lunedì 20 novembre 2017

La voce dell'organo

Lina Uinskyte e organo Amati Manerbio
La violinista Lina Uinskyte
e l'organo Amati di Manerbio.
Più volte, le cronache manerbiesi l’hanno annunciato: la parrocchia di San Lorenzo Martire intendeva restaurare l’organo della pieve, danneggiato da un incendio il 31 maggio 1989. L’intenzione è ormai divenuta realtà. Dall’1 al 15 ottobre 2017, hanno avuto luogo i concerti inaugurali, in cui è stato protagonista l’organo “Angelo Amati 1856”. Della vicissitudine, ha volentieri parlato Giuseppe Migliorati: organista per passione e coordinatore della commissione parrocchiale che si è occupata del restauro. Ha spiegato, innanzitutto, le differenze fra lo strumento firmato “Amati” (casa organaria pavese) e quello che fu colpito dal famoso incendio. «Tra il 1940 e il 1949, l’organo è stato riformato: nel presbiterio, sono state poste due tastiere ed è stata aggiunta la trasmissione elettrica. La parte meccanica in cantoria era stata rimossa. Il nuovo strumento si componeva così di due parti: l’organo Amati e quello aggiunto dalla casa organaria Pedrini. Sotto quest’ultimo, è avvenuto l’incendio. Per più di vent’anni, è stato abbandonato. Poi, nel 2010, si è posta la questione: ricostruire l’organo Pedrini bruciato? O l’Amati, di cui erano rimasti i materiali? Per via di insistenze istituzionali, è stata scelta la ricostruzione filologica: ovvero, riportare in vita l’organo del 1856, non quello degli anni ’40». Sempre secondo Migliorati, i fondi sono giunti sia da privati che dall’8x1000. Essi sono stati esplicitamente raccolti per il restauro e sarebbero stati versati su un conto corrente apposito. Il restauro è stato affidato a Giani Casa d’Organi. Per altri dettagli, è disponibile il sito http://organomanerbio.com/ .
            Le serate di concerti, come abbiamo accennato, sono cominciate il 1 ottobre 2017. Il maestro organaro Daniele Giani ha presentato i lavori di ricostruzione eseguiti dalla sua casa. Sono seguite la benedizione dell’organo e la lezione concerto di Alessandro Casari (N. 1969, vive a Pilzone d’Iseo). È diplomato in pianoforte, musica corale e direzione di coro, clavicembalo e canto lirico. Dal 1996 al 2003, ha diretto il Centro Musicale dell’Università Cattolica di Brescia; presso quest’ultimo, ha pubblicato “I tesori della musica sacra bresciana”. Il repertorio che ha suonato durante l’inaugurazione comprendeva in buona parte brani italiani, ma anche di Alexandre Guilmant (“Marcia nella tonalità gregoriana”, 1850), John Stanley (“Preludio”, 1770), Louis-Claude Daquin (“Noël”, 1755). La datazione dei pezzi in programma spaziava dal 1690 al 1850; non tutti erano originariamente pensati per organo.
duo Ruggeri Uinskyte
L’organista Marco Ruggeri e
la violinista Lina Uinskyte. 
            Il 6 ottobre, si è esibita invece Susanna Soffiantini (N. Manerbio, 1993). Si è diplomata presso il Conservatorio “Luca Marenzio” di Brescia col massimo dei voti, la lode e la menzione d’onore. Ha svolto all’estero corsi di perfezionamento; ha studiato a Linz, nell’ambito del progetto Erasmus e ha ottenuto riconoscimenti in concorsi nazionali e internazionali. Svolge una regolare attività concertistica ed è stata lei stessa insegnante d’organo. Il suo programma ha fatto un leggero salto temporale in avanti, rispetto a quello di Casari, arrivando fino a M.E. Bossi (1861-1925) e al suo “Scherzo in sol minore”. Erano comprese composizioni di personaggi celeberrimi, come W.A. Mozart (1756-1791) e F. J. Haydn (1732-1809). 
            Dal 7 al 9 ottobre, l’organo ha animato le celebrazioni in onore della Madonna del Rosario. La sera del 15, si è esibito un duo: la violinista Lina Uinskyte e l’organista Marco Ruggeri. Il duo si è costituito nel 2012 e si è esibito in importanti rassegne italiane e straniere. Ha ottenuto riconoscimenti di critica da parte di Radio Classica e della rivista “Amadeus”. A Manerbio, hanno alternato brani sacri a quelli profani, fra cui “L’autunno”, dalle celeberrime “Stagioni” di A. Vivaldi (1678-1741). Certamente, ben più di quattro stagioni di vita si augurano alla nuova voce dell’organo Amati.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 126 (novembre 2017), p. 6.

