sabato 26 novembre 2011

Premiazione del concorso letterario "Inchiostro a volontà"



"Ieri sera [22 novembre 2011], presso la libreria Feltrinelli di Pavia, si è svolta la premiazione finale del nostro concorso letterario “Inchiostro a volontà VI” dal tema “resto o vado via?”. I numerosi ragazzi presenti hanno potuto scoprire i titoli dei racconti che si sono aggiudicati le prime cinque posizioni, battendo tutti gli altri 124 avversari, oltre a conoscere finalmente le parole contenute in nei primi tre testi, letti dalle nostre bravissime Chiara Debernardi, Maria Grazia Bozzo e Rita Petrassi..."

Matteo Miglietta sul blog di Inchiostro: http://inchiostro.unipv.it/?p=3680

Emanuel Carnevali


Dario Bertini su Kronstadt (Pavia), n° 61, luglio 2011, pag. 7

mercoledì 23 novembre 2011

Corsa all'utopia


Può essere letta come una parodia dei film d'azione su evasioni rocambolesche. Galline in fuga, effettivamente, non risparmia ironia, a partire dall'ambientazione: un allevamento di pollame. Come ricorda a più riprese Mrs. Tweedy, la proprietaria, un "cervello di gallina" non gode di grande stima. Tuttavia, fin dai primi fotogrammi, le pennute protagoniste si caratterizzano per scaltrezza, capacità organizzative e volontà di riscatto. Qualità espresse al massimo grado da Gaia, la "rossopiumata" che guida i tentativi di evasione dall'allevamento-lager.
Su di lei si accanisce la repressione dei signori Tweedy. E qui il tono si fa serio. Gaia viene perseguitata perché intelligente e volitiva. Soprattutto, più d'ogni altra è capace di pensare ad una vita alternativa: "Non ho mai sentito l'erba sotto le zampe..." Messaggio che potrebbe anche farsi animalista. Ma il lungometraggio d'animazione va oltre e fa delle galline una metafora degli umani. A partire dall'allevamento, che ricorda non scene di economia agreste, ma quelle -ben più tetre- immortalate nelle fotografie di Auschwitz e Dachau.
E molto più umane sono le galline rispetto ai cosiddetti "umani" della storia, i coniugi Tweedy. Lui è sempliciotto, legato alle tradizioni familiari; lei lo tratta con disprezzo, lo stesso che riserva alle galline, negando loro la capacità di pensare. Unica dote vagamente apprezzabile della signora: una certa intelligenza imprenditoriale. Infatti, è lei a prendere tutte le decisioni sull'attività economica, benché l'erede dell'allevamento sia il marito. Sempre Mrs. Tweedy deciderà di lanciare una nuova produzione: abbandonerà le poco redditizie uova, per volgersi ai pasticci di pollo (naturalmente, tagliando fuori dall'attività un sempre più succube Mr. Tweedy).
L'avidità è presente in modo quasi ossessivo nel film ed è la causa prima della condizione delle galline. A subirla non sono solo le malcapitate pennute, ma anche -in fondo- Mr. Tweedy, ridotto a piegarsi su se stesso ed a recitare il ruolo del carnefice per compiacere la moglie. Nonostante la sua indolenza, tuttavia, riesce a captare il fermento serpeggiante fra le prigioniere: "Sono organizzate". Riesce a riconoscere loro volontà e personalità, forse perché meno annebbiato dalla gretta smania di denaro.
Nel frattempo, Gaia elabora qualcosa che ha sempre avuto grande forza trascinante nella storia: un'utopia. In questo senso, il titolo originale -Chicken Run- è molto più eloquente: quella delle galline è una corsa, non solo via da qualcosa, ma verso qualcosa. Gaia vorrebbe condurle alla riserva per uccelli che si trova su una collina, visibile dall'allevamento. Progetto che causa reazioni contrastanti fra le compagne. C'è chi non si rende pienamente conto della situazione. C'è chi trova il sogno semplicemente assurdo. Ma prevale lo spirito di collaborazione. Il carisma di Gaia riesce a unificare la comunità delle galline; quando viene a mancare la speranza da lei instillata, l'affiatamento si incrina.
L'utopia, dunque, comincia a realizzarsi in loro stesse, nella loro capacità di pensarsi diversamente e di pensare tutte insieme. Le unisce anche la morte, unico orizzonte all'interno dell'allevamento. Non è in grado di capirlo Rocky, l'aitante "gallo volante" fuggito da un circo. Un personaggio, almeno inizialmente, debole e contraddittorio: sa cosa significhino la prigionia e lo sfruttamento, ma rimprovera Gaia per i suoi progetti audaci. Le speranze riposte in lui, nella sua millantata arte del volo, saranno la più grande delusione delle galline, la prima -e  quasi definitiva- incrinatura dell'utopia. Il suo profilo morale sembra riacquistare vigore con il salvataggio di Gaia dall'infernale "sfornapasticci" di Mrs. Tweedy.
 Il "leggero" Rocky è dunque capace di reagire davanti al pericolo corso da chi ama e sarà questo a determinare la sua maturazione personale. Ad imparare qualcosa, però, non sarà solo il giovane galletto, ma anche l'anziano Cedrone, che vive di ricordi. Questo "fantasma della propria gloria" si riscoprirà, invece, un ruolo nel presente, grazie a Gaia: "Parli sempre dei tuoi tempi... Ebbene, i tuoi tempi sono arrivati." Ex-mascotte della Royal Air Force, Cedrone metterà a disposizione l'idea di una macchina volante che si deciderà a pilotare di persona.
Quanto a Mrs. Tweedy, con implacabile contrappasso, perirà proprio nello sfornapasticci in cui si condensavano i suoi progetti di arricchimento. Mr. Tweedy, in un certo senso, ne esce affrancato. Si può pensare che, d'ora in avanti, avrà una vita domestica tanto solitaria quanto tranquilla -sebbene senza allevamento.
Quanto alle galline, finalmente assaporano la loro utopia realizzata. Tuttavia, come in ogni film minimamente onesto, non manca uno spunto di inquietudine nello stesso lieto fine. La pellicola, infatti, si chiude sui due topi contrabbandieri che avevano fornito i materiali per la macchina volante.
Avidi di uova, meditano su come produrne per sé. E torna, inesorabile, l'idea di creare un allevamento. E' stata neutralizzata Mrs. Tweedy, ma non quell'avidità che aveva dato inizio al dramma. I due si impantanano nel vecchio dilemma: "E' nato prima l'uovo o la gallina?", che impedisce loro di giungere a conclusioni operative. E serpeggia una speranza sottile: che la soluzione non giunga mai, perché non distrugga l'utopia faticosamente conquistata.



