domenica 23 ottobre 2011

Un po' di ricordi...

Menzionata al Premio Gennari (Caslino d'Erba, 2010), per la sezione Università


Le compagne



A voi ritorno come ad un'aiuola
dove, vicine, posano le chiome
le margherite dal respiro viola,
chiamandosi per nome.
Fra voi ho posato un grano di cuore
dal sapor di melagrana ferita;
ne stilla, nelle vostre mani, il fiore
che ricalca le dita.
Son queste mani terra dolceamara,
nero riposo in cui il cuor chiude gli occhi,
covando in sen una stagione ignara
finché nuova ora scocchi.
E lo prende in quel sonno una vertigine,
come un sogno di cuna nella notte;
vi sente fide come alvo d'origine
che sfiora eco di lotte.
Così la fiducia, sapore ignoto,
diventa pian piano aroma d'abbracci,
di caffé misto al profumo di loto
che tesse i nostri lacci.




domenica 16 ottobre 2011

"Gomorra": dal libro al film

All’inizio, il buio. Poi, lentamente, sbocciano velenosi fiori di luce: lividi, violenti. Lampade abbronzanti che delineano una figura maschile, immobile espressione di forza.


 Così comincia il film Gomorra, di Matteo Garrone (2008), tratto dal celeberrimo libro-inchiesta di Roberto Saviano. L’opera del giornalista prendeva avvio in un porto: un container si apriva per errore, centinaia di corpi ne cadevano. Il rimpatrio clandestino dei defunti cinesi era l’emblema del porto di Napoli come “ombelico del mondo”, dal quale simili traffici partono ed al quale approdano, da ogni angolo del pianeta.


Il film di Garrone si apre, invece, in un centro benessere, dove regna un clima di soddisfazione e virile narcisismo. Proprio qui esplode la violenza: tre spari, che interrompono il benessere e, al contempo, sembrano inserirvisi naturalmente, come un’acqua carsica che affiora in un suolo perché sotto vi scorreva da prima. Il tutto sottolineato da una canzone neomelodica italiana: il genere di musica con cui i killer di camorra si galvanizzano, racconta Saviano. Più volte note simili si odono nelle scene; fanno parte dei “quadri di vita” campani. È apprezzato Gigi D’Alessio, ma ogni quartiere ha i propri piccoli idoli musicali.

Chi confrontasse Gomorra cinematografico con quello cartaceo si accorgerebbe di una differenza ovvia: mentre il pregio del libro consiste nell’analisi, quello del film consiste nella sintesi. Questione che si ripropone ogniqualvolta contenuti passano dalla pagina alla pellicola.
Gli argomenti suddivisi ed approfonditi uno per uno da Saviano in capitoli sono stati trasformati da Garrone in un continuum. Il film seleziona le tematiche portanti: la guerra di Secondigliano tra i fedeli del clan Di Lauro e gli scissionisti; il traffico di cocaina; lo smaltimento illegale di rifiuti tossici; l’impiego nell’alta moda di manodopera sottopagata, italiana o, spesso, cinese; il ruolo dei gangster movie come modelli di vita; un cenno alla gestione camorrista della prostituzione (il locale a luci rosse in cui vengono scovati Ciro e Marco).


Personaggi reali, che nel libro di Saviano compaiono momentaneamente, prestano al film le proprie vicende come linee portanti. Don Ciro, il “sottomarino” che porta le “mesate” alle famiglie dei camorristi, è silenzioso e malinconico come lo descrive il giornalista. Attraverso di lui, lo spettatore entra nella quotidianità delle case, dei rioni.


Don Ciro sembra poter restare fuori dalla violenza del mondo in cui scivola; ma i suoi passi finali tra cadaveri e sangue smentiscono questa parvenza. Da presenza passeggera (nel libro), diventa prova incarnata di quanto scrive Saviano: “Sembrava impossibile avere un momento di pace, non vivere sempre all’interno di una guerra dove ogni gesto può divenire un cedimento, dove ogni necessità si trasformava in debolezza, dove tutto devi conquistarlo strappando la carne all’osso” (pag. 348).

