poco) prenatalizi


 
È l’inizio di dicembre e, a Pavia, c’è una profusione di luminarie già dal mese scorso (ma l’energia elettrica è gratis, per il vostro Comune?!). Quassù, in collegio, cominciano a formicolare alberelli di Natale. Su uno, sono appesi biglietti con dediche strappalacrime alle compagne, autoauguri per una buona sessione d’esami e, dulcis in fundo, una richiesta firmata dall’Alberello stesso: Caro Babbo Natale, vorrei che non dicessero più che sono brutto. Buon lavoro, Santa Claus.

            Io sono reduce da una peregrinazione sotto il cielo “grigio pavese”: una sfumatura cromatica che, prima o poi, sarà ufficializzata nelle riviste di moda o (più probabilmente) nella meteorologia. Obiettivi: un salto alla biblioteca centrale dell’università e reperimento dell’orario di ricevimento di un’insegnante. Se il primo è stato conseguito con uno schioccar di dita, per il secondo è stata tutta un’altra storia. Ci sono almeno quattro porte a cui andare a bussare, per cercare un’insegnante di lingue straniere (se non si sa in precedenza dove sia il suo studio). Si aggiunga che costei, tecnicamente, sarebbe stata assunta dalla Facoltà di CIM, che pare sia come la tribù di Levi: non avrebbe un territorio proprio. I suoi membri praticherebbero il nomadismo all’interno di Lettere e Scienze Politiche (così narrano le leggende locali). Tutto per dire che sono stata rimandata da una porta all’altra come il segnalino del Gioco dell’Oca. Cosa che, peraltro, s’addice alla mia natura di “Papera” (= “collegiale del S. Caterina da Siena”, per Google Translator). Aggiungiamo che non ho mai perduto la forma mentis della matricola sperduta (ah, le matricole… sono piezz’e core (1)argh). Al quinto (!!!) anno di permanenza a Pavia, sono ancora capacissima di vagare come una pallina da flipper disorientata. Il tutto con un clima non esattamente mite. Ieri, al telefono, la madre di una mia compagna siciliana avrebbe detto che, nei paesi suoi, farebbe “freddo”. La figliola si è giustamente inalberata: se parla di “freddo” chi guarda in faccia la Tunisia, cosa dovrebbe dire chi sta sotto le ascelle delle Alpi (o quasi)? In ogni caso, ho sudato come un mulo, perché i locali universitari in cui ho fatto capolino sono riscaldati a dovere e io indossavo ventordici chili di abiti invernali. Il tutto per ringraziare il principe azzurro che ho beccato nel Centro Linguistico (quello giusto!) e che mi ha informato sugli orari di ricevimento dell’Introvabile. Tornata alla base, mettermi a studiare subito mi è sembrata una cosa poco intelligente. Dunque, ho pensato bene di scriver questo post. Che dire? Buon quasi-(sgrunt!)-Natale!

(1) Espressione napoletana che ho adoperato a orecchio e in modo ignorantissimo, dato che nemmeno l’istruzione accademica è servita a depolentonizzarmi.

domenica 2 dicembre 2012

La vera anarchia


 
“La libertà, mio bravo ragazzo, quella vera, è l’armonia. L’evoluzione senza urto. Non si trova che nel movimento degli astri, ove riposa il comandamento supremo, il comandamento senza difetto e senza fallimento. Sulla terra, non lo troverai, vicino alla propria perfezione, all’Amore, che nelle creature meno complesse dell’uomo. Conosci la vita delle gru? Le gru formano la comunità ideale. Nel loro stormo, ognuna si muove a piacimento, è libera di mangiare o non mangiare, di dormire o non dormire, di stare su una zampa o su due, e non conosce che un comandamento: quello dell’Amore. Quando si assopiscono, nei campi, nel torpore dell’estate, una sentinella veglia e lancia, se serve, l’allarme. E poi, quando l’autunno arriva e il vento del Nord comincia a sfiorare il loro piumaggio, diventano malinconiche. Qualche giorno più tardi, nel bel mezzo dell’attesa generale, un grido brusco e penetrante, seguito da un primo volo, elettrizza lo stormo, scuote la comunità. L’ordine di partenza per i paesi caldi è dato da colui che porta in sé il genio della specie e che si trova sempre alla testa del convoglio formato ad angolo ottuso, con la punta in avanti.
            Ecco tutta la libertà che possiamo augurare agli uomini, la vera anarchia, quella che non avremo mai, perché, si dice, noi siamo superiori alle gru.”

