domenica 10 dicembre 2017

“Bella ciao”: intervista con Ninetta Pierangeli

Bella ciao è il titolo del romanzo di Ninetta Pierangeli recentemente pubblicato (2017, Scatole Parlanti). L’autrice ha scambiato quattro chiacchiere con noi… 
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Ninetta Pierangeli, Bella ciao 
(2017, Scatole Parlanti)

1)      Il tuo romanzo è ambientato durante gli “anni di piombo”: periodo in cui sembrava che gli ideali politici e la dimensione pubblica assorbissero ogni ambito della vita. Eppure, la storia che racconti è una storia d’amore… Com’è stato possibile trovare spazio per l’intimità e il sentimento, in una simile cornice?

In realtà, l’amore, se viene cacciato dalla porta, rientra dalla finestra. Abbiamo diverse storie d’amore tra i terroristi di quegli anni. Mi vengono in mente, fra la sinistra, Mara Cagol e Renato Curcio. O, fra l’eversione di destra, la coppia Mambro-Fioravanti.
Sicuramente, l’eversione è stata un fenomeno per lo più giovanile e, quindi, la componente sentimentale non poteva esserne completamente esclusa - per quanto negli ambienti extraparlamentari di sinistra venisse disprezzato il sentimentalismo borghese. Sì, ufficialmente, la vita privata, per un terrorista, non avrebbe dovuto esistere; ma io ho pensato, scrivendo questo libro, che siamo uomini e non possiamo sottrarci alle nostre debolezze. Che, poi, l’amore, in questo racconto, tanto una debolezza non sembra.


2)      Due profili morali molto diversi, quelli di Alberto e Monica: uno semplice e concreto, come la terra; l’altra tendente all’alto, potente (e distruttiva) come il fuoco. Come hanno potuto incontrarsi? E quale (secondo te) è quello vincente? Anzi: c’è qualcosa da vincere?

Alberto si è innamorato di Monica: la ragazza bella fuori e bella dentro. Quel suo essere tutto per la causa degli ultimi l’ha resa più bella agli occhi di Alberto. E, poi, c’erano le suggestioni letterarie: quell’amore che i poeti antichi avevano così ben cantato e che lei conosceva e ripeteva. E anche Alberto cantava: canzoni semplici con la chitarra, ma a Monica piacevano. Il destino degli opposti, poi, si sa, è quello di attrarsi. Nella storia, il profilo vincente è quello semplice e concreto di Alberto; ma Alberto, nella sua concretezza, non dimenticherà mai Monica e il fuoco che l’ha scottato.


3)      Alberto e Monica sono personaggi del proprio tempo o sono universali? O entrambe le cose? Un’epoca storica ben precisa può essere un simbolo di condizioni esistenziali che vanno oltre il “qui e ora”?


Senza dubbio, Alberto e Monica sono figli del loro tempo. I loro problemi e le loro speranze sono distanti anni luce dai giovani di oggi. Non perché i giovani di allora fossero meglio di questi. Vivevano, semplicemente, in un momento diverso. Adesso, nessun giovane penserebbe di cambiare i rapporti sociali, il modello di produzione nelle fabbriche, lo Stato nel suo complesso. Da un lato, è tramontata una speranza; dall’altro, il privato è riemerso come lo spazio dell’autorealizzazione del sé. Secondo me, chi vince, chi, alla fine, risulta essersi posto nella prospettiva migliore, è Alberto. In questo senso, il percorso di Alberto, da una passione politica e sentimentale a un impegno concreto, sostenuto dalla riscoperta della fede, è un percorso che si può leggere anche in una chiave atemporale, fuori dalla sua contestualizzazione, come una strada sempre aperta da percorrere. Alberto si fa vincere dall’amicizia con il sacerdote, figura dell’amicizia di Cristo. Monica è invece vincitrice sulla sua stessa debolezza amorosa: lei vince perché pone la rivoluzione sopra qualunque cosa, lei vince perché non si pente, vince la coerenza e l’alta moralità della sua figura. Due persone, due morali: una cristiana e l’altra rivoluzionaria. In questo senso, la morale rivoluzionaria anche è atemporale. Compare nelle medesime forme ogni volta che c’è o si tenta una rivoluzione. Sotto questo aspetto, ci sono affinità con il romanzo Il comunista di Guido Morselli. Un capolavoro, ma distante anni luce dai nostri anni di liberismo sfrenato. Tornando ad Alberto e Monica: alla fine (sembra) vince chi perde.