Totò e Simone, due ragazzini di Scampia, nel film interpretano due amici assoldati dal clan Di Lauro. Vengono rappresentati i particolari salienti del loro addestramento, così come lo descrive il libro: “Per addestrare a non avere paura delle armi facevano indossare il giubbotto ai ragazzini e poi gli sparavano addosso” (pagg. 122-123). La scena successiva mostra Totò che si osserva una delle “melanzane” (lividi) prodotte dai colpi.
In Totò e Simone sono condensati tanti anonimi soldati di camorra, come loro preadolescenti. Le loro figure aiutano anche a comprendere in quale clima fosse vissuta la guerra di Secondigliano, quanto interiorizzata fosse la logica della lotta camorristica. Simone dichiara all’amico che non potranno più andare d’accordo come prima: lui è diventato scissionista, quindi nemico di Totò e pronto anche ad ucciderlo, se sarà necessario.
Totò è più insicuro, meno compenetrato da quella logica militare. La sua “iniziazione” sarà completa solo quando accetterà di attirare in trappola Maria, la madre di Simone. Le modalità sono quelle dell’omicidio di Carmela “Pupetta” Attrice: “Da tempo la donna non usciva di casa, così per eliminarla usano un ragazzino come esca. Citofona. La signora lo conosce, sa bene chi è, non pensa a nessun pericolo. Scende ancora in pigiama, apre il portone, e qualcuno le punta la canna della pistola in faccia e spara” (pag. 114-115). Più vicende sono concentrate, grazie a simili procedimenti di identificazione.


Il conciliabolo che decide, nel film, la morte di Maria serve a mostrare alcuni caratteri della violenza camorrista: l’obbligo dell’obbedienza al clan fino al tradimento dei propri affetti privati; un certo pregiudizio rétro che rende qualcuno restio ad uccidere le donne; l’idea delle vittime come “melma” su cui sparare anche in caso di colpevolezza dubbia, solo per oggettivare la propria forza.

La morte della quattordicenne Annalisa durante l’attentato a Salvatore Giuliano è appena adombrata. Garrone se ne serve per rappresentare quelle adolescenti napoletane che “sembrano già donne vissute” (pag. 176). Guardinghe, respingono i ragazzi o ne accettano le attenzioni oculatamente. “Con i ragazzi, nulla è lasciato alla casualità dell’incontro, al fato dell’innamoramento” (pag. 159).


Il potere del cinema come maestro di vita è incarnato da Marco e Ciro (detto “Piselli’ ”). I loro personaggi ricalcano Giuseppe e Romeo, due ragazzi che decisero di esercitare la microcriminalità in proprio, tra Casal di Principe e San Cipriano d’Aversa. Riprendevano vesti e atteggiamenti di personaggi cinematografici come Tony Montana o Donnie Brasco; sapevano a memoria interi stralci di Pulp Fiction, Taxi Driver e di altri famosi gangster movie. Garrone esemplifica questa caratteristica presentando Ciro e Marco che si esercitano a sparare nei resti della villa di Walter Schiavone, copia di quella di Scarface. Alla fine della scena, uno dei due recita alcune battute di Tony Montana, sedendosi nella vasca monumentale descritta da Saviano (pag. 286).
Il film si conclude con la loro morte in un agguato. Il clan dei Casalesi, dopo ripetuti richiami, li ha condannati a morte. Commenti dei killer nel film: “Tanta fatica per due mocciosi!” “Bisognava farlo”. I due giovani corpi vengono portati via da una ruspa, verso quella spiaggia su cui Ciro e Marco provavano le armi rubate. Una conclusione che pone l’accento sulla fatalità, sul “ritorno eterno delle leggi di questa terra” (pag. 179). La chiusa del libro, seppur non meno drammatica, aveva un altro tono: “Avevo voglia di urlare, volevo gridare, volevo stracciarmi i polmoni, come Papillon, con tutta la forza dello stomaco, spaccandomi la trachea, con tutta la voce che la gola poteva ancora pompare: <<Maledetti bastardi, sono ancora vivo!>>” (pag. 349).