PANAIT ISTRATI

(Da: Il pescatore di spugne, 1930)

martedì 27 novembre 2012

M.Q.M., ovvero La Grande Burla


M.Q.M.: Minus Quam Merdam. È la maccheronica sigla con cui vengono apostrofate le matricole nelle università più antiche. Va da sé che è da intendersi in senso ironico. Quel che è meno ironico è il suo essere anticipazione di ciò che la “vita vera” (accademica e non) ha in serbo per loro. Senza che nessuno abbia il coraggio di dirlo in faccia agli interessati.
Benpensanti di tutto il mondo, è facile stracciarsi le vesti davanti alle pantomime dei goliardi. Un po’ meno è guardare in volto la propria realtà “perbene” e ammettere che è ancora peggiore di esse. L’avversione dell’ingenuo per la goliardia è la rabbia di Calibano che non si vede riflesso in uno specchio. Quella del perbenista è la rabbia di Calibano che si vede riflesso allo specchio.
            Tanto per cominciare, gli esami universitari. Provate a controbattere –educatamente, sottotono finché volete- all’esaminatore che fraintende le vostre risposte. Vedrete con quanta fraternité vi rimetterà in riga.
            Poi, il dottorato. I. fa da mulo a professori baroni che si danno arie da divinità olimpiche, trovando pure da ridire su dettagli di formalità (“Ma le sembra il caso di vestirsi così?” E non è mai stata sciattona, né discinta, N.B.). Soltanto che costoro non la chiamano “M.Q.M.”: la qualificano come “dottoressa” e le danno del “Lei”.
            Spostiamoci sul campo lavorativo. Difficile trovare un datore di lavoro che si sbottoni, dipinga di Nutella i dipendenti o li spinga a cantare cori da stadio. Perché finirebbe, se non in carcere, in manicomio. Ma ciò non significa che distribuisca stipendi gratis et amore Dei, né che sia l’amicone di chi lavora per lui. Soprattutto in tempi di crisi come questi, quando il mercato del lavoro pullula di stagisti e precari, che non possono avanzar troppe pretese, perché facilmente rimpiazzabili. Circa quest'ultimo problema, domandate al professore che si è tolto la vita per questo. O a Giovanna, laureata brillante e poco valorizzata. O ancora a Beppe, che non ha più la pazienza di farsi prendere in giro. Storie che indignano anche per un altro motivo: la gabbia di ossequi e “politicamente corretto” con cui vengono oliate le persone, senza che la loro condizione di subordinati migliori nei fatti. Anzi: occhio a non protestare, per non sentirsi dare del choosy.
            Per venire a me, scoprirmi “M.Q.M.” non è mai stato sconvolgente. Aveva un certo sapore di déja vu. Un po’, perché ricordava le pagliacciate dei campi-scuola. Un po’ perché avevo conosciuto qualifiche anche più grezze. Un altro po’ perché, pur non avendo mai sfiorato una zappa, sono pur sempre discendente di quei contadini bresciani che sanno come il pane non caschi dalle nuvole: bisogna piegar la gobba e lasciar perdere l’orgoglio. Perché il pane (e le occasioni) perdute per uno scatto di suscettibilità bruciano più di tutto il resto. L’ho dovuto ben apprendere, io che non sono affatto remissiva. ‹‹Devi imparare a tenere a freno la lingua››. Quante volte mi sarà stato raccomandato, da genitori – insegnanti – animatori - amici? Tanto che potrei cominciare a prenderlo sul serio. Almeno per amore di quei ceffoni e di quei castighi che mi sono buscata da bambina. Tengo a sottolineare che non sono cresciuta in un ambiente dispotico o formale. Sbrago quasi totale fra le mura domestiche e astucci volanti a scuola, per intenderci. Però, all’università come altrove, vale una regola aurea: se si batte la testa contro il muro, a farsi male è la testa, non il muro. Troppo comodo dar la colpa all’ “eredità del fascismo”, perché chi studia la storia e la geografia umana sa che la “regola aurea” valeva già millenni prima ed è transculturale (una delle poche a esserlo!).
            Pare, però, che l’ultimissima generazione non se ne sia ancora accorta. Quando parlo con persone fresche di liceo, ho l’incancellabile impressione che non sappiano veramente quale sia la differenza tra “mamma-e-papà” e il resto del mondo. Come Sigmund Freud, penso che gli educatori di tutti i livelli siano colpevoli d’una Grande Burla. Insegnano ai propri rampolli che la “civiltà occidentale” si basa su liberté, égalité e fraternité, che possono, tutt’al più, essere un obiettivo. Di certo, non sono una realtà in atto. Ne abbiamo parlato anche ne Il Paese dei Balocchi. Sorvoliamo sul sangue che è stato versato in nome di quelle liberté-égalité-fraternité, dato che ha già raggiunto anche i tavolini dei bar. La Marsigliese, a riprovarlo, è il canto più feroce che io conosca. E viene strombazzato con orgoglio da bravissimi ed evolutissimi cittadini.
            In conclusione: quando vi apprestate ad apostrofare un goliarda che scrive “M.Q.M.” in fronte a qualcuno, tornate a guardare la vostra “perfettissima” civiltà e domandatevi quante volte abbiate accettato (o collaborato) a render qualcuno Minus Quam Merdam. Anzi, se non abbiate accettato d’esserlo voi stessi. Se siete onesti, la vostra voglia di lanciare la prima pietra diminuirà esponenzialmente. Se sarete ancora convinti che valga la pena di toglier la pagliuzza dall’occhio altrui, provvedete prima a levare la trave che sta in tutto il “mondo civile”. Ma temo che sia un gioco troppo duro per voi.