domenica 3 dicembre 2017

Un buon Natale tenebroso con Jennifer Radulović

Natale tenebroso Brescia Circolo del Gotico
Natale tenebroso a Brescia
Macché “bianco Natale”. Macché “siamo tutti più buoni”. Il modo di festeggiare il 25 dicembre ha radici in feste cupe, legate alla temporanea morte della natura. E questo retaggio si è mantenuto fino in epoca moderna. Ne ha parlato la dott.ssa Jennifer Radulović, fondatrice del Circolo del Gotico.
            La conferenza Natale tenebroso ha avuto luogo a Brescia, al teatro S. Giovanni Evangelista, il 2 dicembre 2017. Il pubblico era in larga parte composto da giovani, alcuni dei quali con un aspetto “dark”; ma anche da famiglie con bambini. Per entrare subito nello spirito, la Radulović e sua madre avevano approntato un delizioso “albero di Natale gotico”, decorato con pipistrelli, teschietti, gatti e una luna a far da puntale. 
            L’aspetto tenebroso della festa deriva dalla sua vicinanza al solstizio d’inverno: il momento della notte più lunga dell’anno, nel periodo in cui l’agricoltura si ferma e la natura dorme sotto la neve… insieme ai defunti. Per gli antichi Romani, era il momento dei Saturnalia: festeggiamenti in cui l’ebbrezza si legava al macabro. Si riteneva che l’inverno aprisse una porta tra i vivi e i morti e che gli avi tornassero a battere all’uscio di casa. Il gelo e l’allungamento delle notti è infatti un modo per scendere nella tomba, per toccare con mano il sonno a cui ogni essere vivente va incontro. A tutto ciò, si legava il culto del Sol Invictus: il Sole che rinasce vincitore, dopo la lunga notte del solstizio. Con l’affermarsi del Cristianesimo, questo culto si sovrappose facilmente a quello del Natale di Cristo: la Luce nata nelle Tenebre per sconfiggere la morte.
            E Babbo Natale? La Radulović ne ha ricollegato l’iconografia a quella di San Nicola di Bari (270-343). In realtà, era vescovo di Mira, in Anatolia; oggi, la città è Demre e vi si ritrova una basilica paleocristiana che ricorda il santo. Il legame con Bari è legato all’attuale collocazione di buona parte delle sue reliquie. Le leggende sul suo conto ricordano miracoli piuttosto “materiali”, legati alla sua benevolenza e generosità. Avrebbe gettato tre sacchetti d’oro nella casa d’una famiglia povera, perché le tre figlie potessero avere una dote e non essere costrette a prostituirsi. Avrebbe resuscitato alcuni bambini, messi in salamoia da uno scellerato venditore di alimentari. Ma l’anziano dalla barba bianca richiamerebbe anche Odino e le feste germaniche del solstizio d’inverno. Nelle cartoline natalizie dell’Ottocento, Babbo Natale compare perlopiù vestito di verde; al posto delle renne, spesso lo trainava un cavallo. L’attuale immagine, panciuta e rossovestita, è stata resa famosa dal riadattamento pensato per pubblicizzare la Coca-Cola, negli anni Trenta. Era un modo per giungere a mamme e bambini.
            E gli elfi che accompagnano Babbo Natale? A volerne vedere l’origine, non sono figure tanto rassicuranti. Anzi, rappresentano i terrori dell’inverno e della notte. Famosissimo era Knecht Ruprecht (“il servo Ruprecht”), soprattutto nei Paesi di lingua tedesca: mezzo uomo e mezzo bestia, dotato di campanelli e scudiscio, distribuiva sferzate ai bambini discoli, in luogo degli agognati regali. La sua prima attestazione è datata 1668. Ne esiste anche la versione ceca, Čert. Molto simile a esso è il Krampus, l’orco di Natale: personaggio noto in diverse località tra Austria, Germania e Italia. Una fiera che lo vede presente viene tenuta, per esempio, a Tarvisio: qui, diversi Krampus trainano il carro di San Nicola. Le due figure affiancate (il buon padre barbuto e il terribile servitore) rappresentano la Luce e l’Ombra, necessariamente affiancate nell’equilibrio universale.
            Per quanto paia incredibile oggigiorno, queste figure minacciose comparivano nelle cartoline natalizie ottocentesche, destinate ai bambini. E un elemento macabro raramente mancava, nei biglietti augurali in lingua anglosassone.
            Del resto, è inglesissima la tradizione di raccontarsi storie di fantasmi accanto al fuoco, la notte di Natale. La letteratura gotica, variante di quella romantica, parla perlopiù inglese e tedesco. Ecco da dove Charles Dickens trasse ispirazione per il celeberrimo Canto di Natale… Altre penne gotiche, famosissime all’epoca, sono oggi sconosciute. Molte erano donne.
Natale tenebroso Circolo del Gotico Brescia
Natale tenebroso... secondo il Circolo del Gotico
            Durante la serata, sono stati letti ad alta voce stralci del racconto La cerimonia (1923), di H.P. Lovecraft: il rampollo d’una famiglia che conta diversi avi condannati per stregoneria si ritrova ad affrontare il lato macabro del Natale… 
Anche la celebre famiglia Addams nacque sotto forma di vignette natalizie. Il suo inventore, Charles Addams (1912-1988) giocò così con l’ideale domestico degli americani.