 

L'aquila e la gallina

Un giorno, la gallina si recò al cospetto dell'aquila e le chiese: "Spesso ti vedo tagliare il cielo con la tua ombra -e sempre con timore. Ti riconosco, ogni volta identica, ogni volta sola. Le rondini e le quaglie hanno il proprio stormo, che mi fa comprendere come non si possa esistere se non esistono i propri simili. Di te soltanto non ho mai visto il somigliante. Dove sono le tue compagne, o aquila?"

"Non ne ho" rispose l'altra, altera. "Io abito in una fenditura nella roccia, ove a pena v'è spazio per me ed i miei piccoli."
"Non fa forse freddo, quassù?" rabbrividì la gallina. "Su questo hai ragione" concesse l'aquila. "L'aria taglia le carni fra le piume ed è pregna di gelide nubi."
"A terra, sale calore dal suolo. E noi compagne possiamo stringerci, per sentire il nostro tepore" riprese l'uccello da cortile. "Se scenderai fra noi, neppure tu avrai più freddo."
L'aquila fece un cenno di diniego. "Tante volte ho visto la vostra terra, in volo. E' nera ed opaca; pullula di creature che la graffiano e la insozzano, schiamazzando come insensate. Io non posso abbassarmi a tanto".
"La terra non è affatto nera" replicò l'altra. "E' tenera di verde ed accesa di giallo, quando matura il granoturco. O aquila, da quassù sei sicura di poter vedere la terra?"
A quelle parole, il rapace non rispose. In un lampo di penne, prese il volo. La gallina lo vide affondare nel cielo d'acciaio, sempre più lontano, finché fu indistinguibile da un cristallo di neve.

martedì 15 novembre 2011

Uomini e uomini

“Ci sono due tipi di uomini. Il vermiciattolo umano, per nulla turbato nel suo torpore millenario, prosegue la propria piccola esistenza senza troppa pena.