Gaya Pavia - Per vivere e lasciar vivere


In origine, era Coming Aut, nata presso Radio Aut tra 2004 e 2005. Dal 2012, l’associazione si chiama, a pieno diritto, Arcigay Pavia. Il socio fondatore è Giuseppe Polizzi, che ne è anche presidente, oltre che consigliere nazionale e responsabile nazionale dell’iniziativa legislativa sul matrimonio. Gli iscritti sono circa 1500, residenti a Pavia e provincia. Fra loro, Carla Stracci, caso praticamente unico (negli ultimi anni) di drag queen italiana politicamente impegnata: laureata in Giurisprudenza, lavora presso uno studio legale, dove si occupa di tutela antidiscriminatoria.
Fin dall'inizio, Arcigay Pavia ha collaborato con diversi locali, per creare occasioni di socializzazione. <<La visibilità è importante per la comunità lgbt, perché permette quel “coming out” che è liberazione>> spiega Polizzi. Attualmente, Arcigay Pavia organizza una festa alla settimana presso il Caffè Teatro. L’animazione comprende musica e karaoke. Al martedì sera, ha luogo anche la distribuzione gratuita di profilattici. L’associazione ne ha acquistati 20 000, da diffondere presso scuole superiori e università. Nella distribuzione, sono attivi oltre 20 volontari, da aggiungere ai 10 impiegati nei singoli progetti. <<Ci auguriamo che la campagna per il preservativo diventi nazionale>> chiosa Polizzi. Arcigay Pavia ha anche organizzato un “Servizio Salute”, in collaborazione con medici del Policlinico S. Matteo.
L’associazione raccoglie quotidianamente segnalazioni di discriminazioni omofobe. Contrariamente ad altri tipi di “diversità”, l’omosessualità è fattore d’invisibilità. Il primo scoglio è la famiglia.  Arcigay Pavia, perciò, fa opera di mediazione e organizza percorsi di comprensione insieme ai genitori dei ragazzi omosessuali. Eclatante il caso di due studenti del liceo “U. Foscolo”, nel luglio 2011: scritte sui banchi, telefonate anonime e battute sconce, con un’intensità tale da suscitare l’interessamento del Ministero delle Pari Opportunità.
A volte, sono i genitori dei ragazzi gay a telefonare per essere aiutati a comprendere cosa sia l’omosessualità. Altre persone chiedono informazioni sulle attività dell’associazione e apprendono l’ABC dell’attivismo politico.
Nel 2009, presso il Comune, è stato aperto uno sportello antidiscriminazioni, dove operano 20 associazioni: ovviamente, fra loro c’è l’Arcigay locale. Essa collabora con il Coordinamento per i problemi dell’handicap, la UILDM, Cartaspina. La cooperazione ha dato vita alla Festa delle Diversità, oltre che a eventi come “La memoria sono anch’io” o “Salmoni Controcorrente”. Il filo tematico è, come già detto, la “diversità”: tutti i fattori che portano all’emarginazione in famiglia, a scuola, sul lavoro.
