giovedì 22 dicembre 2011

Magritte e giornalismo

Consigli per l'uso


Dal Novecento, quasi nessuna branca della scrittura è uscita illesa. Le parole sono state sezionate, scomposte, ricomposte. I futuristi ne hanno fatto immagini. Raymond Queneau le ha modulate in esercizi di stile. Italo Calvino ha giocato con la loro levità, le ha accostate ai tarocchi per bidimensionalità polisemica. Umberto Eco ha ricostruito il cosmo della biblioteca, in cui i libri si parlano e si riecheggiano, in un labirintico gioco di specchi. Un gioco per definire il quale si adopera quell’espressione irresoluta così poco cara a Cesare Segre: “postmodernismo”.

Eppure, sembra che una scialuppa si sia salvata da questo (non malauguratissimo) naufragio. La scrittura giornalistica continua a serbare la fede in un nesso parola-realtà, in un “discorso vero” platonicamente inteso. Con buona pace di Immanuel Kant e del suo noumeno inesperibile.

Questo credo ha i suoi più ferventi seguaci nei lettori. Possono essere scettici a parole (“le solite bugie dei giornali!”), ma il loro subconscio non può fare a meno di vedere, in quelle colonne, i fatti. È sufficiente una prosa nitida e dettagliata per fare la magia. Davanti a nulla l’uomo è così indifeso come di fronte alla parola.

Tuttavia, basterebbe poco. Stropicciarsi gli occhi, riaprirli e guardare i resti del trucco: un pezzo di carta con ghirigori d’inchiostro. Subito, nella nostra mente, si affollano argomenti a difendere quella fragilità: “Se l’hanno scritto, ci sarà un motivo!”; “Avranno ben verificato le fonti!” E così via. Diciamolo: anche oggi, a noi “moderni emancipati”, fa piacere aver qualcosa a cui credere fiduciosamente. Morto un Dio, se ne fa un altro.

Ma non chiedete a noi –per carità!- di essere dei. Noi cerchiamo di fare il nostro mestiere. Non è parola d’angeli –per parafrasare Vittorio Sereni- ma è la nostra sola parola e vi basti.

Sarebbe bene guardare a un giornale nella sua nuda sostanza: un prodotto scritto. Allora, si arriverebbe a soppesarne lo stile, il lessico, le idee. Si entrerebbe nella sua pelle. Se ne riconoscerebbe il sapore.

Per esempio, davanti a un’edicola, ho imparato a fiutare aromi diversi e familiari: quello terso e complesso del Corriere della Sera; quello peperino de Il Fatto Quotidiano; quello compassato del Sole 24 Ore; quello pungente e seduttore de La Repubblica.

Leggiamo i giornali. Ma leggiamoli con un occhio fuori dalla finestra, per ricordarci che i fatti sono là fuori, chissà dove –e che a noi restano i tasselli pazienti che qualcuno ha raccolto, in una costellazione di cornici.

Quando un video non basta


​«Alberghi "vaticani" che non pagano l’Ici. La prova video». E che prova! Primi giorni di settembre. Il commando radicale è guidato dal feldmaresciallo in persona, Mario Staderini, con sergente appresso armato di telecamerina nascosta. Incursione alla Casa del Clero in via San Tomaso, nel centro di Milano. Motivo dell’audace blitz: «Cappato (Marco, radicale, consigliere comunale, <+corsivo>ndr)<+tondo> ha ottenuto dal Comune di Milano l’elenco degli immobili esenti Ici, ad esempio la Casa del Clero, in pieno centro di Milano». Staderini entra e chiede alla portinaia, una suora filippina da poco giunta in Italia, se c’è una stanza libera per lui, laico. E...