 I suoi dolori: l'imprevisto che arriva come alla coda della lucertola, che un nonnulla fa cadere, che un nonnulla fa ricrescere, e della quale il prezzo è qualche goccia di sangue freddo! Le sue gioie: solleticamenti della gola e di certi altri organi. E' tutto ed ecco l'uomo, l'uomo contento di esistere. Gli basta un colpo di dito per farlo vacillare. Poi, la bestiola scalpita...

Per fortuna [...] a gloria della Vita, c'è un altro uomo: è colui che non è mai e nient'affatto contento! Non gli piace più fare ciò che ha fatto troppo a lungo, né essere là dove ha vissuto troppo a lungo. Indietreggiare, piuttosto che stagnare. E meglio urlare che non sentire nulla. Quest'uomo non può persistere né nel riso, né nel gemito, come non lo può nella fortuna né nella sventura. Tutto gli va bene per un certo tempo, perfino il carcere, ma nulla a tempo indeterminato, neppure la libertà. E' l'uomo che ha scoperto la ruota e non si è fermato ad essa. E' parimenti quello che spintona senza posa la vita e la spinge a tutti gli estremi, buoni o cattivi. Questo tipo d'uomo sembra essere molto interessato, ma non lo è affatto, perché se gli si toglie tutto, egli si trova ancora di meglio! Tagliategli le braccia, lavorerà con i piedi. [...]

C'è un terzo tipo d'uomo: è colui che è arrivato, dopo sofferte ricerche, all'imperturbabilità, e che è ugualmente contento nella sventura come nella felicità!"




(Da: Panaït Istrati - Josué Jéhouda, La famiglia Perlmutter, 1927)

venerdì 11 novembre 2011

Il mondo sotto il pavimento

L'idea di un mondo nascosto sotto la propria casa può essere sia affascinante che inquietante. Soprattutto se questo mondo prende in prestito frammenti del nostro. Questa è l'idea di Hayao Miyazaki, già noto come "padre" di Nausicaa della Valle del Vento. Lo sceneggiatore ha trasferito a Tokyo una serie di racconti inglesi (Mary Norton, The Borrowers).
The Borrowers viene tradotto come "I Prendimprestito". Questa è l'autodefinizione di una stirpe di gnomi che vive in simbiosi con le case degli umani, "prendendo in prestito" oggetti minuscoli e/o dimenticati (zollette di zucchero, spilli, fazzoletti di carta...) pressoché insignificanti per i proprietari, ma indispensabili per la vita quotidiana di un mondo minuscolo.
Pur non potendo fare a meno degli umani, gli gnomi si guardano bene dal palesarsi a loro: temono le reazioni di "giganti" non sempre felici di "dare in prestito", a prescindere dal reale bisogno che possono avere di una zolletta o di uno spillo.

Le reazioni della signora Haru, domestica di una villa in campagna, sembrano dare ragione a questi timori. Rilevando la presenza di gnomi, ella chiama addirittura una ditta di derattizzazione, per liberare la casa dai "ladri" che la "infestano".  Paure che, agli occhi dello spettatore, risultano grette, poiché sa che i "chissà quanti" gnomi "ladri" si riducono ad una sparuta famigliola: una coppia di coniugi e la figlia quattordicenne, Arrietty.
Intraprendente e vivace, la ragazzina finisce per imbattersi in 
Shō, il giovanissimo nipote della padrona di casa. Questi, al contrario della domestica, stabilisce fin da subito una solidarietà con gli gnomi, al punto da recapitar loro la preziosissima zolletta di zucchero smarrita da Arrietty. Questa scelta di comportamento era già stata proposta dal nonno del ragazzo, che aveva addirittura ordinato ad un artigiano inglese una pregevolissima casa in miniatura, sperando che gli gnomi vi venissero ad abitare. Prevale, però, l'istinto di sopravvivenza: il contatto aperto con gli umani -secondo i "prendimprestito"- è sempre e comunque pericoloso ed impone un rapido trasloco. Una tematica portante è, dunque, la paura, legata alla lotta per l'autoconservazione.
Arrietty e Shō riescono a superarla grazie a due fondamentali punti che hanno in comune: sono bambini, pertanto più fiduciosi e disponibili alla conoscenza reciproca; sono entrambi vicini alla morte, sebbene in modo diverso. Arrietty assiste alla progressiva estinzione della propria specie, ormai ridotta a cinque o sei esemplari nei dintorni. Shō è cardiopatico ed in attesa di una rischiosissima operazione.