Sul piano politico, l’azione è indispensabile, per ottenere il riconoscimento di omofobia e transfobia come aggravanti penali o per introdurre in Italia il matrimonio egualitario. “Egualitario” è il termine sottolineato da Polizzi: << “Matrimonio gay” è un’espressione inesatta>>. Tuttavia, Arcigay non si identifica con alcuna corrente o partito. È una realtà distinta e dialogante. L’obiettivo è abbattere quest’ultimo tabù normativo, dopo quelli della razza, del genere sessuale, dell’handicap e dell’etnia.
L’attività culturale è portata avanti, in buona parte, da Universigay, autonoma dal 2011 e iscritta all’albo delle associazioni studentesche. La presiede Alessandra Alvarez, allieva del corso di Biotecnologie. In ottobre, ha avuto inizio il cineforum  “Visioni di ordinaria sessualità”. Le prime due pellicole sono state: “Boys don’t cry”, di Kimberly Pierce (1999), e “Les amours imaginaires”, di Xavier Dolan (2010, mai distribuito in Italia). L’11 ottobre 2012, Universigay ha ospitato a Pavia Giovanni Dall’Orto, giornalista freelance. La conferenza (“La cultura gay visuale”) era incentrata sul videoclip,  che, per il proprio carattere “pop”, testimonia la ricezione d’un tema a livello diffuso. Naturalmente, l’ultimo Paese a sdoganare immagini di coppie gay è stato l’Italia. Così come sarà l’ultimo Paese dell’Europa occidentale a legiferare su matrimonio egualitario, omo- e transfobia. Dall’Orto non accusa la Chiesa cattolica. <<Il Vaticano fa il proprio lavoro. La colpa, semmai, è di chi non lo fa. Da 12 anni, non riesce a costituirsi un’opposizione politica. Il che lascia il movimento gay senza interlocutori.>> L’auspicio è quello di “diventare banali”. Vivere e lasciar vivere. Essere coppie fra le tante, che si dicono con semplicità: “Ci vediamo a casa” (Dolcenera).
 
Inchiostro, novembre 2012, n° 121

lunedì 26 novembre 2012

Tra Kafka e Calvino


La serata piovosa imbeve l’acciottolato. P. è d’umore loquace. Come sempre. Se non che, stavolta, è il turno dei “sassolini nella scarpa”. Ha appena parlato d’una chiesa magnifica, visitata da tutta Europa. E dello scempio perpetrato dai turisti, che ne hanno spezzato i bassorilievi, per portarsi souvenir a casa. Piccole teste o braccia di pietra, che gli scultori hanno rifinito faticosamente e che finiranno nel ciarpame da salotto. ‹‹Qui, in Italia, finisce tutto alla buona›› sospira. ‹‹Nessuno muove un dito per tenere in riga.››