La Casa del Clero fa parte del complesso della Chiesa Rettorile di San Tommaso Apostolo. Alla fine degli anni Cinquanta, diventa casa per i preti diocesani: quelli a servizio della diocesi che non risiedono in una parrocchia; quelli, ormai anziani, che una parrocchia non l’hanno più. Oggi la Casa ospita 23 preti, 14 dei quali hanno più di 80 anni, e due ne hanno 90. L’edificio principale ha 8 piani, con 2 appartamentini per piano (uno è occupato dalla comunità delle suore che prestano servizio presso la Casa). Un adiacente edificio secondario ha 3 piani con 25 camerette. L’edificio principale è tutto occupato. Quello secondario ha una decina di stanze libere per ospiti di passaggio, in genere preti, ma anche laici, per lo più professori universitari e amici dei preti residenti. La suora filippina del filmato fa vedere a Staderini una di queste poche, sobrie camerette. Un albergo? No, una residenza con alcune stanze a disposizione, eccezionalmente, di qualche ospite. E l’Ici?

Ieri mattina, Rai3, ore 9,15. La seconda parte di "Agorà", la trasmissione condotta da Andrea Vianello, è dedicata a Chiesa e Ici. Staderini sorride sicuro e ribadisce: «La Casa del clero di Milano non paga l’Ici, eppure è un albergo». Come convincerlo del contrario? L’unica è mostrargli le ricevute dei pagamenti. La casa non è ubicata forse in via san Tomaso, l’apostolo duro da convincere?
Eccole qua, allora, le ricevute. La Casa del clero paga e ha sempre pagato: 6.710 euro all’anno fino al 2009, quando ci si accorge che sull’immobile grava un vincolo monumentale e quindi – come tutti gli edifici simili, chiunque ne sia il proprietario – versa una tassa ridotta: 2.435 euro.

Cappato assicura che la Casa del clero è «esente Ici». Staderini non ha dubbi: non paga. Com’è possibile che si siano sbagliati così clamorosamente? Bastava, anziché raggirare una suora filippina, chiedere di don Paolo Sartor, rettore della Chiesa e responsabile della Casa. E tutto sarebbe finito lì. Quanto al Comune di Milano, nell’aprile del 2010 la Chiesa Rettorile è stata perfino oggetto di un’indagine che ha coinvolto una sessantina di parrocchie, per verificare il versamento dell’imposta nel periodo 2005-2009.

Verità ristabilita, giustizia fatta? Non esattamente. Il video ormai gira incontrollato sul web. A riprova di come funzioni la disinformazione: tutti evasori a prescindere, per ideologia e pregiudizio. E prove clamorose come questa? Serviranno a qualcosa? Il video sarà ritirato, gli sarà aggiunta una postilla, l’errore verrà corretto da chi l’ha commesso? La risposta, cantava il poeta, è perduta nel vento.


Umberto Folena su: http://www.avvenire.it/Dossier/chiesaeici/quisipaga/Pagine/video-bufala.aspx 

Amiri Baraka




Dario Bertini su Kronstadt (Pavia), n° 64, dicembre 2011, pagg. 7-8

mercoledì 21 dicembre 2011

Questo non è un film

http://www.youtube.com/watch?v=KjvucWQrMlg&feature=colike

"Una guerra silenziosa sta mietendo decine di vittime. Solo pochi eroi resteranno sul campo a combatterla. Esseri provenienti da pianeti lontani mostreranno il loro lato oscuro, costringendo gli indiani ad uscire dalle riserve. Ma sotto i colpi dell'odio che divide le razze, l'amore riuscirà a trovare il suo spazio, fino a che il ritrovamento di una misteriosa sedia da regista riuscirà a cambiare il destino dei protagonisti. E quello di centinaia di persone."

martedì 20 dicembre 2011

La morte corre sul fiume


I Cahiers de Cinéma lo annoverano come il secondo film più bello al mondo, dopo Quarto potere (Citizen Kane) di Orson Welles. Eppure, pochi ne hanno sentito parlare.