domenica 19 novembre 2017

A Manerbio, apre la nuova Casa San Martino

A Manerbio, ha creato clamore l’inaugurazione della rinnovata via San Martino. Non si è ancora spenta l’eco dell’evento, che già quel nome ritorna: nell’apertura di Casa San Martino, appunto. Situata nella via omonima, è un complesso che comprende la sede della Caritas, quella nuova delle ACLI, un magazzino parrocchiale e la dimora di don Paolo Gregorini. Essa era, in origine, la residenza della famiglia Zani-Ringhetti; alla parrocchia “San Lorenzo Martire”, è giunta per lascito testamentario. 
inaugurazione casa san martino manerbio
L'inaugurazione di Casa San Martino a Manerbio
            L’inaugurazione ha avuto luogo il 22 ottobre 2017. Ad essa, ha presenziato il presidente provinciale delle ACLI, Pierangelo Milesi. Naturalmente, non poteva mancare il parroco don Tino Clementi. Hanno preso parte anche rappresentanti del Comune: il sindaco Samuele Alghisi in primis, ma anche l’assessore Fabrizio Bosio e la consigliera Annamaria Bissolotti.
            Dei necessari interventi di ristrutturazione, si era occupato Mario Fiorini (noto come presidente della Civica Associazione Musicale S. Cecilia), con l’aiuto di volontari.
            L’evento comprendeva una mostra fotografica: le “Riprese per passione” di Francesco Piovani. Oltre a un ricordo della famiglia Zani-Ringhetti, essa comprendeva le mini-sezioni “Natura e fiori”, “Giramondo”, “Manerbio” e le foto-ricordo delle ACLI locali.
            Durante il pomeriggio, don Tino ha preso la parola, ricordando la storia del lascito e della destinazione dell’edificio. Il suo discorso (come i successivi) ha citato la celebre leggenda di San Martino (IV sec.): di origini pannoniche, prima di divenire vescovo di Tours, sarebbe stato un militare. L’episodio-chiave della leggenda vuole che avesse diviso il proprio mantello per vestire un povero. Questa scena riassume il concetto della carità cristiana: privarsi volontariamente del superfluo, per condividerlo. Non è dunque un caso che sia intitolata a San Martino la sede delle principali attività socialmente impegnate in seno alla parrocchia. Sempre secondo il discorso inaugurale di don Tino, la Caritas e le ACLI sarebbero da concepire come squadre in collaborazione.
            Il sindaco Alghisi ha porto il proprio saluto, sottolineando il ruolo di Casa San Martino nel costruire un senso di comunità locale e nell’aiutare i cittadini bisognosi. Milesi ha preso spunto dal detto evangelico “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” (Mc 12, 17): la moneta del tributo recava l’effigie dell’imperatore, per questo andava resa a lui. A Dio (ha affermato Milesi) andrebbe data la vita intera, dove sarebbe impressa la Sua immagine. La condivisione della propria vita, secondo lui, sarebbe adombrata dal gesto di San Martino. Ha concluso con una citazione dalla Lettera a una professoressa di don Lorenzo Milani: «Ho insegnato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia.»
            Dopo i discorsi, è giunto il momento di una lettura dal Deuteronomio, riguardante la consegna della legge divina (“…questa parola è molto vicina a te, nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica.” Dt 30, 14). Una preghiera collettiva e la benedizione arcipretale hanno preceduto il taglio del nastro.
           
coro sotto la torre manerbio
Il coro "Sotto la torre" alla Casa San Martino
La festa è proseguita, accompagnata dal coro “Sotto la torre”, che aveva anche aperto l’evento. Dopo i tradizionali canti popolari, l’atmosfera si è stemperata in pezzi di musica leggera. Nel frattempo, i presenti si ristoravano con un ricco buffet di caldarroste, vin brulé, torte, panini e altro. Dopotutto,  il greco agàpe, per i primi cristiani, voleva dire sia “carità” che “banchetto”.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 126 (novembre 2017), p. 6.