            Tranne quando si tratta di pestare manifestanti inermi. In questo caso, le forze dell’ordine spuntano come funghi, per dar lavoro alla sanità pubblica. ‹‹Una volta, sono andato in città, a cercare un regalo per mia madre›› racconta P. ‹‹A un certo punto, nella metropolitana, vedo che la gente comincia a correre all’impazzata. Tutti in direzione opposta alla mia. Mi faccio strada come posso. Sai cosa stava succedendo? Ci sarebbe stata una partita di calcio, allo stadio locale. Erano arrivati i tifosi della squadra ospite e la polizia antisommossa era stata mandata a tenerli a bada. Soltanto che stava terrorizzando la gente che non c’entrava niente. Io camminavo tranquillo, col pacchetto per mia madre. Mi è arrivata una manganellata secca. A me. Perché passavo di là››.

Ascolto, rimasticando il silenzio.

‹‹Così, più o meno, succede nelle manifestazioni›› prosegue P. ‹‹Ho ben visto le immagini del G8 di Genova… Gente inginocchiata a terra, pestata dai poliziotti che le arrivavano addosso. Del resto, vengono mandati contro gli agitatori anche agenti alle prime armi, che non sanno ancora gestire la situazione. E si sfogano sui primi poveri cristi che trovano. Io mi tengo lontano da tutte le manifestazioni, perché non si sa mai come andranno a finire.››

            Quasi insensibilmente, il discorso si sposta su un altro episodio. A casa di P., stavolta. ‹‹Due squilibrati, strafatti, hanno sfondato il cancello. Sono arrivato e li ho trovati nel mio cortile. Mia madre e mia moglie erano terrorizzate. I bambini piangevano. Sono diventato una belva. Ho pestato i due teppisti. Poi, sono arrivati i carabinieri, a prendere i nominativi e a trascinar via i due balordi, privi di sensi. Mi hanno spinto ad andare al pronto soccorso, a farmi visitare. Anche se non avevo niente. Ci ho perso tutta la giornata. Alla sera, i due si erano appostati coi rinforzi, armati di tirapugni. Mi hanno lasciato questa cicatrice.›› La indica, vicino all’occhio. È dello scorso agosto.

‹‹Dopo tutto quello, uno degli aggressori ha sporto querela contro di me››. Pausa sardonica.

            Deglutisco, con la sensazione di trovarmi in una distopia di pessimo gusto. Nello scarto di un incubo di Franz Kafka. Mi attraversa la mente anche Il cavaliere inesistente di Italo Calvino: quel mondo in cui carte e titolature hanno preso il posto perfino dei corpi vivi. Forse, la burocrazia ha distrutto qualcos’altro, oltre alla lingua italiana.

giovedì 22 novembre 2012

Senza parole


Questo pezzo sul sito dell'Huffington Post è ormai (tristissimamente) noto. Tanto da non abbisognare di presentazione.
Ma più interessante è la risposta dell'On. Anna Paola Concia, sulla propria fan page di Facebook:
#Gay/ Concia incontra compagni classe e docenti ragazzo suicida
Era originale, in cerca della sua identità #ioportoipantalonirosa

Roma, 22 nov. (TMNews) - "Oggi ho incontrato per due ore i compagni di classe e i professori del ragazzo suicida del Liceo Cavour di Roma. Ho voluto farlo per capire cosa fosse accaduto davvero. I ragazzi mi hanno spiegato che hanno un doppio dolore: quello della perdita del loro compagno di classe e quello di essere stati descritti oggi su tutti i siti come i responsabili della sua morte. Li ho trovati sconvolti e ho riscontrato un contesto scolastico assolutamente non ostile alla diversità". Lo dichiara Anna Paola Concia, deputata del Partito democratico.