Una conclusione che fa pensare, piuttosto, alla risoluzione di Roberto, il personaggio che allude all’autore fin nel nome. La presenza dell’ “io” di Saviano, fattosi narratore omodiegetico, era costante nel libro. Il cinema non avrebbe potuto restituirla tale e quale. Perciò, la sceneggiatura ha fatto ricorso a Roberto, giovane e brillante apprendista di Franco. Franco è uno stakeholder che organizza lo smaltimento irregolare dei rifiuti tossici. Dietro la maschera di correttezza, sa bene di quali veleni vada foderando la sua terra. Quel traffico è il suo primo pensiero, anche durante la morte di un familiare (nel film). Il ragazzo gli è stato affidato dal padre di lui, preoccupato dell’inserimento del figlio nel duro mondo che lo circonda. La professione di stakeholder fu effettivamente proposta anche al Roberto in carne ed ossa: “Sei laureato, le competenze ce le hai, perché non ti metti a fare lo stake?” (pag. 334). Il genitore della pellicola ricorda, assai lontanamente, il vero padre di Saviano, suo primo iniziatore al funzionamento del Sistema. Una figura che, nel libro, unisce l’amore paterno al disincanto, la bontà di fondo all’amarezza: “È così che si fa il bene, solo quando puoi fare il male. Se invece sei un fallito, un buffone, uno che non fa nulla. Allora puoi fare solo il bene, ma quello è volontariato, uno scarto di bene. Il bene vero è quando scegli di farlo perché puoi fare il male” (pag. 198). Né il padre cartaceo, né quello cinematografico vedranno realizzati i progetti sul figlio. L’autore del libro non ha studiato Medicina, come il genitore, ma Filosofia, “per non decidere al posto di nessuno” (ibidem).  Nel film, Roberto tace. Ma osserva. E la sua risoluzione esce alla luce quando Franco gli ordina di gettare le pesche regalategli dalla vicina, perché più conscio di lei di quanto siano intossicate. Roberto guarda la propria terra, divorata dalla lebbra dei rifiuti. È lei la testimone della sua scelta. Franco cerca di dissuaderlo con un discorsetto realmente udito da Saviano: “Ti fa schifo questo mestiere? Robbe’, ma lo sai che gli stakeholder hanno fatto andare in Europa questo paese di merda? Lo sai o no? Ma lo sai quanti operai hanno avuto il culo salvato dal fatto che io non facevo spendere un cazzo alle loro aziende?” (pag. 338). Roberto è irremovibile. L’ultima scena che lo riguarda lo mostra allontanarsi, solo, con le spalle voltate a Franco e a tutto ciò che questi rappresenta. Una sorta di allusione metacinematografica alla nascita di Gomorra come atto di ribellione, di diversità. L’ultima autodifesa di Franco è: “Non credere di essere migliore di me!” Leitmotiv di quella “macchina del fango” che ossessiona Saviano: il tentativo di delegittimare un messaggio intaccando il profilo morale del suo autore.

Gomorra, con la sua concretezza, le voci e gli odori che trasudano dalle pagine, si prestava in parte a farsi film. Ciò è avvenuto realmente, grazie ad una sapiente sceneggiatura, un’abile regia e ad attori credibili, “presi dalla strada”. La colonna sonora –come detto in precedenza- esprime i gusti musicali diffusi nel napoletano. Setting e costumi recano il marchio della quotidianità, perfino nell’artificio della celluloide. I fotogrammi sono nitidi, senza sbavature. Memorabili i primissimi piani in ombra, come quello di Maria, o del sarto Pasquale, avvicinato dall’operaio cinese che gli propone di insegnare il proprio mestiere ai suoi connazionali. Le inquadrature sono perlopiù oggettive, in modo da rendere protagonista non la soggettività di questo o quel personaggio, ma l’ambiente, il Sistema.
Le battute –per scelta coraggiosa- sono in dialetto napoletano. Questo realismo linguistico include anche espressioni gergali annotate da Saviano, come “fare un ‘pezzo’ “ o “Case dei Puffi”.
Gomorra-film si lega a Gomorra-libro in un rapporto non di imitazione, ma di traduzione. La fedeltà di quest’ultima consiste proprio nella sua libertà: non pretende di essere copia pedissequa del libro, ma ne rende i contenuti salienti tramite i mezzi peculiari del cinema.
Il film è pienamente docufiction e raggiunge il risultato per cui è noto Roberto Saviano: “Comprendere cosa significa l’atroce, non negarne l’esistenza, affrontare spregiudicatamente la realtà” (Hannah Arendt).