giovedì 16 novembre 2017

Asia Argento, Weinstein e gli altri: un caso (ir)rilevante

Non c’è bisogno di precisare a cosa fa riferimento questo post. Le accuse di Asia Argento, per l’incubo che Weinstein le avrebbe fatto passare nel 1998 sono state seguite da un effetto valanga, ricevendo praticamente l’attenzione di chiunque, nel bene e nel male. Altre attrici, altri produttori, altri attori (sia nominati che anonimi) stanno scoprendo gli altarini che, magari, erano facili da sospettare, ma assai meno da provare. Anche in questi giorni, stanno uscendo notizie riguardanti il lato italiano del fenomeno. 
Asia Argento
Asia Argento
            Una gara (da parte dei media, non delle vittime) a chi offre le chicche più fresche. Pare che ogni Venerabile Estiqaatsi di turno abbia qualcosa da commentare. In mezzo allo squallore e all’orrore dei fatti rivelati, accanto alla banalità delle reazioni dell’ “opinione pubblica”, tanto vale aggiungere la banalità del mio parere non richiesto.
            Così com’è stato sollevato, questo polverone non cambierà assolutamente nulla.
Non scuote davvero nessun animo, se non quello di chi ha vissuto lo stesso trauma o era sensibile alla questione già da prima. Anzi: non ci racconta niente di nuovo. Il Porco al Lavoro è una vecchia conoscenza, a questo mondo.
            Soprattutto, il polverone di denunce e solidarietà è fuori tempo. Avrebbe dovuto venir sollevato alla fine degli anni Novanta, quando Weinstein (e non solo) consumava le proprie “prodezze”. Così non è avvenuto: perché? Altra risposta tacitamente nota, sottolineata (stavolta) per bocca di una vittima maschio, l’attore Terry Crews:

            “«Mi allontanai e dissi “Che stai facendo?”. Mia moglie vide tutto, lo guardavamo come fosse matto. Lui si limitava a sorridere come un coglione. Stavo per fargli il culo ma poi ci pensai due volte, visto come sarebbe sembrata tutta la faccenda. “Uomo nero enorme pesta un pezzo grosso di Hollywood”, avrebbero titolato i giornali il giorno dopo. Probabilmente non li avrei potuti leggere perché sarei stato in prigione. Così ce ne andammo. Quella notte e il giorno dopo raccontai a tutti quelli che conoscevo cos’era successo. Il giorno dopo lui mi chiamò scusandosi ma non spiegò mai perché lo aveva fatto. Decisi di non fare niente perché non volevo essere ostracizzato, visto che l’aggressore ha potere e influenza. Lasciai perdere. E capisco perché così tante donne a cui capita questa cosa facciano lo stesso».” (Fonte: IlPost.it)

            Vent’anni dopo, misteriosamente, questo pericolo non c’è più. E una notizia dolorosa, schiacciante, può divenire un prodotto di mercato, con cui riempire giornali e spazi televisivi, trastullando un pubblico che ha sempre fame di sesso e violenza. In fondo, per chi non è personalmente sensibile a mali simili, storie del genere sono solo un altro film, recitato da quei personaggi favolosi che l’hanno fatto sognare. L’indignazione, il poter “levare la propria voce”, non costa niente e aggiunge il pepe al piacere. Per chi non ama “accodarsi al buonismo”, c’è persino l’opzione alternativa: dare delle t***e e delle opportuniste a coloro che denunciano. Anche se, personalmente, questa opzione non mi sembra così intelligente e originale. A prescindere dal fatto che possa essere veridica o meno.

            C’è tutto: il cattivo, brutto e potente, o bello e ambiguo, a seconda dei casi. Ci sono le vittime: bellissime, fascinose, destinate per questo (secondo gli impulsi della Bestia nel Cuore)  a essere consumate. Lo diceva bene Francesca Serra: ogni secolo ha avuto bisogno di fanciulle sacrificali; ma il nostro necessita d’averne in serie.

La distanza temporale ha permesso alla carriera dei porci di svilupparsi, sotto la congiura del silenzio; rompere quel silenzio ormai inutile, ora, è un altro affarone, per chi sa come ammannire lo scandalo. Ecco perché il caso Weinstein non è rilevante, se non per sottolineare un meccanismo perverso della nostra società: quello per cui la denuncia non sconvolge davvero nulla e fa, anzi, parte dello status quo. Come la morte di Laura, Beatrice e delle altre donne che hanno regalato grande profitto ad altri, rimettendoci le penne in tempo propizio per questi ultimi.

Una denuncia utile e onesta si fonda su questo detto proverbiale: parlate ora, cari mass media, o tacete per sempre. Il resto è business. O banalità, come la mia.


P.S. Già che ci sono, aggiungo che, nel coming out di Kevin Spacey, non trovo niente da applaudire o da festeggiare. Vorrei sottolineare che esso è scaturito da un’accusa di molestia sessuale, per di più su un ragazzino. Terrei lo champagne in serbo per una migliore occasione di brindare.

martedì 7 novembre 2017