 La minuscola amica che "prende in prestito" la sua vita finisce per divenire parte del suo cuore, trasmettendogli la propria inesauribile capacità di sopravvivenza. Arrietty gli fa balenare anche il calore di una famiglia, che al ragazzino manca (i genitori sono divorziati; egli è affidato alla madre, sempre lontana per lavoro).


Il momento del commiato arriva, tuttavia, inevitabile. Gli gnomi traslocano, trasferendosi presso Spiller, un "buon selvaggio" al quale Arrietty si affeziona subito. L'ultimo saluto fra Shō e la sua amica apre le loro storie alla possibilità di un epilogo felice: il ragazzino guarda con più speranza all'operazione imminente; la giovanissima "prendimprestito" stabilisce un'intesa con Spiller, nella quale si intravvede lo spiraglio di una nuova coppia, una continuità della vita per la specie degli gnomi.
Arrietty è un film sulla necessità e la fatica di sopravvivere, sulla scelta fra una cieca difesa delle proprie briciole ed un dialogo fra bisogni diversi. Perché ci sono sempre mondi sotto il pavimento delle abitudini. 






 




giovedì 10 novembre 2011

Addio mia concubina


Chen Kaige racconta la contraddittoria, tormentata Cina del XX secolo. E lo fa scegliendo, quale linea portante, l'opera lirica di Pechino. Come se la cultura cinese potesse essere veramente espressa solo da quei colori accesi, quei gesti ieratici, quelle maschere demoniache e sublimi insieme.
Quando Addio mia concubina vinse la Palma d'Oro al Festival di Cannes, nel 1993, qualcuno pensò che fosse una concessione al gusto corrente, sulla scia di Lanterne rosse. Eppure, il film di Kaige va molto oltre quell'esotismo compiaciuto che ha talora adescato l'Europa. Addio mia concubina spicca il volo nelle nubi della storia, dell'amore e -soprattutto- del destino. Un destino che travolge il Re e la sua Concubina in una delle più famose opere liriche cinesi. E che trascina con sé anche l'interprete della Concubina, l'attore Cheng Dieyi.
Consegnato ad una vita di emarginazione sociale, perché figlio di una prostituta, il piccolo Douzi trova un'opportunità di riscatto grazie allo scatto di coraggio della madre: ella ne ottiene l'ammissione all'Accademia dell'Opera di Pechino, dopo avergli amputato quel dito in più che aveva provocato un iniziale rifiuto del maestro. Cominciato nella sofferenza, il cammino di Douzi prosegue sulla stessa strada: il percorso per diventare attore prevede un durissimo addestramento, che lo renderà in grado di eseguire acrobazie e di imporre al proprio corpo quei movimenti studiatissimi, eterni imposti dalla tradizione (perfino i passi sono contati). Soprattutto, dovrà rinunciare alla propria identità virile, per sostenere il ruolo che lo renderà famoso: la Concubina di un valorosissimo Re. Questa rinuncia, per quanto dolorosa, sarà però l'unico modo per restare accanto all'amatissimo compagno Shitou.
Una volta adulti,  essi divengono attori famosi, coi nomi d'arte di Cheng Dieyi (interprete della Concubina) e Duan Xiaolou (interprete del Re).


