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martedì 14 febbraio 2017

Le rose della notte - II, 8

Le rose della notte

Parte II: Il cielo in fiamme



8.

La Kawasaki frenò davanti al cancello di una villetta, fuori dal centro. Qualche metro quadrato di verde immerso nella notte faceva da contorno a un edificio a due piani, con un portichetto. Diana scese dalla sella e aprì la serratura. Anche Margherita smontò e si tolse il casco, mentre l’altra accompagnava la moto al riparo. Poi, l’amica le fece strada sul vialetto.
            Tacquero, mentre i loro piedi masticavano lentamente la ghiaia. Dalla casa, non arrivavano luci. Davanti all’ingresso, Diana riprese il mazzo di chiavi e ne scelse un’altra. Fece scattare la serratura. Il suo tlack! risaltò grottescamente, nel silenzio.
            «Ma… i tuoi non ci sentiranno?» sussurrò Margherita, scrupolosa. «E sono d’accordo?»
Fin dall’inizio, aveva saputo benissimo che la serata non sarebbe finita col suo ritorno in collegio, come Diana aveva invece dato a intendere agli amici. Ma quell’entrare di soppiatto, come due ladre, l’aveva leggermente allarmata.
            «Mio padre non è in casa. E, comunque, in camera mia mi lascia ospitare chi voglio» rispose l’altra, con un tono di voce perfettamente normale. «Quanto a mia madre… non c’è da almeno tre anni». Le ultime parole furono partorite con finta calma. Qualcosa, nella gola della ragazza, aveva strozzato il pianto. Margherita non osò domandare altro.
            Diana entrò e accese la luce. L’altra la seguì lungo un corridoio piastrellato in rosso ruggine, tappezzato di quadri e quadretti anonimi nel loro decorativismo: paesaggi di campagna, bimbi ricoperti di trine, cigni e gattini. La figlia del padrone di casa vi si muoveva come una creatura sfrontata ed estranea. Imboccò il vano delle scale, inghiottito da un arco a tutto sesto. La luce, qui, era più fioca, data da fintissime candele elettriche sporgenti dai muri.
            In cima a quella parodia di scalinata, c’era il pianerottolo con le camere da letto. Diana aprì la porta centrale e fece un cenno all’ospite, con galanteria insolita. Margherita obbedì, con il cuore in gola.
            Nella stanza, c’erano un lettino singolo e un divanetto, con una scrivania, un armadio e mensole stracolme di libri e CD. Dalle pareti, occhieggiavano poster a sfondo nero o nebbioso, con figuri dalle lunghe barbe o ragazze bellissime dalle espressioni feroci. Qua e là, in caratteri gotici, Margherita lesse nomi come “Bathory” o “Gorgoroth”. Altri erano “Eluveitie”, “Arkona”, “In the Woods…” Non si soffermò su tutti. Colse qualche bozzetto incompleto sulla scrivania: una Lady Oscar disegnata a matita, sicuramente da Diana. Sorrise al suo talento nascosto.
            Sentì un rumore dietro di sé. Diana stava spostando il divanetto dal muro e lo stava aprendo, rivelandolo come divano-letto. «C’è anche un “cassetto” che raddoppia il letto dove dormo io, per quando serve. E materassi, e brandine» precisò. «Ma qui staremo più comode. A volte, ho ospitato anche tutta la band, sai?»
            «Davvero?» fece Margherita, sinceramente sorpresa. «E tuo padre non dice niente… quando ti porti sette maschi in camera?»
Diana scrollò le spalle, trattenendo una spavalda risata: «Stai scherzando?! Mi conosce…» E completò l’allusione con un’occhiata inequivocabile.
            Corredò il divano-letto con lenzuola, cuscini e coperte. «Prego!» invitò, con un elegante cenno della mano. La sua voce aveva una gentilezza roca – un sensuale tremore.
Lentamente, quasi incantata, Margherita lasciò il soprabito sulla sedia della scrivania. Senza attendere altro, si sfilò l’abito di cotone, le calze e le scarpe. 

