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mercoledì 22 marzo 2017

Le rose della notte - III, 5

Parte III: Il canto della mosca



5.

Marcello teneva il capo chino, incrociando le braccia sul petto. Con quei jeans, la giacca a vento e i ricci castano scuro non nascosti dalla parrucca, era impossibile ricollegarlo alla scintillante Greta Sgarbo. Diana osservò divertita quell’originale – o quell’alter ego? – ombreggiato dal porticato.
            Erano nel cosiddetto Cortile delle Magnolie, uno dei chiostri dell’università pavese. Gli alberi eponimi li guardavano a distanza, lucidi e scuri come il silenzio. Accanto a loro, Ugo Foscolo dormiva nell’effigie di marmo, sul sarcofago che gli aveva scolpito Zulimo Rossellini, per la tomba in Santa Croce a Firenze – prima che fosse inspiegabilmente rifiutato. 

            «Sei molto preoccupata per la tua relazione con Margherita, allora?» riprese delicatamente il ragazzo, alla fine.
L’amica deglutì e distolse lo sguardo. «Mmh… Non è che ci siano veri e propri segnali di attrito… Ma disattenzione, sì. Forse, è questo il peggio».
            Marcello la fissò coi grandi occhi grigi: «Disattenzione… a cosa?»
Le dita di Diana tormentarono la catena appesa ai suoi jeans. «A me. A me… quale io sono davanti ai suoi occhi. Sembra persa in un sogno».
L’amico corrugò leggermente la fronte: «Non è… un calo di passione?»
            L’altra sorrise amaramente, fra sé: «Credo che Margherita non voglia me, ma la conoscenza di me. È diverso».
            Marcello rimase a chiedersi cosa volesse dire, mentre Diana – con la punta di un anfibio – tracciava archi invisibili a terra.
«Sono stati i mesi dei cambiamenti inspiegabili, questi…» osservò poi il ragazzo, tra il malinconico e l’ironico. «A marzo, Guido mi ha telefonato, una mattina… apposta per dirmi che non voleva più fare la drag queen».
            Diana rialzò lo sguardo: «Come? Niente più Rita Gayworth?»
«Eh, sì…» sospirò Marcello. «Mi ha detto che… cominciava a trovare quel personaggio troppo invadente. Nel senso che gli stava invadendo la vita… stava diventando più lui di lui, ecco…» Scrollò le spalle, davanti a quegli arzigogoli filosofici che gli erano usciti.
            «Beh, io ho almeno un motivo di essere contenta» sogghignò Diana. «Mi pareva che Rita Gayworth piacesse un po’ troppo a Margherita». Rise.
«Meglio che non lo dica al povero Guido» rispose Marcello, scherzando a propria volta.

[Continua]


sabato 18 marzo 2017

Giustizia e perdono

L’Associazione Culturale Chirone di Manerbio ha dedicato tre incontri a termini tanto abusati quanto centrali per la civiltà: “Giustizia e perdono”.
Il 19 febbraio 2017, nell’Aula Magna del “B. Pascal”, ha avuto luogo “Un perdono storico. La strada della riconciliazione”. Il pubblico ha incontrato Agnese Moro (figlia di Aldo Moro), Maria Grazia Grena (ex-brigatista), Manlio Milani (sopravvissuto alla strage di Piazza Loggia) e Anna Cattaneo (Ufficio Giustizia Riparativa di Bergamo). Hanno raccontato la propria esperienza del “gruppo di riconciliazione”: il bisogno di liberarsi dal dolore (A. Moro), la rinuncia alla convinzione di aver intrapreso la lotta armata in nome di una verità assoluta e al rancore lasciato dalla violenza di Stato (M.G. Grena); il desiderio di capire come una cultura politica abbia potuto generare la lotta armata (M. Milani). Il ruolo della Cattaneo e degli altri “soggetti terzi” era quello di rompere l’ “effetto specchio”: l’arroccarsi nei propri ruoli e sulle proprie ragioni. 


            Il 23 febbraio, al Teatro Civico “M. Bortolozzi”, è stata la volta di: “Il perdono nel carcere e nella società italiana”. Hanno parlato Silvia Guarneri, avvocato delle vittime della strage di Piazza Loggia, e il prof. Carlo Alberto Romano, docente di Criminologia all’Università degli studi di Brescia, nonché presidente dell’Associazione Carcere e Territorio. “Perdono” non è un termine giuridico. L’avv. Guarneri ha però illustrato una serie di modi in cui una pena può essere rimessa. L’amnistia e l’indulto sono “interventi dall’alto” che la rendono non esecutiva, per svuotare le carceri. La sospensione condizionale si applica a reati lievi. La prescrizione è legata all’interesse sociale e alla necessità di non prolungare il calvario di vittime e falsi colpevoli. L’avv. Guarneri si è concentrata sull’utilità educativa e sociale di una pena. Essa viene spesso persa di vista sia dal sistema sanzionatorio che dalla cittadinanza, incline a disinteressarsi delle carceri o a pensare che servano solo per “far soffrire”. Il prof. Romano ha sottolineato che i reati si generano all’interno della comunità e che proprio per questo essa dovrebbe essere più coinvolta nella gestione delle loro conseguenze. 