            La conferenza non poteva poi che approdare a un classico cinematografico: The Nightmare Before Christmas (1993). Ideato da Tim Burton e diretto da Henry Selick, si basa sul legame antropologico fra Halloween e Natale: le feste in cui le porte dell’Aldilà sembrano aprirsi e i vivi sentono vicini coloro che dormono sotto la terra, insieme alla vegetazione e al Sole.




martedì 28 novembre 2017

"Il sole d'agosto sopra la Rambla", di Damiano Dario Ghiglino

TITOLO: Il sole d’agosto sopra la Rambla 
Damiano Dario Ghiglino Il sole d'agosto sopra la Rambla romanzo gay
Damiano Dario Ghiglino,
Il sole d'agosto sopra la Rambla



GENERE: Lgbt, drammatico


PAGINE: 127

TRAMA Sono i “giovani tramonti”, fragili e tenaci, ragazzi gay dai cuori spezzati impressi indelebilmente sullo sfondo di una Barcellona sotterranea. Ognuno alla ricerca di qualcosa e in fuga da qualcosa, ognuno con le proprie paure e i propri segreti. Tra prostituzione e dipendenze, locali malfamati e preti pedofili, nostalgie e desideri brucianti, passioni e tenerezze passeggere, in attesa di quell’evento imprevedibile che cambierà per sempre le loro esistenze, cercheranno di fermare il tempo per vivere unicamente il presente ed attendere l’amore in quella dimensione, così sfuggente ed ambigua, dell’istante stesso. Eppure quando un sentimento forte e sconosciuto si farà strada nei cuori dei diciottenni David e Borja, i più giovani del gruppo, la diffidenza e lo stupore lasceranno progressivamente spazio ad una coscienza sempre più profonda e ostinata. Romantico e spietato al tempo stesso, questo romanzo rappresenta il ritratto psicologico di una generazione smarrita alla quale il futuro si presenta come imperscrutabile.