"Era sicuramente un ragazzo originale, di certo in cerca della sua identità, come molti a 15 anni, ma di sicuro questa sua diversità era ben inserita nel contesto della classe. La pagina su Facebook era una pagina costruita insieme a lui", ha spiegato Concia. "Mi sono sentita in dovere di andare a capire che cosa fosse accaduto davvero, come avrebbero dovuto fare anche altri.
Ho cercato - continua - di spiegare a quei ragazzi così addolorati, che il clamore suscitato da questa notizia, e forse da sentenze azzardate, è legato al fatto che il bullismo omofobo è diffusissimo all'interno di tutte le scuole e che la parola gay, omosessuale, o peggio frocio, è una parola usata per disprezzare. La diversità, l'originalità purtroppo sono sempre oggetto di derisione".

"Il ragazzo aveva oggettivamente dei problemi familiari - spiega Concia - purtroppo le ragioni profonde di questo suo gesto estremo le conosce solo lui. Ora resta la grande amarezza di una giovane vita spezzata e di una società, tutta, che a tutti i livelli - politica, scuola, mondo della comunicazione e famiglia - ha il dovere di costruire gli strumenti per contrastare il disagio giovanile. Qualsiasi sia stata la causa del disagio che ha portato questo giovane ragazzo a suicidarsi", conclude Concia.

Red/Apa


La famigerata pagina Facebook è stata chiusa: come era ovvio, dopo cotanto movimento d'opinione. Ciò che ne resta è illustrato sul blog Giornalettismo. Senz'altro, era dedita agli sfottò, se vogliamo spezzare una lancia a favore dell'Huffington Post. Per il resto, però, tutto si può dire delle "prese in giro" tranne che vertessero sull'omosessualità.

L'On. Concia è tanto più "onorevole" per la sua serietà, onestà intellettuale e -soprattutto- umanità, verso questo tragico caso che è diventato (tanto per cambiare) una telenovela da web. Esattamente come "Mattia", l'Agesci e le altre chicche con lo stesso marchio di fabbrica. Con l'aggravante del fatto che, stavolta, si tratta d'un suicidio.
Senza parole.

Si aggiunge anche l'appello di Giovanni Dall'Orto, giornalista freelance impegnato nelle tematiche gay e voce autorevole in capitolo. Dalla sua pagina Facebook: Ok, ragazzi vediamo se riesco a farmi capire. Vi chiedo di smetterla di cercare capri espiatori della morte del quindicenne di Roma, perché farlo serve solo a chi medita un omicidio per vendetta.
Supponiamo che venga fuori che il ragazzino s'era innamorato alla follia d'un compagno di classe, etero, che per ovvi motivi ha rifiutato questo amore. Avreste DAVVERO il coraggio di dire che il compagno "lo ha ucciso lui" perché gli ha detto di no?
Non ci serve a nulla chiederci "chi", ciò che ci serve è capire "come" evitare che si ripeta.

Prosegue sul proprio sito: Sul caso del ragazzo suicida non tutto quadra.

Può essere utile condividere anche questo memoriale, sebbene di stampo un tantino emotivo: "Mio nipote ucciso dalle calunnie". A parlare è il nonno di Andrea, in lacrime. Discuterei termini come "calunnie" e "accusare", dato che essere gay non è un difetto. Comunque, il concetto è chiaro. Interessante anche notare come l'omosessualità di Andrea parrebbe inesistente. L'abito non fa il monaco e i pantaloni rosa non fanno un ragazzo gay. Sempre che il nonno non volesse soltanto "coprire" ciò che la sua generazione considera ancora un'infamia.

A me nono (A mio nonno)


 
La stüa la borbòta i sò 'nsome calcc,
'n dèl cantù a l'umbrìa de la làmpada;
la somèa la cansù de la Séra
che la pasa sö 'n sentér, chi sa 'ndòe.
"L'è stàda chèla ólta..." Giü a giü, i grà
de la tò éta i scor de i tò làer scür,
i vé zo a polsà 'n de le me mà.
I sènte: i è nostrà come la cara
de la buna lègna che scàlda 'n casa.
Sare i dicc e nine le tò memorie,
'ntàt che 'l ciel al smorsa le candéle
e 'l ma 'ntorcia 'n de i sò lensöi ömecc.