The Night of the Hunter (1955) è diventato, in Italia, La morte corre sul fiume. Una traduzione infedelissima sul piano letterale, ma pregnante ed evocativa, migliore di monstra horrenda come Se mi lasci ti cancello (per Eternal Sunshine of the Spotless Mind). In questo film, si condensano l'esperienza e la passione di una vita, quella vissuta sui set cinematografici da Charles Laughton. Attore, si pone dall'altro lato della macchina da presa, per mettere a frutto anni di silenziosa osservazione. Il risultato è un capolavoro elevato agli altari della critica, ma condannato dal pubblico suo contemporaneo. Perché questa pellicola non ammicca agli spettatori, fornendo uno schema già noto (horror, giallo, rosa...). Come tutti gli autentici prodotti d'arte, è complesso e proteiforme, soggetto a molteplici interpretazioni. Vi si ravvisano il romanzo gotico, la fiaba, il thriller. Il simbolismo è tanto fitto da essere tuttora croce e delizia dei critici. Il confronto con La morte corre sul fiume è quasi obbligatorio per chiunque si occupi professionalmente di cinema, tanto da ritrovare allusioni e/o citazioni di esso perfino in certe scene de I Simpson. Non mancano passi metacinematografici: l’inquadratura dell’assassino che viaggia a cavallo, come proiettato su uno schermo; la finestra che ritaglia –di nuovo- la sua figura, cancellata dall’ingresso di una luce.



Il film si apre con un cielo stellato, in cui aleggia l'immagine aureolata di una signora: sobria, con i capelli raccolti in uno chignon. Ammaestra una corona di bambini, declamando reminiscenze evangeliche: "Non giudicate e non sarete giudicati"; "Attenti ai falsi profeti... Un albero si riconosce dai frutti. Così, riconoscerete i falsi profeti dalle loro azioni."



Quest'ultima frase sta ancora riecheggiando, quando la telecamera ci trasporta, pian piano, sulla terra. Alcuni bimbi scoprono il cadavere di una donna. Ed il suo assassino, che si sta allontanando, fa pensare proprio alla tipologia del "falso profeta". Il "reverendo" Henry Powell medita con se stesso e con il proprio personalissimo Dio circa l'atto appena compiuto. Un monologo freddo e crudele che contrasta con la bellezza del volto. E lo spettatore, chiamato a riconoscere l'albero dai suoi frutti, si sente restio, in qualche modo, a sentenziare. D'altronde, la medesima bocca aveva detto anche: "Non giudicate..."

Nel frattempo, la recessione economica sgretola gli Stati Uniti. In un minuscolo villaggio sul fiume Ohio, un giovane padre si riduce a compiere una rapina per evitare che i suoi bambini, John e Pearl, finiscano sul lastrico. Nella rapina, perdono la vita due persone. L'uomo viene arrestato; ha avuto appena il tempo di affidare un bottino da diecimila dollari a John, il figlio decenne, impegnandolo a proteggere il tesoro e la sorellina.


Il padre viene condannato all'impiccagione dallo stesso tribunale che aveva giudicato Powell poco prima. Laughton sottolinea impietosamente come la bilancia della giustizia umana sia priva di equilibrio: un uomo disperato deve morire in modo infame, mentre un serial killer se la cava con poco, per il furto di un'automobile.


 Il peso della condanna ricade anche sul boia, un uomo sensibile costretto a quel mestiere per non lasciare le ossa in miniera, ora che deve badare -anche lui- a due bambini. I piccoli dormono; sembrano gli angioletti di tanta consunta retorica. Ma la scena non è ancora conclusa e già un coro di voci infantili deride John e Pearl, per il destino del padre. Non esistono angeli nel cielo di Laughton.

Willa, la vedova, è giovane e bella. E un tantino svaporata, sembrerebbe. Dichiara di non poter dimenticare il marito, ma non era neppure presente al suo arresto e -direbbe Oscar Wilde- pare diventata tutta bionda dal dolore.

Lavora nella bottega degli Spoons, i "coniugi Cucchiai"; il marito (per meglio identificarsi) si presenta con due cucchiai in mano. Banali e colpevoli, come gli abitanti del villaggio che hanno insegnato ai bambini il disprezzo per i condannati a morte. E insegnare sembra essere la passione della signora Spoons. Una donna Prassede manzoniana, che ha poche idee, ma a quelle poche è molto affezionata. "Non puoi allevare i tuoi bambini da sola... è un compito creato per due!" (come se il Creatore coincidesse con il suo cervello); "Un uomo, in casa, ci vuole!" (cosa ne direbbe quel fantasma del signor Spoons?).