            Di fronte a lei, Diana scopriva le membra sode e quasi bronzee, velate da una canottiera e dagli slip grigi. Sulla sua spalla sinistra, si disegnava un tatuaggio: una rosa di nero inchiostro.
            All’altra sfuggì un brivido, quando s’infilò fra le lenzuola. Il corpo al suo fianco emanava un calore animale e metallico. Si lasciò stringere, mentre i due ventri si toccavano. Il tocco leggero di un morsetto sul collo la fece sussultare.
            Sotto le palme delle sue mani, Diana sentiva le pulsazioni e i respiri che andavano intridendo Margherita. Il corpo di questa era un giunco bianco, piegato da un fiume invisibile. Diana affondò un bacio nei suoi capelli di ricco rame, ricercò la linea della gola. La ascoltò ansimare, quando conobbe le sue areole disegnate a pastello.
            Chiuse gli occhi; si levò e rivelò all’altra il resto del suo corpo di Venere aggressiva – l’ombelico tondo come una coppa, il grembo fermo, i seni maestosi dai capezzoli bruni. Margherita si lasciò scivolare nella follia, davanti a quell’amazzone che non aveva mai conosciuto. Diana si chinò e si riconsegnò a lei.
            È ora di arrivare al pozzo benedetto.


[Fine seconda parte]

Pubblicato sul quotidiano on line Uqbar Love (14 febbraio 2017).

domenica 12 febbraio 2017

Confronto

Il morale si preoccupa delle conseguenze delle proprie azioni. Il moralista del proprio buon nome.
Il morale dice: «È ingiusto». Il moralista: «È irrituale». 

Il morale, di due mali, commette il minore. Il moralista li condanna entrambi e commette il maggiore.
Il morale predica male, ma riesce a razzolare solo bene. Il moralista non sa predicar men che bene, ma non si preoccupa di come razzola.
Il morale chiede scusa. Il moralista si offende per il fatto di dover chiedere scusa.
Il morale si domanda quali siano le ragioni degli altri. Per il moralista, esistono solo le sue.
Il morale si domanda se il proprio modo di agire abbia senso in una determinata situazione. Il moralista non ammette “relativismi”, ma vive seguendo le correnti.
Il morale è lodato dagli altri. Il moralista si loda da solo.
Il morale fatica a campare. Il moralista esce sempre pulito e trionfante da ogni situazione.

Il morale è la persona che chiunque vorrebbe al proprio fianco, ma che pochi sanno essere. Il moralista è la persona che nessuno sopporta, ma che a tutti farebbe comodo essere.


mercoledì 8 febbraio 2017

Le rose della notte - II, 7

Parte II: Il cielo in fiamme



7.

I “Pains of Odin” avevano riposto i travestimenti simil-longobardi e avevano sistemato gli strumenti nei bauli delle automobili. Il cielo era nero, ma nessuno di loro aveva voglia di rintanarsi nel sonno.
 «Andiamo a bere qualcosa?» lanciò Giorgio.
«Io no, grazie» declinò Diana, prendendo il casco. «Devo riportare Margherita in collegio».
«Ah… andate a dormire?» insinuò Michele, malizioso.
«Certo. E faresti bene anche tu» rispose Margherita, con soave prontezza. «Il piffero l’hai già suonato abbastanza, per stasera». 

            Le due ragazze non rimasero a sentire lo scroscio di risate e complimenti alla sua arguzia. Diana salì a cavalcioni della Kawasaki, allacciandosi il casco. L’altra la imitò, stringendosi ai fianchi della centauressa. Qualche roco e sordo suono d’avviamento, e la moto partì.
            Margherita non avrebbe conservato alcuna memoria dei pensieri sfreccianti nella sua mente, durante quella corsa. Avrebbe ricordato l’odore del suo stesso sudore freddo, dentro il loculo del casco. La sua testa appoggiata a una schiena sicura, in un contatto negato. Le sue mani intrecciate contro il ventre sodo di Diana, come in spietata preghiera. La voglia di scioglierle per tentare altre carezze e la paura di cadere, se avesse lasciato la presa. L’attesa in movimento, dove ogni minuto di desiderio era divorato dall’avvicinamento al fine.