Traduzione:  A mio nonno. “La stufa borbotta i suoi sogni caldi,/ nell’angolo all’ombra della lampada;/ sembra la canzone della Sera/ che passa su un sentiero, chissà dove./ “È stata quella volta…” Uno ad uno, i grani/ della tua vita scorrono dalle tue labbra scure,/ scendono a riposare nelle mie mani./ Li sento: sono genuini come la carezza/ della buona legna che scalda in casa./ Chiudo le dita e cullo i tuoi ricordi,/ intanto che il cielo spegne le candele/ e ci avvolge nelle sue lenzuola umide.”
 
3^ classificata per la sezione “Poesia in dialetto bresciano” al “Concorso letterario” di Nave (BS), 4^ edizione, 2010, sotto lo pseudonimo di Alessandra Cereta.

 
Dall'antologia dei testi premiati:
 
 
L'errore di stampa corretto nell'indice:
 
 


mercoledì 21 novembre 2012

Il "domani" e il "per sempre"


"Produci, consuma, crepa". Questa scritta a vernice spray su un muro mi è rimasta impressa dall’infanzia. Solo di recente ho scoperto che era un ritornello di Giovanni Lindo Ferretti. In ogni caso, difficile idearne di più eloquenti. Riassume perfettamente –e con sarcasmo squisito- l’intelligenza di certe “sore Cesire” davanti al “futuro”. Di coloro che ridono sotto i baffi, quando qualcuno dice che studia Lettere. Vien voglia di ricordare che il fidanzato di una mia amica sta per laurearsi in Ingegneria: bravissimo, sa calcolare a mente le strutture, ha già avuto esperienze in cantiere. Ma non trova un cane che voglia fargli far pratica, perché “la crisi” c’è per tutti, non solo per i poeti. Idem per L., diplomato come geometra. E gli unici che io abbia sentito far battute sconsolate sul proprio futuro sono studenti di Medicina o Giurisprudenza.
            Non passa giorno che non ringrazi il cielo per avermi dato genitori che nel cranio hanno un cervello, anziché banconote. Non ho niente contro “il mercato”. Basta che resti sulle bancarelle.
            Un professore di letteratura rinascimentale ha raccontato a noi studenti storie che mi azzardo a definire deliranti. ‹‹Alcuni genitori arrivano da me e mi chiedono: “Mio figlio vuol studiare Filosofia. Ma non sarebbe meglio… Ingegneria?”››. Come se da un ciliegio si potessero ricavar mele (o viceversa). ‹‹Io spiego loro che questo è il miglior modo per corrompere i figli. Per essere felici, occorre amare ciò che si fa.›› Come controesempio, ha proposto un suo conoscente: spiccicato al Giudice di F. De André. ‹‹Già da giovane era insopportabile. Quando ordinavamo una pizza in compagnia, lui ci sputava sopra, per tenersela tutta. Ora, “ha fatto soldi”, gira con un’automobile di lusso. Ma non sorride mai. E nessuno lo saluta.››
Questo per non riesumare il Mazzarò di G. Verga, disperato in punto di morte, perché non poteva portarsi via “la roba” in funzione della quale aveva vissuto. O mastro-don Gesualdo, sua evoluzione, o la duchessa di Leyra, pallida sotto la corona. E la “principessa Sissi”, morta assassinata, dopo una vita d’inquietudini e anoressia. L’apparenza aveva ingannato tutti. Perfino il suo assassino, che l’ha uccisa in quanto “troppo fortunata”. Se Verga ritraeva “i vinti”, io imito “i falliti”, quelli che vivono secondo quanto cantano i Nomadi: “Il mondo gettatelo via;/ma la vita… giù le mani, quella è mia.”
            Mi viene in mente una parabola:
“Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia.” Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita…” (Lc 12, 19-20).
Quando si pensa al “domani”, meglio ricordarsi che non è per sempre.
 