Mentre Willa dichiara di non volere un nuovo marito, il nuovo marito è in arrivo su un treno. Powell sa della vedova e dei diecimila dollari. Alla sua comparsa, come Bocca di Rosa, sconvolge il letargo del villaggio. Powell diviene il beniamino della signora Spoons, la quale -in verità- non deve faticare troppo per far cadere Willa fra le braccia di lui.
Il vero conflitto è fra Henry e John, il piccolo uomo su cui pesa il retaggio del padre. Il serial killer sa che deve tenere d'occhio lui, per arrivare al tesoro.
Mentre il bambino combatte questa titanica guerra psicologica, la madre viene plasmata dal marito-incantatore. Quello di Powell è un incanto crudele, sessuofobo, ma funziona. Imponendo una logorante frustrazione a Willa, ne fa la sua schiava. La "vedova allegra" si trasforma in un demone animato dalla mania religiosa. Al punto da creare un alibi al marito, per non far credere che egli vada alla ricerca del denaro.
Il cammino di Willa verso l'altare sacrificale è inesorabile. L'ultima scena che la vede viva la rappresenta distesa su un letto, in una bianchissima veste che ricorda quella di Ellen in Nosferatu (1922).
L'atmosfera è da tempio o da cripta, come suggerisce la cornice gotica del baldacchino. La "sventurata che ha risposto" sopravvive ancora quanto basta a risvegliarsi dall'incanto: il marito-angelo si rivela avido assassino. Ed è solo un lampo.

La vittima finisce in fondo al fiume, ormai tutt'uno con la flora umida del fondale. La scorge solo un anziano amico di John, un vecchietto emarginato che vive su una barca in disuso. Ha sempre promesso appoggio al bambino; ora, però, le promesse crollano. Non ha il coraggio di denunciare l'omicidio. Il "vedovo nero" ha così modo di cambiare le carte in tavola, di spacciare se stesso per vittima, "abbandonato" dalla moglie.

Il romanzo gotico lascia spazio alla fiaba: Henry Powell, il "patrigno cattivo", assume sempre più la fisionomia di un orco.


 Il piccolo eroe ha appena il tempo di caricare la sorellina su una barca ed affidare entrambi al fiume, come due novelli Mosè.  Sulle sponde, si intravedono gufi, rospi, volpi: animali selvatici familiari all'immaginario.


 Più di loro che degli umani si fida John. Gli umani, infatti, possono essere umili ed inoffensivi, come la donna che fa loro la carità di una povera patata. Ma sono anche coloro che imprigionano innocenti canarini -o innocenti bambini.


Unica figura con cui John si decide, finalmente, a fermarsi, è la signora Cooper.
Una donna matura e benestante, che ha fatto della propria vita una missione tesa ad accogliere tutti gli orfani senza tetto. Guardandola bene, è proprio lei: la maestra celeste della prima scena. Un’altra donna Prassede, che “prende per cielo il proprio cervello”? Più procede la storia, più parrebbe di sì. Si autoesalta come benefattrice. Guardando una ragazza innamorata, afferma: “Le donne sono stupide. Tutte”. Ben inteso che lei non appartiene al genere femminile, nella propria considerazione. Forse, si percepisce come asessuata, o come divina. Si autodefinisce “un albero robusto, che può sostenere molti nidi”. Ma questo albero ha dato, come frutto, un figlio che ha fatto perdere le proprie tracce. Conoscendo da vicino la signora Cooper, non gli si può dare torto. Eppure, proprio lei aveva enunciato che gli alberi si riconoscono dai frutti…