Nel frattempo, la Storia, intorno a loro, procede. Dal 1937 al 1945, la Cina subisce l'invasione giapponese. Ma l'opera deve andare in scena. E, mentre la guerra ribolle tutt'intorno, sul palcoscenico nulla muta. Le antiche arie, gli antichi gesti si scandiscono come le stagioni.
Eppure, la Storia riesce a vendicarsi di quest'apparente invulnerabilità. Per farlo, si serve dell'amore: Cheng Dieyi è costretto a barattare la libertà e la vita di Xiaolou, arrestato dai giapponesi, con un'esibizione davanti agli invasori. A farlo cedere sono anche le preghiere di Juxian, la giovane moglie dell'amato. Una figura per la quale Dieyi prova sia empatia che odio. Juxian è una delle incarnazioni del destino di Dieyi: come la madre di lui, proviene da un bordello.
Di prostituzione, in un certo senso, sarà accusato anche l'interprete della Concubina: dopo il 1949 e la Rivoluzione comunista, lo spettacolo d'un uomo che si rende donna sul palcoscenico, perfettamente normale nelle antiche tradizioni, sarà considerato qualcosa di morboso. La famosa esibizione davanti ai giapponesi sarà anche imputata a Dieyi come alto tradimento, divenendo un incancellabile stigma.
Con l'avvento della nuova cultura comunista, inizia il declino per il mondo dell'opera: simbolo e prodotto della "vecchia Cina", nella quale erano vivissimi quei "mostri e demoni" che i giovani vogliono smascherare.
Neppure la società gerontocratica e rigidissima dell'Accademia sarà più concepibile. Dieyi aveva vissuto il dolore ed il castigo come strumenti di fortificazione, di superamento di sé. Il suo giovane allievo li rifiuterà, vedendovi null'altro che un vilipendio alla propria dignità. Questa "nuova società" si vendicherà della vecchia, rappresentata da Dieyi, nel modo più crudele possibile: l'allievo prenderà il posto del maestro nel ruolo di Concubina, sottraendogli quella che è ormai divenuta la sua identità, l'unica pelle dentro la quale possa vivere.
La rivoluzione comunista, interna alla cultura cinese, riesce là dove gli invasori non avevano potuto nulla: a scardinare quel mondo ieratico, circolare e perpetuo come il tempo. Ma ci sono persone per le quali il cambiamento non porta salvezza: è il caso di Juxian, che si impicca perché Dieyi ne ha svelato pubblicamente il passato, spingendo anche Xiaolou a rinnegarla. Il dondolìo del suo corpo è accompagnato da una canzone: "...ti racconto la rivoluzione,/ eroismo e tragedia..." La rivoluzione è anche questo: una donna che muore perché la modernità non la salva da antichi pregiudizi.
Un altro passo di quel destino funebre che segue Dieyi fin da ragazzino, fin da quando un suo compagno d'accademia si era impiccato (come Juxian), dopo aver realizzato il desiderio di mangiare mele candite, simbolo della sua felicità solo immaginata.
Forse, proprio la morte lo consacrerà alla sfera del sogno, l'unica dimensione in cui il cuore di Dieyi potrà essere appagato. Ancora una volta, la via è indicata dal ruolo ormai interiorizzato: come la Concubina che interpreta, il giovane si uccide con la spada del suo Re. Le ultime parole ripetono, consapevolmente, un suo lapsus infantile, segno di combattuta identità sessuale: "Ed io, che son fanciullO per natura,/ donna non sono, né mai sarò."



Una morte che riecheggia, in sottofondo, una riflessione che era stata rivolta a Dieyi da un altro attore celebre: "Vedi queste penne di fagiano? Il segreto per cui sono rimaste così lucenti, così seriche... è che le ho strappate dalla coda di un fagiano."

Tutto quello che abbiamo

"Camminavano già da qualche tempo sul sentiero silenzioso, quando la marchesa disse:
-Voi siete molto buono, Venafro.
Venafro sorrise in silenzio, poi disse:
-Non so neppure cos'è la bontà. Sto con voi perché mi fa piacere. La vostra presenza mi rende ora lieto ora triste, qualche volta mi fa soffrire molto. Ma sempre mi tiene vivo, mi fa godere di più della gioia, rende più acuti i miei occhi e più sensibili le mie orecchie; la mia mente è più desta, e se mai occorresse, avrei più coraggio. Senza di voi, forse non soffrirei, ma vivrei di meno. E la vita è tutto quello che abbiamo. "

(Da: Laura Mancinelli, I dodici abati di Challant, 1981, Einaudi)