            Il finale si è tenuto il 5 marzo, nell’Aula Paolo VI dell’Oratorio “S. Filippo Neri”: “La giustizia di Dio e la giustizia degli uomini”. Il relatore era il prof. Luciano Eusebi, docente di Diritto Penale all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Ha cominciato considerando l’immagine associata alla giustizia nel mondo occidentale: la bilancia. Essa è un simbolo della “legge del taglione”. Ma, nell’era delle armi di distruzione di massa, quest’idea - ha sostenuto Eusebi - potrebbe condurre all’autodistruzione del genere umano. Ha così recuperato un’idea di “giustizia divina” quale traspare già nell’Antico Testamento. Nella Genesi, essa è evidente nei casi di Adamo ed Eva e di Caino e Abele, archetipi del genere umano. La perdita del paradiso terrestre non è un castigo - ha affermato Eusebi - ma la condizione di una vita insensata, dovuta al rifiuto dell’etica. Caino, istituendo la legge dell’eliminazione dell’indesiderato, si rende conto di aver messo anche se stesso in una posizione di insicurezza. Dio, anziché punire, restituisce strade verso la felicità. Adamo ed Eva ricevono tuniche di pelli, a copertura del loro fallimento esistenziale; a Caino viene garantita una protezione. Anche il sacrificio di Cristo - ha sostenuto Eusebi - non è un “ripagamento delle colpe dell’umanità”, ma l’interruzione della catena delle ritorsioni. Rinunciare alla giustizia-bilancia è - per Eusebi - l’unico modo per far sì che duemila anni di Cristianesimo non si rivelino un fallimento.

Un Carnevale da ricordare, tra passato e futuro

Quello del 2017, per Manerbio, sarà un Carnevale da ricordare. Il 18 febbraio, il palazzo comunale è tornato al 1717, con una “Serata in pompa magna”. In piazza C. Battisti, quella sera, sono giunti in calesse i conti Luzzago (alias compagnia “Le Muse dell’Onirico”): Trivulzio Vero Omo de ‘na Volta, detto il Ciurda, e la consorte, Clitolde Filippona d’Aragosta in Luzzago. Con loro, c’erano i figli: Atlante Can de Caio e Gazza Ferrea Menta; poi, la nuora Sgomenta Tirella, vedova de la Motella in Luzzago, la sorella della contessa (Annetta Brocola Lusarda D’Aragosta) e una dama di compagnia: Turtella Ciara Ripiena da Crevalcore. I conti hanno assistito al Palio delle Bestiazze: gara di corsa fra squadre travestite da animali. Tra i figuranti, c’erano anche i giovanotti venuti dalla Guinea per richiedere asilo politico, che hanno ringraziato i manerbiesi con una poesia. Di poeta era presente anche il RimAttore, Pier Paolo Pederzini da Crevalcore (BO): un improvvisatore di rime. 

Nel portico del municipio, erano state allestite una locanda e una pasticceria, per una cena proposta dagli Alpini e dall’oratorio. Qui, si è consumata la “Luzzagonovela”: la locandiera (“donna” di dubbia avvenenza) ha presentato Eneo Tiralo Quinto de la Putanesca, figlio d’un suo peccato di gioventù col conte. Il vecchio Trivulzio ha lasciato a lui tutta l’eredità… di debiti.
Dopo un minuetto e alcuni versi burleschi del veneziano Giorgio Baffo (1694-1768), è arrivata la seconda puntata: il RimAttore/usuraio ha requisito e messo in palio alla lotteria un loro prezioso anello (opera di Gianmaria Donini). La serata si è conclusa con l’elezione del primo Re Zuccone (l’uomo con la testa più grande). La sua corona, sempre realizzata dal Donini, rimarrà di proprietà del Comune. Sono stati presenti anche un coro e la musica settecentesca dal vivo.
            Il 25 febbraio, è stata la volta del “Carneàl MemoRABIL”, al Teatro Civico: “Chèi dè Manèrbe” e il rapper dialettale Dellino Farmer hanno festeggiato ricordando il poeta locale Memo Bortolozzi (1936-2010). Il Ciambellone di Corte, alias Nicola Bonini, ha presentato la serata. I classici di Dellino (“Fés”, “Oflàga”, “No pago pirlo”, “Sènsa vi”, “P.O.T.A.” e altri) si sono sposati bene coi componimenti del Memo: “L’osèl ferìt” (doppio senso nato dalla cattura di un uccellino in chiesa); “El capo” (lite fra le parti del corpo per la supremazia); “Al vestàre” (ovvero, come essere di peso ai genitori quando li si aiuta). Sono stati riproposti sketch sempreverdi: “Zènt che pómpa”, dimostrazione della potenza dei pettegolezzi; “Cliènt sènsa memória” (un tale entra in un negozio di vestiti, ma non ricorda cosa gli occorra…); il “bilancio sessuale” di due coniugi; un accenno a “I promiscui sposi” (parodia del capolavoro manzoniano). Sul palco, sono saliti anche i Cantùr dè Örölaècia, coi Menaguajos: musici messicani propensi alla… scaramanzia?
Dellino Farmer, in veste di sindaco, ha elogiato l’operosità dei bresciani e ha incoronato l’imperituro Ambrognàga re del Carnevale. La novità dell’anno era sua moglie: Madàma Galèta.
           