La protettrice, la dea ex machina riduce progressivamente la propria distanza dall’orco, Henry Powell: entrambi predicatori, sessuofobi, portatori di armi. La signora Cooper sconfigge il “cattivo”, ma la sua vittoria sembra dovuta più alla somiglianza con lui che ad una contrapposizione reale.
Mentre Powell viene arrestato, un altro accostamento balena: quello con il defunto padre. È allora che John crolla: “restituisce” il tesoro a questo sostituto paterno, supplicandolo di liberarlo da quel peso. Qui termina lo straordinario sforzo del bambino. Si rifiuterà perfino di riconoscere l’assassino della madre, in tribunale. Powell viene impiccato (sarà un caso se, accanto a lui, erano sempre inquadrati attaccapanni?). La condanna è osannata dal villaggio, lo stesso che aveva vezzeggiato il “falso profeta” fin dal suo arrivo. La furia più scatenata è proprio la signora Spoons, per di più ubriaca fradicia, con buona pace del proprio moralismo.

Il finale è –apparentemente- una lieta scena natalizia. Gli orfanelli della signora Cooper la riempiono di regali prevedibili; Ruby, la più grande, è diventata la “donna onesta” che la madre adottiva sognava; John riceve un orologio. Da molto aspirava a possederne uno; ma sembra che questo “bambino adulto” non possa, ancora una volta, gestire il proprio tempo senza la concessione di una figura materna. L’ultima inquadratura –così come la prima- è un primo piano della signora Cooper: “I bambini sono migliori di noi… Sopportano e resistono”. Nulla fa, però, per assumersi parte di quel peso. E le note finali della colonna sonora ribadiscono un leitmotiv noto, che evoca il fantasma di Powell.

Non c’è salvezza, sembra dirci Laughton. Se non nella bellezza di un inafferrabile capolavoro.    


lunedì 19 dicembre 2011

Mamma Giustizia



"Ora, quest'impunità minacciata e insultata, ma non distrutta dalle gride, doveva naturalmente, a ogni minaccia, e a ogni insulto, adoperar nuovi sforzi e nuove invenzioni, per conservarsi. Così accadeva in effetto; e, all'apparire delle gride dirette a comprimere i violenti, questi cercavano nella loro forza reale i nuovi mezzi più opportuni, per continuare a far ciò che le gride venivano a proibire. Potevan ben esse inceppare a ogni passo, e molestare l'uomo bonario, che fosse senza forza propria e senza protezione; poiché, col fine d'aver sotto la mano ogni uomo, per prevenire e per punire ogni delitto, assoggettavano ogni mossa del privato al volere arbitrario d'esecutori d'ogni genere."

Da: Alessandro Manzoni, I promessi sposi, cap. I

Le cose serie

Sapienza


Chi non riesce ad essere felice ha fallito nell'unica scienza in cui a tutti converrebbe essere dotti.


Scelte di vita

C'è chi investe
in mezzi per vivere...
 
e chi investe
in motivi per vivere.


Acqua



Spesso m'incanta la malinconia
pastosa d'un fiume, quando mi siedo
sull'argine dei giorni;
lascio scalzo il mio cuore
e lo guardo seguire i ritorni
dei mulinelli in corpo a quella via.
Somiglia l'acqua al chiaror delle ore
che trafiggono il sole
con invisibil passo;
e, mentre si scioglie lo spirito lasso,
le onde restano sole
a dir tutta la vita
che si ritesse nel seno d'un gorgo.

Vincitrice per la sezione "Poesia" del premio letterario-scientifico "loSCRITTOio", bandito dalla Fondazione Roma Sapienza, 2011

Pubblicata nel volume Acqua, ("I Corti"), Laboratorio Gutenberg


Antologia ed altro scaricabili da qui: http://www.loscrittoio.org/content/view/85/109/

Tre bresciani a Roma (per tacer dell'auto)


A volte, succede. Arriva un pretesto qualunque (un premio letterario o consimili) e si decide –con tanto entusiasmo e sancta simplicitas- di sciropparsi la distanza autostradale fra Brescia e Roma, andata e ritorno, nella stessa giornata.