[Continua]


Pubblicato sul quotidiano on line Uqbar Love (7 febbraio 2017).


venerdì 27 gennaio 2017

Dagli Appennini all'Atlante

Il presepe artistico di Angelo Bertelli, a Manerbio, è un’attesa rituale quasi quanto quella del Natale stesso. Come sempre, è stato allestito presso il circolo ACLI locale, di cui Bertelli è il presidente. La creazione è stata esposta durante la Shopping Night del 16 dicembre 2016. Data la situazione sociale e geopolitica, l’artista ha pensato bene di ambientare la Natività a metà fra un paesaggio nostrano e uno nordafricano. 

            Per rappresentare l’Italia, Bertelli aveva scelto il tipico scenario pastorale dei presepi. Le case mostravano tetti spioventi in coppi e pareti edificate in grandi blocchi, probabilmente di pietra. Le finestre erano chiuse da impannate. Fra due costruzioni, correva una terrazza che comunicava con una locanda. Dai balconi, si affacciavano ragazze indaffarate - e un giovane appoggiava al muro una scala. Le pecore si radunavano all’ombra o pascolavano su rilievi verdeggianti di muschio. Una fonte d’acqua calda sgorgava, come sempre, sotto lo sguardo di oche e altri pennuti. Per le vie di collina, s’inerpicava un frate. Tutt’intorno, gli antichi mestieri protagonisti di molti presepi: il pastore (ovviamente), il boscaiolo, il fornaio, il pescivendolo, il salsicciaio, la fruttivendola, la venditrice di ceramiche, lo zampognaro. Curiosamente, proprio in questa metà dello scenario - non in quella esotica - era collocata la tenda da cui partivano i Magi, dopo aver salutato un’odalisca.
            L’altra parte ricordava la casbah di Algeri o le città arabe dell’immaginario comune. Case quadrate e biancheggianti, con cupole o tetti piatti che fungevano da terrazze. Le finestre erano buie o chiuse da grate, probabilmente per conservare un po’ di frescura. Al posto del muschio, abbondava la sabbia. Le figurine umane si muovevano per vicoli ombrosi. I portici erano ampi e accoglienti, a tutto sesto. Al di sopra delle case, però, si ergeva un castello medievale tipicamente europeo, con cavalieri in tenuta da Crociati: un cortocircuito geografico e temporale, che creava ambiguità fra la Palestina e il Maghreb, fra i giorni nostri e il XII secolo.
           
In mezzo a tutto questo, era posta la Capanna. Essa portava - per così dire - dagli Appennini all’Atlante, la catena montuosa che contrassegna il Nordafrica. Ciò rendeva visibile l’ideale dell’universalità del Vangelo. Alcuni cenni alla storia del presepe erano esposti su un cartellone. Gli angeli erano descritti come creature celesti che sottolineavano la soprannaturalità dell’avvenimento; Maria e Giuseppe erano i principali adoratori del Figlio di Dio. Il ruolo del bue e dell’asinello si deve al teologo Origene (n. forse Alessandria tra il 183 e il 185 - m. Tiro 253 o 254), come simboli del popolo ebraico e dei “gentili” (ovvero, i non-ebrei). La grotta luminosa, l’asino e il bue compaiono anche nel Vangelo apocrifo dello Pseudo-Matteo (600-625 d.C.), a cui si deve l’immaginario classico del presepe. Ai pastori, le didascalie attribuivano il ruolo dell’umanità da redimere, mentre i Magi (le tre età dell’uomo, o le tre stirpi nate da Noè) recano regali codificati da S. Leone Magno (toscano, morto nel 461): incenso per la divinità di Cristo, mirra per curare il corpo che lo rende umano e l’oro per la sua regalità. La piccola lezione di simbologia natalizia era coronata dall’albero, tradizione mitteleuropea di origine precristiana. Quello del circolo ACLI era decorato semplicemente con mele (= peccato originale) e pane (= Eucarestia e redenzione).


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 116 (gennaio 2017), p. 18.