“Chèi dè Manèrbe” e la corte del Re Albicocca si sono ritrovati il giorno dopo in piazza C. Battisti, per la “Rivolta degli Ortaggi”. Frutta e verdura d’ogni forma e dimensione ha accolto i bambini mascherati, per scortarli all’oratorio e assistere alla premiazione del gruppo e della maschera più belli. I vincitori sono stati grappoli d’uva viventi e una leonessa col suo leoncino. L’AVIS rifocillava i presenti.
            Il pomeriggio del 28 febbraio, in luogo della festa all’oratorio “S. Filippo Neri”, è stata offerta ai bambini una proiezione di “Matilda 6 mitica”. Un cambio di programma, a causa della pioggia. Del resto, a Carnevale ogni scherzo vale. Anche per il tempo atmosferico.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 118 (marzo 2017), p. 9.

Roghi e punizioni

È stato un argomento decisamente fiammeggiante quello che la Libera Università di Manerbio (LUM) ha trattato il 9 febbraio 2017, al Teatro Civico “M. Bortolozzi”: “Roghi e punizioni”. Il relatore era il prof. Daniele Montanari, docente presso la facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia. 

            La “caccia alle streghe” si è svolta fra la metà del ‘400 e la metà del ‘700. “Strega” e “stregoneria” sono erroneamente associati alla magia, ovvero all’uso di poteri d’origine sconosciuta per operare mali (“magia nera”) o beni (“magia bianca”). Forme di magia, sia “alta” (erudita) che “bassa” (di origine popolare e pratica) sono state praticate normalmente in Europa per secoli. Di “stregoneria” si parla laddove si ritiene che l’officiante abbia stretto un “patto col diavolo”. I presunti streghe e stregoni erano accusati di riunirsi in “Sabba”, orge col demonio comprensive di cannibalismo e infanticidio. Ma (ovviamente) non esistevano testimoni oculari. L’inquisitore spagnolo Alonso de Salazar y Frías, nel 1610, affermò: «Questa stregoneria è solo una chimera» (da cui il titolo del romanzo di Sebastiano Vassalli, “La chimera”, 1990).
            Stabilire il numero delle “streghe” è arduo. Ci si può basare su atti di processi relativi a francobolli di territorio. La maggior parte delle attestazioni viene dall’attuale Germania. Si può affermare che, all’inizio del ‘500, gli europei colti credevano che le streghe rendessero omaggio al diavolo, ricevendone in cambio poteri straordinari e un marchio sulla pelle. La “caccia alle streghe”, insomma, è stato «un fenomeno alto-culturale che processava il basso» (Montanari). Nel 1487, i domenicani tedeschi J. Sprenger e H. Kramer pubblicarono il “Malleus Maleficarum” (= “Martello delle streghe”), sorta di manuale per combatterle. La bolla “Summis desiderantes” di Innocenzo VIII (1484) incoraggiava proprio l’attività inquisitoria dei due. Il mezzo della stampa diffuse esponenzialmente il “Malleus”. Alla caccia contribuì anche un cambio di procedura penale. Il Medioevo aveva conosciuto il sistema accusatorio: il danneggiato sosteneva personalmente l’accusa. La crociata contro i Catari (1209-1229) rese insufficiente la procedura, dato che era impossibile riconoscere i Catari dal resto della popolazione sulla base di una semplice denuncia. Fu così adottato il sistema inquisitorio: il giudice avrebbe personalmente indagato e raccolto le prove. Avrebbe poi tenuto un interrogatorio segreto col reo e i testimoni, di cui le deposizioni sarebbero state registrate per iscritto. Anche la tortura aveva posto nella procedura, come metodo per estorcere notizie. Oltre ai tribunali ecclesiastici, furono coinvolti tribunali laici. La condanna era quasi sempre a morte, preferibilmente per rogo. 

            Le denunce venivano spesso da ambiti rurali. Qui, la cucina, la medicina e l’ostetricia spettavano alle donne. Erano dunque le prime indiziate, nei frequenti casi di morte di un malato o di un bambino. Giocava un ruolo anche il terrore per le cattive annate, o per le epidemie. Le “streghe”, oltre che cuoche, guaritrici e levatrici “sospette”, erano donne senza marito (quindi “soggette a tentazioni”) o di cattivo carattere. La tortura portava a false confessioni e accuse, facendo così moltiplicare a dismisura le caccie. Dopo il picco tra ‘500 e ‘600, il fenomeno entrò in declino. Le riforme giudiziarie settecentesche, la mentalità scientifica, l’attenuarsi dei conflitti fra cattolici e protestanti, la riduzione di povertà e pestilenze fecero dissolvere gradualmente la chimera.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 118 (marzo 2017), p. 6.