N.B.: L’edizione di Gomorra citata è quella uscita per la “Piccola Biblioteca Oscar” di Arnoldo Mondadori Editore, marzo 2010.

domenica 9 ottobre 2011

La croce e il pallone



S’incastona discretamente, in via S. Martino, la vecchia “Scià Bàs”; sul portone, un’insegna dipinta: “Oratorio”.
            L’oratorio “S. Filippo Neri”, col suo dinamismo, reca la fresca impronta di don Domenico Paini, che lo diresse per sette anni. Nel 2008, ha passato il testimone a don Oscar La Rocca; il giovane direttore si è presto accattivato ragazzi e collaboratori, col proprio carattere mite. L’oratorio prosegue dunque il proprio impegno come luogo di formazione ed aggregazione.
            Nel 1880, nacque l’Oratorio Maschile, ad opera di don Giovanni Ravera. Fu consolidato da don Eugenio Cassaghi, il cui trasferimento mise in forse l’opera. All’inizio del XX secolo, fu acquistato dalla parrocchia, in via S. Martino, l’appezzamento ove sorge la sede attuale. Quel primo nucleo era ben ridotto rispetto al complesso odierno. I suoi locali erano compresi nell’edificio sul retro del campo da calcio dove oggi si allenano i ragazzi della “Virtus Manerbio”. Negli anni ’60, quel primitivo oratorio comprendeva circa una decina di aule delle scuole medie, complemento necessario per ragioni di spazio. Un’ulteriore sala era adibita a cinema parrocchiale. Vi regnava un clima simile a quello delineato, con ironia e lirismo, da Giuseppe Tornatore in Nuovo Cinema Paradiso. I film erano accuratamente selezionati e censurati, in tempi in cui gambe femminili ed effusioni amorose potevano sembrare audaci su un grande schermo. I più ardimentosi frequentavano, piuttosto, il Cinema Astra, meno timorato. Fu poi fondato il Centralcine (1962), ribattezzato “Politeama” da mons. Gennaro Franceschetti (1994), quando fu ristrutturato in chiave neoclassica. Oggi è l’unico cinematografo permanente di Manerbio.
            Il “Ciambellone”, il rotondo Palazzetto dello sport che oggi domina l’oratorio, fu voluto da mons. Virgilio Casnici (1958 – 1973). Così esortava i fedeli a contribuire: “A gioventù nuova, oratorio nuovo!” Tuttavia, i fondi scarseggiarono a lungo, facendo di quell’iniziativa edilizia una nostrana “fabbrica del Duomo”.
            Ultimo edificio ad aggiungersi fu il Palazzo Bersani, che ospita anche la casa del direttore. Fino al 2008, fu la sede dell’Istituto per i servizi commerciali “S. Filippo Neri”, ereditato dalle gestione delle Suore Orsoline con la scuola elementare “S. Angela Merici”.