            Il pretesto è dato dalla figlia; ma l’autore della pensata –va da sé- è il padre. Cinquant’anni non hanno minimamente affievolito il suo feeling con i motori e ci tiene a provarlo. Convince il resto della famiglia, d’altronde, con tanti buoni pretesti: “In auto è più comodo, possiamo fare tutte le soste che vogliamo, costa meno, siamo più autonomi…” A dargli dannatamente ragione si mette anche lo sciopero dei mezzi pubblici.

            Una buona occasione per familiarizzarsi –finalmente- con il navigatore satellitare, sapientemente impostato dal cuginetto quattordicenne.

            Cinque ore e mezza stantuffate dalle canzoni dei Nomadi e di Fabrizio De André, oltre che da inserti radiofonici pop di dubbio valore e dalle notizie sul traffico. Sulla strada, la dea bendata non si dimostra troppo malevola; non si trovano intoppi neppure sul tratto fra Roncobilaccio e Barberino del Mugello, ormai contrassegnati da una nomea pari a quella di Scilla e Cariddi.

            A Roma, il traffico è fitto come la nebbia a Pavia –e non è un’affermazione da poco. La vettura intraprende un “trenino estremo” nella jungla nera di veicoli, cercando di non trasformare in pasta sfoglia i ragazzi che si infilano disperatamente nel traffico con i propri motorini.

            La sede dell’università La Sapienza (facoltà di Lettere) viene rintracciata quasi subito, grazie all’impagabile navigatore. La difficoltà è, semmai, il parcheggio, che è a pagamento. Avviene una lotta all’ultimo sangue fra il capofamiglia ed il parcometro, che sembra essersi intascato indebitamente 5 euro in più. Giunge in soccorso una donna del posto: con una parlata robusta ed un gesto sicuro, fa sputare al “mariolo” il biglietto con l’orario: le 14:00, ma del giorno dopo. Troppa grazia, Sant’Antonio. Il calunniato parcometro, dunque, non stava compiendo un furto, ma un atto generoso.

            Poco dopo, si pranza ad una trattoria e –giusto per essere originali- si ordinano pasta all’amatriciana –finalmente, fatta come Dio comanda e servita in rassicuranti vaschette di ceramica- e saltimbocca alla romana. Oltre a tutto questo bendiddio, viene somministrata la cortesia di un considerevole alleggerimento del portafoglio.

            Alla fine del pranzo, passando davanti ad una farmacia, si fa conoscenza con uno scheletro finto (scala 1:33, per l’esattezza) che risponde al nome di “Pippo”.

            I cestini per la carta straccia sono rari, ma sussiegosi e recanti la sigla “S. P. Q. R.” Cose che fanno sentire miserabilmente provinciali.

            Il ritorno alla base è l’occasione per riabbracciare un amico della figlia, che studia alla Sapienza. Si ha anche la fortuna di imbattersi in tre giovanotti che preparano una scenetta per la laurea di un’amica: paludati di paramenti ecclesiastici, si apprestano a sbucare e celebrare la sua tesi su Sisto IV.

            Alla sera, si scopre che il tratto di strada più problematico è quello fra l’università e l’autostrada, tappezzato di automobili ancora peggio rispetto al mattino. Perla di saggezza della madre di famiglia: “Saremmo stati più veloci a piedi!”

            Non si sa come, i tre barbari venuti dal nord riguadagnano il casello e si dirigono nuovamente verso le loro nebbiose pianure. Il ritorno procede tranquillo, sospinto da caffeina e beveroni energetici, appena funestato dalle emergenze gastriche della figliola, peraltro affrontate con tempestività e competenza dalla squadra.

            All’arrivo, ci si sente talmente stanchi, disfatti, soddisfatti e pirla da giustificarsi quest’impresa senz’alcuno sforzo. Semel in anno licet insanire.

Non solo carta patinata

Le riviste maschili usano la stessa retorica degli autori di reati a sfondo sessuale, lo affermano i ricercatori

[Data: 2011-12-13]
Illustrazione di questo articolo
Le riviste maschili, rivolte specificamente a giovani uomini eterosessuali, sono da tempo al centro di discussioni: l'immagine che danno della donna è spesso controversa e desta preoccupazione in molti ambiti.