martedì 8 novembre 2011

Storia semiseria di un riscatto sociale



Ratatouille: la società riassunta in una cucina, dove la familiarità di mestoli e pentole nasconde una rete di rapporti complessi. Il ristorante Gusteau conosce l'affanno dell'ambizione, la pressione del giudizio. Perché la cucina non è solo nutrimento e gusto, quando affronta critiche influenti. Spesso, la battaglia si gioca sulle stelle dell'insegna, delle quali le pietanze sono prezzo ed ostaggi. Per di più, la direzione del ristorante è passata al bieco capocuoco Skinner, affarista senza scrupoli che punta più sulla vendibilità dei generi alimentari che sulla loro qualità effettiva.
In questa cucina di lusso è difficile farsi strada. Lo sa Colette, unica donna a tentare la scalata ad una gerarchia di uomini. Lo sa il giovane Linguini, accolto -dice Skinner- per riguardo al defunto fondatore, del quale la madre di Linguini era una vecchia fiamma. Meno ancora di loro sarebbe ben accetto l'ospite più indesiderato per una cucina: un topo. Eppure, Rémy è devoto alla memoria del fondatore Auguste Gusteau; come il grande cuoco, possiede un gusto ed un olfatto finissimi. E si fa forte del suo motto: Chiunque può cucinare.
Un motto aureo, invitante alla "meritocrazia", che rischia, però, di rimanere teorico. Soprattutto se, come Rémy, si proviene da una colonia di topi poverissima e perseguitata, relegata in una soffitta. Immagine dell'emarginazione di gruppi sociali, sotto qualunque forma si presenti. Facile vedervi collegamenti con l'attualità, nella quale si discute molto di integrazione. Disperatamente necessaria, ma -come mostra il padre di Rémy- nient'affatto idilliaca. La realtà è quella di una guerra. Lo imparerà bene il giovane topo, che si troverà ad un passo dall'essere annegato nella Senna.

Ad eseguire la sentenza di morte, emessa da Skinner, dovrebbe essere proprio Linguini. Ma qualcosa non va secondo gli ordini del capocuoco. Rémy e lo sguattero di cucina sono troppo simili per potersi combattere. E decidono di allearsi, per conquistarsi, insieme, "un posto al sole".
Il sodalizio si intreccia con un altro filo: quello che collega Colette a Linguini.
Un'intesa silenziosa, fra le uniche persone in grado di costruire rapporti autentici, in quella verticale società di cucina. Colette, abile cuoca, conosce a menadito le ricette di Gusteau e difende appassionatamente le tradizioni del ristorante. Forse anche per questo è attratta dall'inesperto Linguini, al quale è perfino interdetto cucinare. Il giovane, da parte sua, si lascia avvicinare e guidare da questa "mamma" dal fascino sottile. Proprio la goffaggine di Linguini, unita a quella di Rémy, farà da "galeotto" fra i due.
Il trio vincerà anche sulla durezza di Anton Ego, il critico culinario più temuto dal ristorante Gusteau. La gastronomia recupera l'originario legame con il nutrimento, la gioia del palato che diventa gioia del cuore. Il "miracolo" viene operato da un piatto di ratatouille, pietanza povera, ma arricchita dall'ingegno e dalla creatività di Rémy.
Naturalmente, il lieto fine non può essere perfetto. L'ottica finemente realistica del film mostra una vittoria ottenuta dalle convenzioni sociali: la chiusura del ristorante Gusteau ed il ritiro di Ego, che aveva osato lodare un ristorante ove cucinava un topo.
Ma l'ultima parola spetta al coraggio ed anticonformismo dei protagonisti. Per una porta chiusa, ne viene aperta un'altra: il Ratatouille, dove Linguini e Colette possono sperimentare una "società di cucina" meno classista e dove i topi hanno addirittura una sala tutta per loro.


Fa bene vedere quell'insegna nel cielo di Parigi, sorridentemente accostata alla Tour Eiffel. Fra le luci di un mondo affannato nell'ambizione, il respiro di un sogno. E' costato sudore ed umiliazione.  Ma qui -per gruppi ed individui- è stata combattuta la battaglia di una vita.