            Attualmente, l’oratorio è luogo d’incontro e passatempo per ragazzi e bambini non necessariamente devoti. È gradevole il bar, con i suoi videogiochi, il biliardo, il ping-pong ed il calcetto. Per i più piccoli, c’è un parco-giochi dotato di scivoli, altalene, dondoli ed un mini-castello. Non è raro vedere –a riprova dell’apertura multietnica- bambini dalla pelle bruna, accompagnati da madri in sari e con la fronte segnata dal bindi, il circoletto rosso delle donne indiane.
            Presso l’oratorio ha avuto luogo l’esperienza teatrale della compagnia “Suzao – Vivere insieme”, che negli anni scorsi ha portato in scena musical come Godspell e Scusi, lei ci crede ai miracoli? Iniziativa in linea con lo spirito del “S. Filippo Neri”, che valorizza i giovani e la loro religiosità fresca, solare.
            Ogni anno, poi, i ragazzi dell’oratorio partono per il cosiddetto “campo-scuola”: giorni da trascorrere insieme in graziose località montane, fra giochi, preghiere e riflessioni. Massimo obiettivo dei “campi” è suscitare nei ragazzi l’affiatamento di una famiglia.
            Durante l’anno scolastico, il “S. Filippo Neri” mette un locale a disposizione del Centro di Aggregazione Giovanile (C.A.G.), per le sue attività di ricreazione e doposcuola. Bisogna ricordare anche la collaborazione con il Comune di Manerbio e la Scuola Primaria nell’iniziativa “L’Altra Estate”: laboratori, compiti e giochi per bambini dai 6 agli 11 anni (vedi Paese Mio, agosto 2011, pag. 3).
            Soprattutto, però, l’oratorio si fa luogo comunitario in occasione del “Gruppo estivo”, il celeberrimo “Grest”. Nacque nel 1971, ad opera di don Firmo Gandossi, seguito dal suo collaboratore don Fausto Botticini. Allora, si chiamava “Ranch dell’amicizia”; le otto squadre raccoglievano i ragazzi di ciascuna diaconia. Ad ognuna era assegnato un ritaglio dell’attuale parco-giochi: là, ogni squadra costruiva il proprio stand, sua sede per tre settimane di giochi e tornei.
Ora, il “Grest” raduna i giovanissimi ogni anno, a luglio; le squadre hanno nomi coloriti, ispirati alla Bibbia o a kolossal fantasy (Shrek; Il Signore degli Anelli…). Un grande pregio del “Grest” è la sua trasversalità: ossia, unisce ragazzi di quasi tutte le famiglie manerbiesi, comprese quelle più estranee agli ambienti parrocchiali.
            Coinvolgeva largamente Manerbio anche la processione “Camminiamo per un dono”. Don Ezio Bosetti (1986-1989), direttore dell’oratorio, la ideò come mezzo di raccolta fondi per beneficenza. Don Ezio è ricordato anche per aver preso la difficile decisione di impedire il passaggio delle automobili all’interno dell’oratorio, a salvaguardia dell’incolumità dei ragazzi.
            Tra alti e bassi, dunque, il “S. Filippo Neri” vuole rimanere un luogo accogliente, a misura di giovani e giovanissimi che desiderano conoscersi, impegnarsi e divertirsi. A ciò contribuiscono –diversi, ma non opposti- una croce e un pallone.