Adesso alcuni ricercatori del Regno Unito hanno condotto uno studio che dà corpo a queste preoccupazioni, mostrando che il linguaggio usato in queste riviste ha delle caratteristiche in comune con il linguaggio usato degli autori di reati sessuali e contribuisce all'oggettificazione della donna.

Anche se si è lavorato molto per studiare l'effetto che queste riviste hanno sui bambini, molti negozi li mettono in alto fuori dalla vista immediata, poca attenzione è stata prestata a come i messaggi contenuti in queste riviste influenzano il pubblico cui si rivolgono e le donne stesse, che sono poi l'argomento principale del loro contenuto. La ricercatrice principale, dott.ssa Miranda Horvath, della Middlesex University, spiega: "Molto del dibattito sulla regolamentazione delle riviste maschili si è occupato di come queste influenzano i bambini ma si è detto poco sull'influenza che hanno sul pubblico cui si rivolgono, i giovani uomini e le donne con cui questi socializzano."

Il team, formato da ricercatori della Middlesex University e dell'Università del Surrey, ha presentato gli argomenti dello studio con descrizioni di donne tratte da quattro delle riviste maschili più diffuse nel Regno Unito e commenti sulle donne fatti da stupratori detenuti. La maggior parte delle persone che hanno preso parte allo studio non erano in grado di distinguere le citazioni prese dalle riviste dalle citazioni dei detenuti per stupro. [...]

Leggi tutto su: http://cordis.europa.eu/fetch?CALLER=IT_NEWS&ACTION=D&SESSION=&RCN=34127


mercoledì 14 dicembre 2011

Quarto potere (1941)




NO TRESPASSING. Non oltrepassare i limiti dell’indagine, di qualunque indagine. Nessun mezzo può ricostruire totalmente una personalità.
La redazione di un giornale si adopera per scavare nel profilo psicologico di un noto e controverso personaggio, Charles Foster Kane –a sua volta, direttore di diverse testate. Ricchissimo, amato e (ancor di più) odiato, il “cittadino Kane” è spirato, dopo aver pronunciato una sola parola: Rosebud. Nome femminile che intriga i giornalisti e li spinge ad un’inchiesta minuziosa, nella convinzione che quell’”ultima parola famosa” sia la chiave alla vita di Kane.







Orson Welles diceva di non amare i simbolismi e forse era vero. Di certo, non amava gli intervistatori che lo sondavano in materia. Eppure, è irresistibile la tentazione di cercare significati negli elementi del film: i focus su oggetti in primissimo piano, il pappagallo che attraversa lo schermo in un lampo, la luce ed il buio che giocano con il presagio di morte. In un certo senso, lo spettatore non può fare a meno di identificarsi con i giornalisti, irretiti dal significato di un particolare che rimbalza di bocca in bocca, di intervista in intervista, senza mai portare ad un chiarimento. Come a Serendip, i protagonisti trovano tutto ciò che non cercano.



Il risultato della ricerca è una costellazione di tasselli che descrivono un Kane titanico, luciferino e tormentato: il distacco traumatico dalla madre, la crescita sotto un banchiere-tutore, l’espulsione da molti prestigiosi istituti, la direzione del primo quotidiano.
Il giornalismo sembra essere l’unica cosa che interessi al venticinquenne Kane, votato a deludere tutte le aspettative del tutore. Disprezza la logica del profitto impostagli da quest’ultimo, ma diventa comunque ricchissimo. L’attività giornalistica lo intriga nella misura in cui gli permette di essere leader, di creare e ricreare la realtà attraverso la mente dei lettori. La “dichiarazione programmatica” che stende di suo pugno è, in fin dei conti, una farsa retorica infarcita di luoghi comuni: “Vogliamo essere il vostro giornale”; “io vi darò notizie serie ed affidabili, senza condizionamenti.” Di sincero c’è, forse, ciò che Kane afferma in procinto di scrivere: “Voglio che la gente abbia bisogno di questo giornale come dell’aria e della luce”. Ma quell’ “io” ripetuto ossessivamente nella dichiarazione fa sospettare che “il giornale” si identifichi con la persona di Kane. Di fedeltà personale, appunto, si tratta, quando Charles assume nella propria redazione le punte di diamante della concorrenza. I principi a cui i nuovi, eccellenti arrivati sono chiamati ad aderire sono esemplificati in una cena lussuosa e scollacciata, grazie alla quale il direttore si presenta come munifico signore ai suoi vassalli.