lunedì 7 novembre 2011

Una fiaba senza evasione



"E vissero per sempre felici e contenti". Ci abbiamo quasi creduto -forse- tutti, ascoltando le fiabe della nostra infanzia. Sentivamo sciogliersi la tensione narrativa e la storia si chiudeva insieme ai nostri occhi, abbandonandosi al sonno e ai sogni. Una caratteristica che non è certo sfuggita agli ideatori della saga di Shrek.
Era già evidente nel primo capitolo, che giocava con gli stereotipi della donzella in pericolo, del drago, dell'orco e dell'idilliaco matrimonio finale. Nulla era al suo posto: il promesso sposo era un farabutto, l'orco era il salvatore, la donzella non era affatto indifesa e il drago si rivelava essere una fascinosa draghessa, sensibile alle lusinghe di... un Ciuchino. Uno spirito, se vogliamo, "postmoderno", che si volge al passato per giocare con esso, scomporlo e ricomporlo in modo straniante.
La saga è proseguita su questa strada in Shrek 2, di recente riproposizione televisiva. La seconda puntata risponde, forse, ad alcune ovvie domande: per esempio, dov'è finito il Principe Azzurro? Il belloccione plastificato arriva giusto in tempo per essere accolto dal lupo di Cappuccetto Rosso, nell'inconfondibile tenuta nonnesca. Nel frattempo, il viaggio di nozze fra i due eroi prosegue sereno, ma con nuvole rosa molto simili a quelle dei comuni mortali: foto ricordo, spiagge, passeggiate al chiaro di luna. Il nido d'amore è la cara, vecchia casetta nella palude, lasciata però nel caos da un custode come Ciuchino, che si sollazza sul divano senza smistare la posta, né innaffiare i fiori.
Si giunge, infine, ad un passo canonico, talora atteso, talora temuto da tante coppie del "mondo reale": la presentazione alla famiglia. Al di là di castello e corone, questa famiglia di fiabesco non ha nulla. Pregi e difetti sono quotidiani; la tensione è quella di un incontro vero; l'ambiente è più borghese che regale. Sembra abbastanza ovvio che la presenza dell'orco non rispetti i canoni di questa "famiglia per bene", che, nel cassetto, custodiva già un destino "al meglio" per la principessa.
Entrano dunque in scena i "cattivi" della storia. E, una volta tanto, sono proprio loro: il Principe Azzurro e la Fata Madrina. Simboli di una felicità facile, dei ex machina che ci hanno rassicurato da bambini. In Shrek 2 svelano un volto inedito: quello della perfezione infida, di un "e vissero per sempre felici e contenti" che non convince. Perché dietro di esso ci sono convenzioni, pregiudizi, un paradiso glamour che è tutto di facciata. Azzurro (la definizione è ormai tanto ribattuta da essersi fatta nome proprio) è un bellimbusto standardizzato che rinvia ai maschietti dei più triti show televisivi. La magia della Fata Madrina ha perso il mistero di un'antica sapienza, per divenire fabbricazione in serie di pozioni per ogni occasione di mercato. Una fata consumista, distributrice di doni preconfezionati e che non esita ad impugnare l'arma del do ut des: reclama il destino della principesca figlioccia come prezzo d'un antico favore al padre di lei.
Questa "reginetta del jet set" non può mancare alla festa da ballo di Molto Molto Lontano. A dispetto del nome, sembra un mondo molto, molto vicino. I riflettori ed il tappeto rosso sono quelli degli eventi mondani trasmessi in televisione; perfino lo Specchio Incantato sembra funzionare con un tubo catodico. Il sollievo più grande è proprio lo scompiglio portato in questo "bel mondo" dai protagonisti, soprattutto il "politicamente scorrettissimo" Ciuchino. Il finale è "quello che ogni principessa desidera: vivere per sempre felice e contenta... con l'orco che ho sposato". Un serissimo sberleffo alla convinzione che gli orchi non possano "vivere felici e contenti", a stilemi che rischiano di diventare puro e semplice vecchiume. Trionfa la legge del feeling, che è legge per se stesso. Che la principessa abbia avuto "il meglio della vita" può essere dubbio per qualcuno; però, direbbe Italo Svevo, "la vita non è né brutta né bella, ma è originale".
Una fiaba che rinnega la fiaba ed invita a buttarsi nella contraddittorietà dell'esistenza, nel flusso di trionfante non-senso che unicamente ha diritto di essere detto Vita. Una Vita che si spegnerebbe, qualora le maschere create dalle convenzioni riuscissero ad incastrarla.




domenica 6 novembre 2011

Pensiero libero


Qualcuno rivendica a sé il libero pensiero, come se esso portasse una marca od un nome. Ma ciò non è altro che un'asserzione, uguale a centomila asserzioni che fanno da palliativo alle proprie insicurezze.
Il libero pensiero non s'incastra in un berretto frigio, né in un logo da stampare su una scheda elettorale. Proprio perché è libero, ha ali e vola da chi più gli piace: volti schivi, mani nude che gli offrono, sul davanzale, briciole di opere e giorni.