Erica Gazzoldi


Da "Paese Mio Manerbio", ottobre 2011

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venerdì 7 ottobre 2011

Le ragioni di un forfait: Madame Bovary ed Anna Karénina


Un giorno, mentre riordinava un cassetto in previsione della partenza, Emma si punse le dita. Era il filo di ferro del suo mazzolino di nozze. I boccioli di fiori d'arancio erano gialli di polvere e i nastri di raso bordati d'argento si sfilacciavano sull'orlo. Lo gettò nel fuoco. Si accese più velocemente della paglia secca. Poi fu come un cespuglio rosso sulla cenere, che si consumava lentamente. Lo guardò bruciare. (1) Così l'eroina più celebre di Gustave Flaubert esprime il proprio rifiuto della sua meschina realtà matrimoniale. Un rifiuto che la rende simile alla tolstojana Anna Karénina e che porterà entrambe alla sconfitta.


Tanto Anna quanto Emma sono ben radicate nel nostro immaginario letterario. Figlie del secondo Ottocento, mostrano come questo periodo abbia visto fiorire il protagonismo femminile in letteratura. La donna rappresentava, in essa, il rimosso, tutto quanto veniva sacrificato all'ordine ed all'efficienza borghesi: felicità, passione, ebbrezza, che ad Emma erano sembrate così belle nei libri. (2) L'eroina flaubertiana, per l'appunto, è colei che ha dato nome al bovarismo, la ricerca d'evasione nell'identificazione con personaggi immaginari: Per sei mesi, a quindici anni, Emma si sporcò le mani con quella polvere delle vecchie sale di lettura della biblioteca. (3) Una volta cresciuta, cercherà di ricreare nella propria vita le vicende dei romanzi preferiti, a dispetto del suo ambiente provinciale, abitudinario e claustrofobico.Di queste velleità non le resteranno che gravi delusioni e debiti insolvibili. Nel finale, Emma si suicida, avvelenandosi. Con lei muore, nelle intenzioni di G.Flaubert, quel Romanticismo che l'ha sedotta, ormai in declino e pronto a lasciare spazio alla sensibilità del Naturalismo. Si può parlare di Madame Bovary come di un'analisi dell'inquietante potenza dell'immaginario: ogni evasione nella fiction ci avvicina ad una "zona d'ombra" in cui è possibile perdersi. Madame Bovary è un "libro su niente" (4), che rispecchia il fascino esercitato su G.Flaubert dalla letteratura come sistema chiuso in se stesso. Madame Bovary muore, dunque, d'alienazione, perché si è smarrita nei meandri di questo mondo parallelo. La sconfitta dell'eroina avviene a conclusione di un romanzo corrosivo, intriso -si può dire- di quell'arsenico che l'ha avvelenata. G.Flaubert oltraggia sottilmente tutto ciò che i suoi contemporanei rispettano: il matrimonio, la religione, la scienza, la legge (che prescriveva all'adultera dai tre mesi ai due anni di carcere). La letteratura stessa non sfugge, come abbiamo visto, a questo veleno.


Meno ironico, ma altrettanto critico è Lev Tolstòj nel suo Anna Karénina. L'eroina che dà il titolo al romanzo è una donna sincera ed appassionata, che si rende conto della mancanza d'amore ed autenticità nel proprio matrimonio. Decide, perciò, di abbandonare il marito per il giovane amante, anche se ciò le costa la rinuncia all'amato figlioletto. Infine, emarginata dalla "buona società" e sempre più trascurata dall'amante, Anna si suicida.


L'eroina tolstojana si distingue da Madame Bovary per l'assenza di fantasticherie e la piena coscienza del dramma che sta vivendo. Emma Bovary, progettando la propria fuga d'amore, la avvolge in un'atmosfera da romanzo: Sull'immensità di quell'avvenire che lei si immaginava, non distingueva nulla di particolare; i giorni, tutti magnifici, si somigliavano come le onde; e ogni cosa fluttuava verso l'orizzonte infinito, armonioso, azzurro e assolato. (5) Ben altro è lo stato d'animo di Anna dopo aver svelato l'adulterio al marito: La situazione che la sera prima le era parsa chiarita, ora le si presentò disperata. Fu atterrita al pensiero del disonore, che prima non l'aveva neppure sfiorata. Nel pensare a quello che avrebbe potuto fare il marito, fu assalita dalle supposizioni più terribili...(6) Tutto, per Anna, ha un significato e precise conseguenze. Sacrifica a Vronskij, l'amante, l'intera sua vita. Le sue scelte hanno un rilevante spessore morale: rifiuta la doppiezza, l'amore clandestino; ha bisogno di autenticità ed autorealizzazione. Non è, dunque, una sognatrice ingenua ed immatura come Emma Bovary. La sua resa finale non è un naufragio nei fantasmi dell'immaginario. E', piuttosto, una caduta sotto qualcosa di enorme, di spietato. (7) Questo "qualcosa" è la passione, orribile e bella come la tempesta di neve che fa da sfondo alla dichiarazione di Vronskij. (8) Allo stesso tempo, è un peso di carattere sociale. Anna rifiuta il tradizionale ruolo di moglie e di madre, che non aveva scelto. Vuole un rapporto "nuovo" con l'uomo, in cui trovi posto la sincerità della passione e degli affetti. Ciò le impedisce anche di accontentarsi di un banale adulterio clandestino, secondo le abitudini delle sue conoscenti. La sua vicenda mostra, però, come la società russa di fine Ottocento (in cui il romanzo è ambientato) non offrisse spazio a queste rivendicazioni. L'amante stesso, nel corso della storia, riduce la propria differenza dal marito: anch'egli, in quanto uomo, è socialmente avvantaggiato rispetto ad Anna. Non viene emarginato dal "bel mondo" e non può condividere il dramma dell'amata. Soprattutto, come nota Anna, egli cercava soprattutto una vittoria che lo lusingava [...] Ha avuto tutto quel che potevo dargli e ora non ha più bisogno di me. (9)