lunedì 27 novembre 2017

Un film leggero con una morale pesante

«Non è arrivato il film che avevo prenotato… Allora, guardiamoci questo». Così, sul piattino del lettore DVD, è arrivato Animali fantastici e dove trovarli (2016; regia di David Yates). Degno complemento di quella serata per sole ragazze, fra divano e biscotti casalinghi. Da adolescente, fui una fan devotissima di Harry Potter. Mi sbellicai dalle risate (e da una struggente nostalgia di un mondo impossibile), leggendo l’antenato cartaceo del film suddetto: un testo scolastico di Hogwarts con gli scarabocchi attribuiti a Harry, Ron e Hermione. 
eddie redmayne dan fogler
Newt Scamander (Eddie Redmayne) istruisce il babbano Jacob
Kowalski (Dan Fogler). Fonte: comingsoon.it
            Attualmente, però, le mie esigenze sono più sostanziose. Non solo amo fantasy più monumentali (J.R.R. Tolkien vi dice qualcosa?), ma preferisco coltivare la saggistica. E, in particolare, approfondire l’alchimia, la stregoneria e la magia rituale storicamente praticate. Morale della favola (letteralmente!): non ho avuto la smania di seguire le novità targate J.K Rowling, nemmeno il film suddetto. Esso, però, non mi ha deluso  - forse, anche perché è stato sceneggiato dall’autentica mamma della saga.
            Animali fantastici e dove trovarli, tutto sommato, è un fantasy leggero, pensato per un ampio pubblico che desidera meramente ridere, piangere e immedesimarsi. È il messaggio di fondo a essere pesante. Come la valigia di Newt Scamander. Un involucro in pelle, apparentemente fragile e limitato, ma sconfinato all’interno. Come l’essere umano. E “mago” è chi sa esplorare questa valigia semovente senza perdervisi. Mentre “Babbano” è sinonimo di “inconsapevole”, di “dormiente” nel conformismo e negli schemi mentali ricevuti. Inconsapevole del mondo che guizza dentro di lui.
            La firma di J.K. Rowling è visibile in un tema di fondo: l’intolleranza, nelle sue varie forme. C’è quella dei Babbani (appunto), che è la paura nei confronti di chi sfugge alle maglie della pretesa “normalità”. Un’intolleranza davvero curiosa, eretta contro chi sa realizzare le proprie visioni più profonde… ma non ha paura di bestialità come il fanatismo e l’ottusità. C’è poi l’intolleranza dei maghi, rappresentata da Grindelwald: quella di chi è stanco di vivere nascosto e braccato e vorrebbe annegare tutto questo in un massacro liberatore. Ci spiace dirlo, ma questo tipo di fanatismo è assai più comprensibile dell’altro.
            Di quell’altro, rappresentato dai Secondi Salemiani. “Secondi”, perché i processi alle streghe made in Salem sono avvenuti realmente, prima dell’epoca in cui il film è ambientato. Per la serie: la realtà è più pazzoide della fantasia. Ossessione per la Verità (con la “V” maiuscola e l’accento sulla “à”); convinzione di rappresentare il Bene Assoluto e di avere, pertanto, la licenza di ricorrere a qualunque mezzo, violenze incluse… Ogni riferimento alla realtà è puramente casuale, nevvero? Compresa l’attitudine di questi lugubri bigotti a raccogliere gli orfanelli, sfamarli e riempirli di paure assurde col pretesto di consolarli. «È un marchio delle streghe?» domanda, terrorizzato, un ragazzino, mostrando una macchia sulla cute. «No, no…» risponde maternamente una Seconda Salemiana. Omettendo di precisare che, se lei stessa non avesse contribuito a imbottirgli la testa di fole, il piccolo non avrebbe avuto bisogno di essere rassicurato. Nelle case dei cacciatori di streghe, l’odio precocemente inculcato trasuda ovunque, finanche nelle tiritere infantili. I bambini sono propagandisti gratuiti e incondizionati: bisogna coltivarli con cura. E sono preziosi i derelitti, perché (nelle loro condizioni) non possono permettersi di accendere il senso critico. Possono solo ringraziare le mani che danno loro il pane - e ricompensarle con l’unica cosa che posseggono, l’obbedienza.
           
Animali fantastici e dove trovarli: i protagonisti
arrestati dal MACUSA. Fonte: blog.screenweek.it
E i maghi? A New York, l’ordine magico è sorvegliato da una sorta di “ministero della sicurezza”, il MACUSA. Unica preoccupazione: insabbiare ogni prova dell’esistenza dei maghi. Con tipacci come i Salemiani in giro, non è un’idea malvagia. Peccato che, in nome di essa, il MACUSA non esiti a commettere torti verso coloro che dovrebbe proteggere e a perpetrare mortali sciocchezze. La sua disinvoltura nel somministrare la morte è ai limiti dell’autolesionismo. L’unico modo in cui sa affrontare i problemi è la coercizione - violenza controllata, ma sempre violenza. Non c’è da stupirsi che Grindelwald (MOMENTO SPOILER) si mimetizzi così facilmente fra loro.
            Proprio la violenza della repressione di sé trasforma in mostruoso pericolo ciò che sarebbe, altrimenti, una semplice peculiarità. Se si bolla qualcuno come “contro natura”, si otterrà infallibilmente un essere contro natura: perché vivrà contro la propria.
            Gli eroi positivi, come sempre nelle opere della Rowling, sono coloro che sanno sposare l’amore con l’intelligenza. Coloro che sanno parlare con l’alterità, perché la vedono per ciò che essa è. Senza il sonno della ragione, non nascono mostri.