giovedì 3 novembre 2011

Voce del verbo "scrivere"

"Buffo come a volte ci si dedica alle attività che più ci piacciono, alla professione per cui ci si sente portati o a semplici hobby senza mai fermarsi un attimo ad interrogarsi sul perchè lo si fa. Sotto questo punto di vista, riflettendoci un po’ su, tutte le attività, le professioni o gli hobby si trovano sullo stesso piano, quando, Attenzione, si ha il privilegio di poter scegliere. Si tratta di scelte che ogni essere umano decide di operare rispetto ad altre. Scegliere di scrivere non è poi tanto diverso dall’optare di diventare medico, di dirigere un’azienda o di aprire un ristorante. C’entra sempre la passione e…qualcos’altro.
Nella puntata di sabato di “Che tempo che fa” Alessandro Baricco ha, forse, fatto un intervento memorabile a proposito. Da tempo in tv latitava questo argomento e, finalmente, uno scrittore, che fa questo mestiere per passione, ha spiegato perchè, secondo il suo modesto parere, si scrive. Baricco si è speso a riguardo, prendendo in causa 2 sensi (la vista e l’udito) e guardando alla cultura orientale della perfezione dei gesti e della ricerca spasmodica del bello. Il paragone con l’arte Giapponese è sferzante e fa trasparire in modo automatico il nostro occidentalismo.
Come apostrofa lo scrittore durante il suo monologo, si inizia a scrivere per infilzare qualcuno, che siano i lettori, altri scrittori o le sfere personali, ma solo anni dopo si rincorre un altro tipo di bellezza. Una bellezza che si nasconde nei gesti, nello scegliere di raccontare qualcosa che “di più raro c’è nell’universo e quello che di più caro c’è nel nostro animo”, lavorandolo con le parole, le sfumature della lingua. Secondo Baricco si scrive per dimostrare ciò di cui è capace un genio umano e per esprimere il gusto di un maestro, niente di più e niente di meno.
Alla fine è la semplicità, che per noi comuni mortali rappresenta ormai un ostacolo insormontabile, ad essere la vera protagonista. L’intervento di Baricco, visto da occhi scanzonati e realisti, può sembrare un tantino elitario. Oggigiorno il mondo dell’editoria e l’universo lavorativo puntano su tutto fuorchè la bellezza del gesto e la passione ed è altrettanto palese che molti scrittori sono spinti da tutt’altre ragioni nella loro professione, visti i tempi.
Tuttavia l’opinione di Baricco è apprezzabile non solo per la rarità di tali interventi nella televisione pubblica ma, soprattutto, perchè ci aiuta a guardare un po’ più in là delle apparenze, ricordandoci della bellezza del fare ciò che ci piace, per continuare a preservare la nostra umanità.
Detto questo, mi rivolgo agli scrittori (di qualsiasi tipo) e chiedo: E voi perchè scrivete?"

Federica Mordini su Inchiostro: http://inchiostro.unipv.it/?p=3078

martedì 1 novembre 2011

Da "Nerrantsoula" (1927)


“Eh! Miserabile gente dabbene! Molluschi, che non avete sensi che per assaporare la vostra stagnante felicità; che non temete affatto l’immensità dell’Oceano, né la grandezza della vita che il sole non ferisce e che la tempesta non smuove… Se Dio vi ha dato un cuore ed un cervello, è stato giusto per meglio provare che ciò non significa niente, se non che è salutare sentire il bruciore della Sua divina ironia insieme al balsamo della Sua fulgida magnanimità.

         Molluschi! Meschina gente dabbene! Un nonnulla che vi sfiora vi fa ritrattare il nulla che siete… Da voi tutto è apprensione, la gioia così come la sofferenza… Non un grido di piacere che sia udito nei cieli… Non un muggito che riecheggi negli abissi… Sprovvisti del più piccolo volto che parli e ciechi al punto di non riconoscervi, siate felici, molluschi, ma mi domando se la vostra prudenza sia un’infermità del cuore piuttosto che una piaga del cervello. Poveri voi, gente dabbene!”



(PANAÏT ISTRATI)


Riflessione minima


L’invidia è il più terribile dei mali. Perché scaturisce dalla felicità. E dalla felicità non ci si può difendere, se non a prezzo di essere infelici.