Nell'eroina soccombe anche una parte dell'autore, che si sentiva "adultero" nei confronti del proprio mondo. L.Tolstòj aveva bisogno di conflitti, di scandali; ciò lo porterà, per esempio, a protestare contro l'acclamata guerra russo-turca ed a rifiutare pubblicamente la dottrina della Chiesa. Il suicidio finale di Anna, simbolo di questo distacco critico, è dovuto anche all'ansia di autopunizione dell'autore, che infierisce su di lei come su una parte di se stesso. La tolstojana "mania di autoaccusa" viene, contemporaneamente, dal timore per le conseguenze del suo "adulterio intellettuale" e dalla necessità di temprarsi, rivolgendo accuse contro il proprio "io" compatto. A questo si riferisce l'epigrafe preposta al romanzo: A me la vendetta, io farò ragione (Rm 12, 19). La "vendetta" è quella dell'autore contro se stesso. E' anche quella della società contro l'adultera Anna e della donna contro il fatuo Vronskij, entrambe sproporzionate ed ingiuste. Difficile pensare che L.Tolstòj volesse fare del moralismo sull'amore "colpevole" dei protagonisti. Tuttavia, la relazione fra Anna e Vronskij sembra avere un "peccato d'origine": pur essendo sensualmente ricca, è povera di rispetto reciproco, comprensione e disponibilità a venirsi incontro. Una passione siffatta distrugge anziché creare; pertanto, entrambi gli amanti ne fanno le spese.


La resa finale di Anna Karénina e quella di Emma Bovary nascono, dunque, dalla sterilità dei loro amori: quelli dell'eroina flaubertiana sono passioni di carta, artificiose ed immature; Anna e Vronskij, prima della loro relazione, andavano l'uno incontro all'altra, ora si allontanano ciascuno per la propria strada. (10)





(1) G.Flaubert, Madame Bovary, trad. dal franc. di G.Pesca Collina, Giunti, Firenze 2004, pag.97


(2) G.Flaubert, op. cit., pag. 58


(3) G.Flaubert, op. cit., pag. 61


(4) B.Nacci, Introduzione a G.Flaubert, op. cit., pag. 15


(5) G.Flaubert, op.cit., pag. 246


(6) L.Tolstòj, Anna Karénina, trad. dal russo di O.Felyne, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1989, pag. 362


(7) L. Tolstòj, op. cit., pag. 959


(8) L.Tolstòj, op. cit., pag. 130


(9) L.Tolstòj, op. cit., pag. 952


(10) Cfr. L.Tolstòj, op. cit., pag. 952

domenica 2 ottobre 2011

La scrittrice della porta accanto


" 'La troviamo sul giornale e a malapena sappiamo che è di Manerbio!' Così una signora ha commentato la comparsa su Il Ponte, mensile parrocchiale manerbiese, della recensione dell’opera prima di Erica Gazzoldi... " Leggi tutto su: http://www.iis-pascal.it/index.php?option=com_content&view=article&id=108:la-scrittrice-della-porta-accanto&catid=28:notizie&Itemid=76


"Storie come quella di Erica Gazzoldi, la “scrittrice della porta accanto” (cfr. l’articolo di Monica Capuzzi, 30 settembre 2011), non sono isolate..." : http://www.iis-pascal.it/index.php?option=com_content&view=article&id=118:da-manerbio-a-pavia-attraverso-il-pascal&catid=33:i-nostri-ex-alunni&Itemid=141