Da lì, il passo verso la carriera politica è breve.
 “Tu parli della gente come se fosse una tua proprietà. Parli dei suoi diritti come fossero una tua concessione personale. E, in cambio, pretendi di essere amato” gli rinfaccia l’amico fraterno di una vita, Leland, con la durezza che solo i veri amici sanno padroneggiare. Critiche alle quali Kane non dev’essere insensibile: licenzierà Leland dal suo impiego presso il giornale, ma con una liquidazione generosa e solo dopo avergli provato di rispettare le sue opinioni avverse.




Rimane da chiedersi cosa significhi l’amore, per lui. Lo racconta Susan Alexander, sua seconda moglie, intervistata a proposito della fantomatica Rosebud.



Kane si era interessato a lei, attratto dalla condivisione delle loro solitudini. Era già sposato, con in aggiunta un curriculum di relazioni extraconiugali appena accennato, ma senza un vero appagamento del cuore. Susan gli rallegra la vita al punto da spingerlo ad apprezzare le sue disperate velleità canore.
L’avversario politico di Kane, schiacciato dalle proprie pubbliche malefatte, coglierà al volo questo piccolo scheletro dal suo armadio. Scoppia lo scandalo –ironia della sorte- grazie alla stampa, fino a quel momento trono dorato di Charles.


Su tutte le testate, i titoli sbandierano la sua relazione con una “cantante”. Quelle virgolette –secondo l’ormai anziano Leland- diventano l’ossessione di Kane. Pur di eliminarle e far di Susan una vera primadonna, costruisce un teatro d’opera appositamente per lei e lancia un’entusiastica campagna di stampa.


Scolpita nell’ombra, la figura del “cittadino Kane” si staglia, plaudente a se stessa ed alla propria opera di pigmalione.


Il gigantismo narcisistico del marito, però, schiaccia Susan. Dopo un tentativo di suicidio, sfigurata dall’angoscia, ottiene da lui di poter abbandonare le scene.


La concessione ha, tuttavia, un altissimo prezzo. Kane seppellisce se stesso e la moglie in un buen retiro felicemente definito “mausoleo”. Susan, soffocata da quella gabbia dorata, si dà alla compulsiva ricomposizione di puzzles. Gioco che è la cifra di tutto il film, di quell’inchiesta cui manca fatalmente il tassello conclusivo.


L’abbandono decisivo di Susan scatena un dolore senza argini nel marito. Sembra trattarsi di (smisurato) orgoglio ferito, come rinfaccia la donna. Ma, allora, come interpretare quel finale Rosebud? È soltanto un pezzo mancante del puzzle? “Non basta una sola parola a spiegare tutta la vita di un uomo”.


L’esistenza di Kane si conclude con il rogo dei suoi ricordi, che, nella loro rinfusa, ricordano una sorta di città, tutta edificata con frammenti della sua personalità. Tra le fiamme del rogo, finisce proprio il tassello più importante: lo slittino con cui giocava da bambino, presso la casa della madre. Sul suo fondo, è scritto Rosebud.














NO TRESPASSING. Il cartello si staglia ai piedi del “mausoleo”, mentre un pennacchio di fumo allontana le ultime reliquie del mistero. Nemmeno il “quarto potere”, quella scrittura giornalistica ancora capace di fede positivistica, può andare oltre. In grado di ricreare il mondo, di influenzare milioni di pensieri, deve arrestarsi davanti all’enigma di un solo uomo.