 

lunedì 19 novembre 2012

Megafonia compulsiva


 
È duro tener fede al proprio interesse per una tematica. Soprattutto se coloro che lo condividono con noi hanno la spada tratta e non concepiscono sfumature oltre al bianco e al nero. Di qua gli uni, di là gli altri: una scacchiera, praticamente. Nessuna possibilità di ridiscutere sui dettagli. Perché qualunque pennellata aggiuntiva è “sicuramente” un attacco di parte. O personale.

            E. è una giovane laureata appassionata di blog e social network. Ama informarsi su questioni di genere e sessualità. È favorevole ai matrimoni gay e contraria agli stereotipi di genere. Così come avversa la droga mediatica che strumentalizza problemi delicatissimi (omofobia, femminicidio) per muovere voti da una parte o dall’altra.

            Su Facebook, legge uno status pubblicato dalla pagina di un noto blog anti-sessista: “Chiunque neghi l’esistenza di discriminazioni di genere, omofobia, pedofilia è in malafede ed è complice di queste piaghe.” E. ne approva apertamente la sostanza. Soltanto, aggiunge una postilla: “Bisogna anche non confondere il negazionismo con l’operato di chi vuol discutere di certe tematiche senza sollevare una psicosi o di chi difende dalle diffamazioni.” Una precisazione limpida, nata dalla sofferta osservazione di come gli interlocutori amino insultarsi e “sloganeggiare”, più spesso che approfondire. Non c’erano dita puntate, né minimizzazioni. Soltanto una risposta generale a un’affermazione generale.

            La reazione, in ogni caso, è la seguente: “Psicosi? Diffamazione? E., si vede che non leggi i commenti di misogini, omofobi e altri sul nostro blog. Per favore, non si parli di ciò che non si conosce.”

            E. conosce benissimo quel sito e svariati altri di taglio simile. Legge post e interventi, talora commentando a propria volta. Sa perfettamente come si comportino i misogini – omofobi - eccetera. Per esempio, quello che, sul blog Liberi tutti di Delia Vaccarello, scriveva: “Quasi quasi, mi tolgo le fette di prosciutto dagli occhi e mi iscrivo al partito olandese dei pedofili.” Oppure, quello che cincischiava su un gruppo Facebook anti-stereotipi, infilando insulti a caso contro ipotetiche verginelle ipocrite.

            Va da sé che chi ha risposto a E. non si è preoccupato di verificare queste sue esperienze: il che sarebbe stato fattibile con una visitina ai suoi profili online, che sono svariati. Ha ribattuto con un rancore dato dal preconcetto che il commento fosse un attacco personale. Del resto, si sa: un intervento è “inopportuno” quando sembra non compiacere immediatamente l’interlocutore principale. Infatti, proprio così ha proseguito il portavoce del blog: chiamando “inopportuna” la legittima osservazione di E. e affrettandosi a dire che “noi non abbiamo mai avuto atteggiamenti diffamatori, forcaioli o simili.” Vien voglia di chiosare: Excusatio non petita, accusatio manifesta. Ma, probabilmente, il problema è un altro: i megafoni (ancorché metaforici) non sono adatti al dialogo. Come E. voleva ricordare.

Infanzia interminabile


 
“Che l’educazione odierna nasconda al giovanetto l’importanza che avrà nella sua vita la sessualità non è l’unico rimprovero che si deve rivolgerle. Essa pecca anche nel non prepararlo alle aggressioni di cui è destinato a diventare l’oggetto. Introducendo la gioventù nella vita con un orientamento psicologico così sbagliato, l’educazione di comporta come se si equipaggiassero di vestiti da estate e di carte dei Laghi italiani persone che partono per una spedizione polare.”

 

SIGMUND FREUD

(Il disagio della civiltà, 1929)

 

Sigmund Freud, Il disagio della civiltà e altri saggi, (“Gli Astri”), Torino, 2010, Bollati Boringhieri, p. 269, nota 1.